A Bologna
la sinistra s’è persa

Subito dopo la pausa estiva, Matteo Renzi aprì le danze proprio a Bologna, alla Festa dell’Unità: “A me sembra che tutti quelli che in questi anni ci avevano raccontato che il Jobs Act non funziona, che stiamo fermi, che le cose non vanno siano diventati più afoni. I gufi sembrano essere ancora in ferie. L’Italia va un po’ meglio di quello che ci aspettassimo: ci sono dati significativi sui posti di lavoro”. Era la prima volta senza uno stand della Cgil, aveva destato scalpore l’invito mancato all’Associazione nazionale partigiani, tra ristoranti e spazi per i dibattiti cominciavano a scarseggiare persino i volontari, la spina dorsale delle Feste: il motore dell’autofinanziamento perdeva colpi, rivelando un partito precocemente acciaccato.


Mario Oliva, da poco rieletto segretario (86 voti favorevoli, 2 contrari) del circolo del Pd Bolognina-centro, il teatro della svolta occhettiana è impegnato con un tombola di autofinanziamento – “se non si fa così è la fine” – ,è ancora convinto dei risultati ottenuti dalla staffetta Renzi-Gentiloni, ma plaude alla svolta di Napoli: “Se il Pd va a sinistra si può ancora vincere. Sì, sono stato un renziano della prima ora, ma ora a me non interessa il segretario, interessa il Pd”.
Bologna sembra in effetti il luogo ideale per annunciare la lieta novella renziana della “ripartenza”. Nel 2016 l’Emilia-Romagna si è classificata al primo posto fra le regioni italiane per tasso di attività: nella fascia d’eta tra i 15 e i 64 anni lavorano 68 cittadini su 100. In regione la velocità della crescita si avvicina di più alla media europea pur rimanendone distante. Le buone notizie non mancano, ma anche qui, come a livello nazionale, c’è un alto tasso di contratti precari, una densità di part time non volontari, per cui molti pur risultando occupati non riescono ad u scire da una condizione di disagio, andando ad ingrossare le file dei cosiddetti working poor. Sono gli scogli della complessità, profondità sconosciute a un dibattito pubblico abituato a navigare in superficie.


Può essere interessante fare due chiacchiere con Alessandro Alberani, storico leader della Cisl provinciale, oggi presidente dell’Acer, l’azienda pubblica che si occupa di case popolari. I fondi promessi dal governo nel 2014 non sono ancora arrivati, da quelli dipende la ristrutturazione di appartamenti che attualmente sono inagibili e quindi non possono essere assegnati. La casa è il fronte principale della guerra tra poveri, terreno di conquista per slogan accattivanti come “Prima gli italiani”, un laboratorio ideale per la destra, Lega in primis. Ma alla sinistra, spiega Alberani, basterebbe poco per farsi ascoltare, magari ricordando che l’84% degli alloggi popolari è assegnato a cittadini italiani, smentendo la favola che le case vanno tutte agli stranieri. Oppure, come propone qualcuno alla “Casa della Pace”, storica sede in cui si studiano strategie di dialogo e composizione dei conflitti, costituire fondi di garanzia per gli affitti a canone concordato, oggi fermi al palo. Ora persino gli studenti faticano a trovare alloggio, perché i proprietari di case si sentono più rassicurati dal turismo mordi e fuggi e fanno affari più volentieri con “airb&b” o società similari. Un altro fenomeno da studiare e gestire, passando dagli slogan all’analisi della realtà e, quindi, alla politica.
Il punto di maggiore distanza tra la politica e la realtà rimane quello del lavoro. Per accorgersene basta fare un salto davanti allo stabilimento bolognese dell’ex Weber, oggi Magneti Marelli (gruppo Fiat), dove dal 2012 è in corso un duro braccio di ferro tra la linea Marchionne e il principale sindacato metalmeccanico, la Fiom. Si è tentato di mettere il sindacato alla porta e siccome in ogni guerra che si rispetti ci si accanisce anche sui simboli, nel 2012 la direzione aziendale si è premurata anche di “sbullonare” la bacheca in cui comparivano gli articoli dell’Unità che parlavano della vertenza. Gianni Bortolini, veterano della Rsu, oggi dirigente sindacale, ha molta cura dei particolari. “Ricordo che per comprare il giornale, i delegati sindacali si autotassavano e ,se ci pensi, anche questo è strano e indicativo, era già un segnale: possibile che un partito non si preoccupi di fare arrivare a destinazione notizie e idee su un luogo di lavoro?”. In Weber, come ancora la chiamano sindacalisti e dipendenti, all’epoca c’era ancora una sezione e quella bacheca, spiega ancora Bortolini, rappresentava la centralità del lavoro nella politica della sinistra. “Prima c’era il lavoro, poi ci si è concentrati su ceto medio e commercio, la politica oggi si fa con Facebook e Twitter, in fabbrica i partiti tradizionali hanno perso terreno, lasciandolo più al M5s che alla Lega. Alla fine, quando si lascia che dei simboli vengano cancellati, è l’intera politica a risentirne. Oggi i delegati della Magneti Marelli devono fare enormi sacrifici per avere visibilità”.


«Sono stanca di ricevere dai dirigenti pacche sulle spalle che sono solo un modo per tapparmi la bocca, senza nemmeno chiedermi la condivisione degli obiettivi. Nei circoli non c’è più discussione politica, ormai sono solo luoghi dove ci si raccoglie per bande per fare eleggere Tizio o Caio. Non voglio lavorare gratuitamente per comitati elettorali e per una classe dirigente che non è all’altezza del compito e non merita la mia stima». Così, dopo oltre quarant’anni di volontariato nelle cucine della Festa dell’Unità, Maria, 70 anni, ha confidato a Natascia Ronchetti, del giornale digitale l’Inkiesta, la decisione di abbandonare, in un colpo solo,il Pd e le Feste, tradizionalmente un luogo di elaborazione e diffusione delle idee. La stessa scelta l’ha fatta Pietro Patalino, 26 anni, già nella segreteria del partito bolognese, dimissionario nel 2015, oggi militante di Articolo 1-Mdp. “Già da molto tempo mancava un contenitore, un luogo in cui i militanti potessero sentirsi a casa ed esprimere la propria opinione”. Un’involuzione riconoscibile da alcune caratteristiche dell’ultima Festa provinciale, dove la sala dibattiti centrale è stata sostituita da un Tir, su cui erano montati un palco e a un maxischermo, davanti a un centinaio di sedie racchiuse in due quinte di compensato. “Uno spazio ristretto”, racconta Patalino, “forse pensato più per la pubblicizzazione sui social che per il dibattito vero e proprio”. E dove la politica, almeno quella con la p maiuscola, continuava e continua a latitare.

2 – continua

Qui la prima puntata dell’inchiesta