Puigdemont ora cerca
un esilio impossibile

29“Mas dura serà la caida”. Un dettaglio. Nel comunicato stampa inviato on line ai media, per annunciare la richiesta di incriminazione di Puigdemont e venti tra membri del Governo e parlamentari emessa dal procuratore generale spagnolo José Manuel Maza, appare un titolo che dà il sapore di rivalsa a quello che vorrebbe essere un atto di giustizia. “Mas dura serà la caida”, più dura sarà la caduta.

Referendum per l’indipendenza della Catalogna Foto Roberto Mastroluca

Se è con questa determinazione che Madrid conta di rimettere a posto le tessere del puzzle catalano, c’è da temere che l’esito non possa essere che lo scontro frontale. Non tanto e non solo con Puigdemont – riparato in Belgio con cinque ex ministri dove conta di poter chiedere asilo politico – ma con quel pezzo tutt’altro che secondario della società catalana che non può essere umiliata da uno Stato che si vuole unitario. Rajoy e quanti gli sono intorno devono evitare la tentazione di far prevalere le stesse logiche che hanno trasformato il referendum del 1° ottobre in un’ubriacatura di violenze gratuite.

La richiesta di incriminazione di Puigdemont per ribellione, sedizione e malversazione, accuse che potrebbero costare al presidente destituito della Generalitat catalana fino a 30 anni di carcere, sarà pure un atto giuridicamente inevitabile ma non quello che una gestione politica della crisi richiede. Così come in precedenza l’arresto dei due leader indipendentisti Jordi Sanchez e Jordi Cuixart era servito solo ad alzare il livello di tensione e ridurre gli spazi di manovra per una soluzione negoziata, diversa comunque dal muro contro muro che ha intrappolato Madrid e Barcellona in una strada senza uscita.

Per ora non si parla di arresto, ma le misure detentive potrebbero scattare qualora gli accusati non si presentassero davanti ai giudici. Non è un caso che il ministro degli esteri spagnolo Alfonso Dastis domenica scorsa abbia detto provocatoriamente che Puigdemont potrà candidarsi alle elezioni del 21 dicembre prossimo – indette da Madrid in base all’art.155 – “se non sarà in carcere”.

L’ex presidente della Generalitat non ha nessuna intenzione di finire in cella. La fuga in Belgio lo mette almeno temporaneamente al riparo. Difficile che possa ottenere asilo politico, come suggerito dal ministro belga dell’emigrazione, Theo Francken, indipendentista fiammingo di destra del partito N-Va, subito corretto dall’imbarazzato primo ministro, Charles Michel (“non è assolutamente all’ordine del giorno”). Il commissario generale per i rifugiati Dirk Van den Bulcke ha spiegato che per la concessione dell’asilo servono “segnali seri di persecuzione” e “rischi reali di danni seri” nel Paese d’origine, situazioni “molto speciali, molto eccezionali”. Concederlo insomma sarebbe come riconoscere che a Madrid regna l’arbitrarietà. A parte la deviazione dalla linea di condotta scelta a Bruxelles, per il Belgio, che deve fare i conti con i propri tormenti indipendentisti, sarebbe una china pericolosa. Magari, se Rajoy non forza la mano sollecitando l’arresto, si potrebbe trovare una tacita soluzione che lascerebbe Puigdemont fuori dal carcere, ma anche dalla scena politica catalana.

Per l’ex presidente della Generalitat, padre di una repubblica durata appena una manciata di ore, la scelta del Belgio non è esente da rischi. Può avere qualche tornaconto nel presentarsi come leader di un governo in esilio, come sostengono esponenti della sua (ex) maggioranza da Barcellona. Non fa bene però alla sua causa, alla causa dell’autonomismo o sia pure dell’indipendentismo catalano, cercare saldature con le anime nere che agitano il panorama europeo, inseguendo piccole patrie: l’internazionale dell’indipendentismo ha l’aspetto di una bomba piazzata sotto la fragile costruzione europea, lontana dall’europeismo dichiarato dei catalani tutti.

Lo scenario peggiore, in queste circostanze, si aprirebbe se Madrid si mostrasse incline al regolamento di conti, al desiderio di prendersi la rivincita d’autorità, senza tenere in conto le tensioni che hanno portato al referendum del 1° ottobre. Il Psoe chiede una riforma costituzionale, che non ha nessuna forza al momento di avviare. Gli indipendentisti catalani annunciano che comunque, per quanto le ritengano illegittime, parteciperanno alle elezioni del 21 dicembre. Secondo un sondaggio Sigma Dos pubblicato da El Mundo, l’appeal indipendentista si sarebbe rattrappito ad un 33,5%, come conseguenza del braccio di ferro di queste ultime settimane. Insistere che “mas dura serà la caida” potrebbe non essere la carta vincente.