Ricerca, una nuova
politica per fare
largo ai giovani

Nei giorni scorsi un gruppo internazionale di ricerca ha fatto discutere il mondo intero con i risultati di una ricerca sulle basi genetiche pubblicati su Science, la rivista dell’American Association for the Advancement of Science degli Stati Uniti. Non vogliamo, in questa sede, entrare nel merito della ricerca, se non per dire che le basi genetiche dell’omosessualità non ci sono e se ci sono determinano una quota marginale dell’amore per persone del medesimo sesso.

L’esempio di Andrea Ganna

Vogliamo invece focalizzare l’attenzione che a dirigere il gruppo di ricerca è un ragazzo italiano di 33 anni, Andrea Ganna, che trasvola continuamente l’Atlantico perché afferisce nel medesimo tempo a importanti istituzioni scientifiche come il Broad Institute dell’MIT e di Harvard (Boston, USA) e l’Istituto di medicina molecolare finlandese (Fimm-Embl). La ricerca scientifica è il motore culturale, sociale ed economico della nostra era, che non a caso chiamiamo “era della conoscenza”. Anche la sostenibilità ecologica non può essere raggiunta senza ricerca scientifica.

Andrea Ganna
Andrea Ganna, direttore di un gruppo internazionale di ricerca

Raddoppiare i fondi pubblici

Ecco la vicenda di questo ragazzo contiene in sé ana parte importante della politica della ricerca pubblica che dovrebbe adottare il nostro governo neonato per rimettere in moto l’Italia e che potremmo ridurre a tre soli punti: largo ai giovani; porte aperte e drastica riduzione della burocrazia. Largo ai giovani presuppone un intervento strutturale della ricerca pubblica. A iniziare dai fondi che mettiamo a disposizione dei nostri scienziati. I fondi pubblici devono almeno raddoppiare per metterci in linea con gli obiettivi che si è data l’Europa (nell’anno 2000 a Lisbona e nell’anno 2002 a Barcellona) e che prevede una spesa pubblica per la R&S che ammonti ad almeno l’1% del Prodotto interno lordo. Un’espansione della spesa di questa entità – da circa 8 ad almeno 16 miliardi di euro l’anno –, non può essere realizzata in dodici mesi: ma in quarantotto sì (tanto speriamo duri il nuovo governo).

Come creare autentica innovazione

L’incremento della spesa pubblica darebbe un po’ di ossigeno alle nostre università e ai nostri enti pubblici di ricerca che oggi sono del tutto soffocati. E i nostri scienziati pubblici sono costretti a recuperare i quattrini per sopravvivere presso sponsor esterni istituzionali (l’Europa) e interni (qualche industria). È ovvio che questi sponsor tirano fuori i quattrini se i nostri ricercatori aderiscono alle loro esigenze di ricerca. Ne deriva che nei laboratori italiani è sempre più difficile fare ricerca curiosity-driven, decisa solo dalla curiosità dei ricercatori. Ma la storia insegna che la ricerca curiosity-driven è l’unica capace di creare autentica innovazione, in termini culturali ma anche economici. La gran parte dell’espansione della spesa dovrebbe essere impiegata per una significativa iniezione di giovani, che come Andrea Ganna negli USA e in Finlandia, posano diventare, se lo meritano, protagonisti e, dunque, dirigenti della ricerca. I giovani nei nostri laboratori pubblici sono pochissimi. E senza di loro la ricerca più o meno lentamente muore.

La politica delle “porte aperte”

Il secondo punto, però, è: porte aperte. Molti giovani italiani di valore vanno all’estero, come Andrea Ganna. Non dobbiamo bloccare questa che, a torto, viene chiamata “fuga dei cervelli”. I ricercatori vanno dove trovano le condizioni migliori per seguire la loro passione (sì, la ricerca è una passione). Che gli italiani vadano a formarsi all’estero. Ma poi, se vogliono, devono trovare porte aperte per il ritorno. Nel medesimo tempo, anche giovani di altri paesi devono poter venire in Italia e magari, come Ganna, assumere una posizione di rilievo a trent’anni e anche meno, se lo desiderano. Solo un flusso paritario in uscita e in entrata può assicurare che una comunità scientifica non rinsecchisca.

La riduzione della burocrazia

Eccoci, dunque, al terzo punto: la drastica riduzione della burocrazia. L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo che, di fatto, respingono alla frontiera i giovani che vogliono venire a studiare o a fare ricerca da noi. E l’ostacolo principale alle porte aperte è la burocrazia. Una burocrazia insopportabile, che consuma tempo ed energie, che tarpa le ali anche ai ricercatori italiani, che sono costretti a competere con i loro colleghi stranieri con una e a volta due mani legate dietro la schiena. Togliamo potere ai direttori amministrativi e restituiamolo ai ricercatori nelle università e negli Enti pubblici di ricerca. Non è un’operazione che può fare solo il ministro della ricerca. Ma il governo nel suo insieme sì, Se assume il dato che la ricerca non ha un valore settoriale, ma ha un valore strategico per un paese.

La ricerca privata

Resta l’altra metà del progetto di cambiamento: la ricerca privata. Peraltro strettamente legata a quella pubblica. La nostra crisi economica ormai trentennale non risiede nel fatto – come hanno detto alcuni ministri dei governi di destra e anche qualcuno di centrosinistra – che i nostri lavoratori sono fannulloni o più fannulloni di altri. La trentennale crisi economica che viviamo risiede nel fatto che, pur essendo la seconda manifattura del continente, noi abbiamo una specializzazione produttiva vocata alle medie e basse tecnologie. Mentre, nel contesto in cui ci troviamo, dovremmo puntare sulle alte tecnologie. Ovvero su un sistema industriale e anche di servizi che richiede molta ricerca.

Un’oculata leva fiscale

Per cambiare specializzazione produttiva occorrono due elementi. Il primo è aumentare gli investimenti in ricerca: di almeno quattro volte se volessimo rispettare le indicazioni di Barcellona del 2002 e raggiungere per gli investimenti in ricerca industriale il 2% del Prodotto interno lordo. Di almeno due o tre volte se vogliamo essere realistici. Si tratta di aumentare la spesa da dieci e venti o trenta miliardi di euro l’anno. Non devono essere solfi pubblici. Ma il governo deve favorire, anche con un’oculata leva fiscale, questi investimenti. Per esempio incentivando in maniera selettiva le imprese che passano dalla produzione medium e low-tech a quella hi-tech.

Dieci mila start-up innovative

Il secondo elemento è culturale. Chi oggi ha una fabbrica dove si producono sedie o pipe in radica, difficilmente cambia specializzazione produttiva e inizia a produrre optoelettronica. Occorre, dunque, che emerga una nuova generazione di imprenditori, con una cultura scientifica e tecnica all’avanguardia. Torniamo, dunque, ai giovani. Dalle nostre università ne escono pochi. Ma sono ancora sufficienti a realizzare questa storica transizione. Il fatto è che i giovani con cultura all’altezza della società della conoscenza non hanno i quattrini per iniziare a intraprendere. È il governo che deve dare loro un’opportunità. Noi, con assoluta modestia, proponiamo di agire su due canali: da un lato generare una domanda di alta tecnologia con opportuni progetti e investimenti; dall’altra inventarsi una sorta di venture capitals (di finanziamenti ad alto rischio) per consentire ai giovani di valore di tentare. Con 5 miliardi l’anno si potrebbero finanziare 10.000 start-up innovative (con 500.000 euro in media a progetto). Su 10.000 solo 1.000 ce la faranno. Ma in capo a dieci anni avremo 10.000 aziende hi-tech. E avremo, questa volta sì, cambiato il paese.