Pure sul carbone
questo governo
ci prende in giro

Quello che luccica non è tutto oro, anzi è nero come il carbone e inquieta i sonni e l’aria di tanta parte della popolazione del nostro Paese. Le parole luccicano. Sono quelle che scrive su Facebook, il ministro Costa a proposito del Piano Energia e Clima inviato ieri a Bruxelles che “porterà l’Italia fuori dal carbone al più tardi nel 2025” perché “finalmente si progetta un futuro senza le fossili, ed è una rivoluzione copernicana”.

Paroloni che però contrastano in modo spietato con i fatti. Dando l’odore nauseante della “presa per i fondelli” che era la cifra del solo Salvini ma sta diventando il modus operandi dell’intera compagine di governo.

Ma vediamoli questi fatti. Le centrali a carbone che ancora “operano” in Italia con effetti devastanti sul clima e sulla salute per via delle elevatissime emissioni di CO2 sono ancora lì vive e vegete mentre il ministro Costa annuncia un piano nazionale di decarbonizzazione. Il carbone rimane la principale fonte di emissioni di gas serra: nel 2015, circa il 45% della CO2, corrispondente a oltre 14,5 miliardi di tonnellate, è stata originata proprio dalla combustione del carbone, come denuncia un dossier del WWF: “A parità di energia primaria disponibile, le emissioni di CO2 provenienti dalla combustione del carbone arrivano a essere del 30% superiori a quelle del petrolio e del 70% superiori a quelle del gas naturale”.

Attualmente sono in funzione in Italia 9 centrali a carbone, assai diverse per potenza e tecnologia, che contribuiscono in misura molto modesta (13,2%) al fabbisogno nazionale di energia elettrica a fronte dei milioni di tonnellate di CO2 che producono e che corrispondono a ben oltre il 40% di tutte le emissioni del sistema elettrico dell’intero territorio.

Il carbone usato dagli impianti italiani è sostanzialmente tutto d’importazione, dal momento che noi non disponiamo di risorse carbonifere adeguate allo sfruttamento. Importiamo dunque dal Sudafrica, dalla Russia, dall’Indonesia, dalla Colombia e dagli Stati Uniti. E anche se la Strategia Energetica Nazionale del 2017, parla di un’uscita dal carbone entro il 2025, nei fatti le centrali di Brindisi, Sulcis, Fiumesanto, Torrevaldaliga Nord, Bastardo, La Spezia, Brescia, Fusina, Monfalcone sono sempre lì a emettere montagne di veleni.

Non solo. Fino a qualche tempo fa si ipotizzavano addirittura e scelleratamente, anche nuovi impianti, alcuni a cura di Enel (Vado e riconversione di Porto Tolle) altri ampliando le centrali già esistenti (Sulcis). Intanto, mentre il sindaco di Brindisi chiede un incontro a Di Maio per la chiusura della centrale di Cerano, al pari del sindaco di Civitavecchia, pochi giorni fa, è stata pubblicata la lista dei cosiddetti impianti “essenziali” per la sicurezza delle forniture a famiglie e imprese. Ovvero quelle centrali elettriche fuori mercato che ricevono un compenso per restare accese e intervenire se in qualche area del Paese si rimanesse al buio. Si tratta di 14 centrali di cui due a carbone (Brindisi, Sulcis) mentre altre addirittura ad olio combustibile o a gasolio. E questa operazione “sicurezza” costa a noi consumatori 400 milioni l’anno (in bolletta) e foraggia impianti fuori mercato.

Il ministro Sergio Costa

Con questo quadro di così difficile gestione  il nuovo governo che fa? Si accorda con i nuovi proprietari dell’Ilva di Taranto dimenticando la decarbonizzazione dell’impianto richiesta a gran voce dai cittadini della città pugliese, avalla le trivellazioni sulle coste e nei nostri mari, che la popolazione aveva provato a fermare con un referendum, e da metà settembre ha bloccato il cosiddetto “capacity market”, approvato dall’Ue dopo un travaglio di sei anni. Un sistema per incentivare i produttori che volessero costruire in aree sensibili nuove centrali elettriche più efficienti e meno inquinanti, anche a fonte rinnovabile e senza il quale l’Italia rischia di dover essere costretta a tenere in piedi le centrali a carbone per garantire la sicurezza del sistema, quindi disattendendo l’obiettivo del “phase-out” completo al 2025, previsto dalla SEN e citato dal Piano Energia Clima presentato in questi giorni a Bruxelles.

I fatti sono lì, implacabili, a dimostrazione, se a qualcuno venga voglia di andare a guardarli, dell’assoluta mancanza di provvedimenti concreti capaci di orientare da subito il sistema energetico verso un modello davvero decarbonizzato entro il 2025. Le parole non bastano, anzi, non servono. Solo la concretezza delle azioni distingue un governo efficiente e attento alla qualità della vita dei propri cittadini, da un manipolo di incapaci che non sanno tenere la barra dritta. E vagano in un mare di criticità.