Puglia, la filiera sporca dei pomodori
e le case di Boccadirosa

In Puglia Giuseppe Di Vittorio iniziò lavorare come bracciante, all’inizio del secolo scorso. Delle lotte che guidò, del suo pensiero sono molte le tracce che restano. Nella Cgil che guidò a lungo, ma anche nei suoi territori, tra i cafoni come lui a cui insegnava di non togliersi il cappello davanti ai padroni. Fosse vivo oggi, riconoscerebbe come suoi fratelli i ragazzi dalla pelle nera e quelli che vengono dall’est, sfruttati come bestie nei campi pagati in nero o in grigio come all’inizio del secolo. Ai braccianti sottopagati diceva: “I vostri agrari e quelli di Cerignola vendono il loro grano o il vino allo stesso prezzo. Perché dunque voi dovete lavorare un maggior numero di ore e guadagnare di meno? Organizzatevi in grande massa, come i vostri fratelli di Cerignola, e otterrete anche voi gli stessi miglioramenti”.

 

Borgo Mezzanone, il riposo dopo il lavoro nei campi. Foto di Ella Baffoni

Oggi ricorderebbe che negli anni 50 la paga dei braccianti era simile a quella di oggi, mentre il barattolo dei pelati costa molto di più. Chi ci ha guadagnato, chi ci guadagnerà?
E’ lungo il viaggio nelle campagne alla ricerca degli insediamenti informali dei braccianti d’oggi. Ma le tracce sono ancora quelle dei tempi di Di Vittorio, anche se le storie sono diverse, ognuna è un insegnamento nuovo. Un viaggio fatto insieme alla responsabile del progetto Presidio della Caritas, a uno dei fondatori dell’associazione Avvocati di strada, a Antonio Fortarezza, che sul lavoro in agricoltura nel Tavoliere ha molto lavorato (qui il link a uno dei suoi lavori).

 

Cerignola

Sul ovest di Foggia, il luogo dei grandi scioperi del braccianti negli anni ’50. Qui c’è l’insediamento più antico della Capitanata, più antico anche del Ghetto. Quando, quindici anni fa, nella piana sotto Rignano cominciavano a popolarsi i casali che restano il nucleo forte del Ghetto, nelle campagne di Cerignola la presenza dei braccianti era già strutturata. Come sempre, nel bene e nel male. Il male è il controllo forte dei caporali su tutti gli aspetti della vita quotidiana, non solo il lavoro ma anche l’accoglienza e il cibo. Il male è la presenza endemica di prostituzione, per gli africani ma anche per gli italiani. Tanto che, in uno di questi paesini si racconta che ci fu una rivolta delle mogli contro le prostitute africane, una sorta di “Bocca di rosa” che non è finita con l’espulsione, come nella canzone di De André ma, più modestamente e chissà se felicemente, con la riconquista di qualche marito.

La strada che si stende lungo la campagna piatta è affiancata, ogni quattrocento metri, da una casa poderale. Ridipinte fuori, attrezzate all’interno, sembrano residenze stanziali più che accampamenti di passo. Prima due casali gemelli di ghanesi, poi quello dei moldavi, due “case delle ragazze”, e ancora ghanesi. Una situazione decorosa, nel complesso, senza cumuli di rifiuti ma con carenza di acqua: le cisterne azzurre dell’acqua sono dovunque, l’autobotte della regione fa il suo dovere. Ma comunque il bucato si riesce a fare solo una volta a settimana, e chi lavora nei campi – soprattutto con i pomodori, il cui lezzo di piante schiacciate e di marciume si sente da lontano – avrebbe bisogno di lavarsi molto più spesso.

Tende e roulotte attorno a una masseria di Cerignola. Foto di Ella Baffoni

Non solo pomodori; molti abitano qui tutto l’anno. Per le cipolle, i meloni, le zucche, i finocchi, i cavoli, anche d’inverno. In primavera si ricomincia con le verdure a foglia larga e gli asparagi, i cereali. Fino all’estate, regno incontrastato del’oro rosso, il pomodoro da sugo.

 

La fabbrica di Foggia

La chiamano così “la fabbrica”. Pochi ricordano cosa producesse, forse era una Centrale del latte. Annegata nella zona industriale periferica, nel cortile ha un pozzo, intensamente usato dagli abitanti che da molti mesi vivono qui. Di giorno, la mattina soprattutto, sembra davvero una fabbrica abbandonata, la sera si anima, comincia la musica, il profumo di cibo e la fila davanti al pozzo. La mattina dopo una fila di pulmini porta i lavoratori nei campi.

 

La “fabbrica” di Foggia. Foto di Ella Baffoni

All’inizio erano un’ottantina, ora superano abbondantemente il centinaio. L’interno è suddiviso in stanze e stanzine, come separé teli di stoffa e cartelloni pubblicitari, una corda stesa è l’armadio dei panni, vecchie poltrone sono il salotto, fornelli e bombole per cucinare. Tanti i materassi anche l’aperto, e meno male che non piove. Ma anche no: mannaggia al sole, che quando piove non si può fare la raccolta meccanizzata dei pomodori e bisogna ricorrere al lavoro manuale, molte più squadre sul campo a infangarsi i piedi. Le macchine, pesanti come sono, s’impantanerebbero e i pomodori s’impasterebbero con il fango. Quando piove, i braccianti lo sanno, le macchine si fermano, c’è più lavoro ed è più facile strappare una paga meno indecorosa del solito.

Vivere alla periferia della città, comunque, affranca dalla schiavitù del trasporto governato dai caporali per chi ha bisogno di una farmacia, per chi si ammala o per chi abbia voglia, ogni tanto, di mangiare un pezzo di pizza o di mescolarsi con gli italiani.

 

La filiera e i controlli

Gli ispettori del lavoro a Foggia sono una quarantina, sei dedicati all’agricoltura. Ma in estate i turni di vacanza impoveriscono le squadre che fanno i controlli sui campi. A parlare con qualcuno degli ispettori la visione delle condizioni di lavoro appare divergente da quel che raccontano i braccianti. E per forza: quando arrivano nei campi i lavoratori scappano, anche quando i documenti sono in regola, anche quando hanno il contratto di lavoro nello zainetto. Peccato: in teoria gli ispettori vanno nei campi anche per difendere i loro diritti. Così invece gli ispettori parlano quasi solo con gli agricoltori e le aziende, e quando pure riescono a interrogare qualche bracciante, il bracciante mente, non indica mai il caporale.

Perché? Perché il caporale è l’unico tramite per ottenere un lavoro il giorno dopo. Chi lo denuncia, grazie al passaparola, sarà messo al bando. Così gli agricoltori sostengono di pagare 6-7 euro per ogni cassone di 300 chili riempito, e ci vuole quasi un’ora. E’ lavoro a cottimo, vietatissimo e pure tolleratissimo, Però i braccianti sostengono di ottenere 2.50, 3 e in rarissimi casi 4 euro a cassone. Probabilmente nessuna delle due parti imbroglia, c’è un terzo protagonista che maneggia arbitrariamente il denaro delle paghe che riceve dall’agricoltore e che distribuisce ai braccianti, il caporale. Che probabilmente ne trattiene una parte. Finché non si troverà il modo di eliminare i caporali e rendere trasparente e rapida l’assunzione dei braccianti – quando il pomodoro è maturo non si può aspettare troppo – truffe e sfruttamento continueranno.

Chi pensa di eliminare con le ruspe un Ghetto, o gli altri insediamenti informali, non sa di cosa parla. È lo sfruttamento, non le sue conseguenze, che bisognerebbe eliminare.

I camion con i cassoni dei pomodori in attesa davanti alle fabbriche di trasformazione

Invece finché il prezzo del prodotto lo faranno le ditte della grande distribuzione, magari con aste al doppio ribasso, gli agricoltori strozzati strozzeranno i braccianti, ultimo anello della filiera. Non solo Auchan Italia, Carrefour Italia, Conad, Coop Italia, Crai, Despar, Esselunga, Eurospin, Interdis, Lidl Italia, Gruppo Pam Panorama, Selex, Sigma, Sisa, Sma Italia fanno con gli agricoltori e con le aziende di trasformazione i contratti preventivi in appositi tavoli dedicati, in primavera. Ma poi, in rete, partono le aste al doppio ribasso. Una catena di supermercati, ad esempio, lancia on line la richiesta: mi servono tot quintali di pelati e tot di passata: chi offre meno? Una volta arrivate le offerte, rilancia dalla più bassa: Princess offre x, chi offre di meno? Le offerte speciali, i “sottocosto” nascono così, e sono davvero sottocosto. Ma chi paga in sostanza la strozzatura del mercato, se non il penultimo anello della catena? Gli agricoltori che, di nuovo, si rifanno sui braccianti. Loro sì, davvero gli ultimi.

In più, c’è la criminalità organizzata, quella vera. Che approfitta degli agricoltori più deboli, più indebitati. E propone di finanziare la semina, le piantine e la chimica necessaria, contrattando un tot per il prodotto finito. Un tot ancora più basso dei valori già bassi del mercato. L’agricoltore sarebbe in perdita se non ci fosse la speranza dei Fondi europei.

Già, i fondi europei. Dureranno ancora tre anni, poi dovrebbero estinguersi: finora sono un sostegno indispensabile alla nostra agricoltura, una droga. Potrebbero essere un forte volano di cambiamento, se venissero usati a sostegno della legalità invece che erogati a pioggia. Era il pensiero di Guglielmo Minervini, assessore della precedente giunta regionale che aveva organizzato un accurato piano per lo smantellamento del Ghetto e dello sfruttamento. Sventuratamente poco ascoltato, sventuratamente stroncato da un’impietosa malattia. Ora non resta che il presidente Emiliano, quello che si vanta dello sgombero del Ghetto. Sgomberato e rinato e moltiplicato. Perché non bisogna dimenticarlo: se il lavoro naviga in un mare di illegalità, è difficile poi che chi lavora possa vivere nella legalità. Era così quando a guidare le lotte nelle campagne c’era Di Vittorio, tanto più è così ora che le lotte sono sempre più deboli. Ma l’eco di quelle lotte c’è ancora, nelle campagne, a volerlo sentire. Dunque, chi può dire che sarà sempre così? Finché ci sarà bisogno di braccia per il lavoro nelle campagne, arriveranno uomini. Con le loro storie, i solo sogni, le loro speranze. E, sì, anche il loro bisogno di un futuro senza sfruttamento, che è anche il nostro.

3 – fine

La prima parte

La seconda parte