Prodi si schiera
ma non convince

Romano Prodi si è lasciato scappare, in quello che Affari italiani si è venduto come un colloquio, che “Renzi, il gruppo che gli sta attorno, il Pd e chi ha fatto gli accordi con il Pd sono per l’unità del centrosinistra”. Mentre Pietro Grasso e Liberi e Uguali “non sono per l’unità del centrosinistra, punto”. Ha detto proprio così: punto.

L’ufficio stampa del professore ha poi precisato che Prodi non hai mai rilasciato alcuna intervista, ma che “ha solo ribadito che certamente andrà a votare e che voterà per l’affermazione del centrosinistra e che le forze fuori dalla coalizione non stanno lavorando per l’unità. Niente altro”. Senza nomi e cognomi, il senso della rettifica è però identico a quello della dichiarazione rilasciata. E quindi? Quindi Prodi è convinto che Matteo Renzi e il Pd a sua immagine e somiglianza (il PdR, come è stato definito) abbiano una visione unitaria per il presente e il futuro dell’alleanza di centrosinistra e dunque del Paese.

Ma perché oggi Prodi ha maturato questa convinzione e la esplicita in modo così netto e senza il minimo dubbio? Il professore, come si sa, ha sempre detto che l’unità del centrosinistra era la sua stella polare. E su questo c’è poco da discutere: come non essere d’accordo? Partendo da questo presupposto ha benedetto qualsiasi tentativo di tenere insieme la coalizione che lui ha portato alla vittoria elettorale per due volte. Per questo ha sostenuto il tentativo, poi miseramente naufragato, di Giuliano Pisapia di rimettere insieme i cocci che Renzi aveva creato proprio nel centrosinistra. Proprio Prodi, solo tre mesi fa, aveva definito “improvvida” la mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del governatore di Bankitalia Ignazio Visco esprimendo più di una contrarietà a quella linea politica che è stata uno dei punti più bassi della strategia del Nazareno. Sempre lui aveva fatto sapere che si sentiva “un senza casa” e che aveva messo “la tenda nello zaino” per tenerla a distanza dal Pd. E a chi gli chiedeva un commento sullo stato del centrosinistra che navigava in acque tempestose rispondeva scuotendo la testa: “Sono quasi disperato”.

Che cosa sia cambiato in questi tre mesi da fargli mutare idea sinceramente non è chiaro. Anche perché in questi tre mesi le cose sono notevolmente peggiorate e le multiple promesse di Renzi di lavorare in squadra e di far prevalere il “noi” sono state travolte da un ego smisurato. Ogni sforzo di ricomporre la spaccatura che aveva provocato la scissione del Pd è fallito anche e soprattutto per l’atteggiamento del segretario che ha considerato (e considera) quasi salutare l’addio di Grasso, Bersani e D’Alema e nulla ha fatto per evitarlo. Anzi, diciamo che di tutto ha fatto per favorirlo. Persino la modifica alla legge elettorale proposta da Mdp, che avrebbe consentito almeno il voto disgiunto e quindi la possibilità di accordi di desistenza in alcuni collegi, è stata liquidata con una scrollata di spalle preferendo di gran lunga l’accordo con Silvio Berlusconi.

La vicenda della gestazione di questa scombinata coalizione di centrosinistra ha aggiunto dubbi a dubbi: mettere insieme Emma Bonino e Beatrice Lorenzin, che sono distanti anni luce su molti temi caldi, non è stata una grande trovata, solo per fare un esempio. E d’altra parte un centrosinistra senza la sinistra che senso politico ha? Non è stato un gesto di unità e di dialogo nemmeno il modo con cui si sono scelte le candidature del Pd, isolando quel che resta della minoranza (che proprio sull’unità del centrosinistra aveva insistito senza ottenere risultati) e facendo valere in molti casi il principio della fedeltà al leader piuttosto che quello della competenza o della rappresentatività. Aver piazzato alcuni personaggi discussi nei collegi storicamente di sinistra (Casini a Bologna, Lorenzin a Modena) non ha fatto altro che provocare ferite e lacerazioni tra gli iscritti e nel popolo del centrosinistra.

Quindi, quando e come Matteo Renzi e il Pd hanno lavorato per l’unità del centrosinistra? Se tutto questo, infatti, vuol dire lavorare per l’unità del centrosinistra, evidentemente noi non abbiamo capito molto di quello che è successo negli ultimi anni e soprattutto negli ultimi mesi e non si spiega nemmeno la “disperazione” che aveva colto Prodi alla vigilia dello scioglimento delle Camere. Oppure c’è un’altra ragione: l’ex leader dell’Ulivo sta cercando in extremis di mettere una toppa su una situazione che peggio di così non poteva essere per il partito di cui è uno dei fondatori e che rischia di naufragare nel voto del 4 marzo. Insomma, un tentativo di riduzione del danno.

Se è davvero così però, la sua uscita rischia di produrre l’effetto contrario. Perché è così artificiosa da suonare troppo stonata. E’ così plateale e senza sfumature da apparire troppo forzata. Soprattutto perché le ultime mosse di Renzi sono semmai l’ennesima prova che con il pugno di ferro e programmi che contengono troppi spunti liberisti non si ricostruisce il centrosinistra. Di più: non si riporta la fiducia tra quegli elettori che sono finiti nel mare magnum dell’astensione. Per questo anche il giudizio su Grasso e su Liberi e Uguali contiene lo stesso grado di forzatura, con un giudizio tagliato con l’accetta senza tener conto della genesi della scissione e delle scelte sbagliate che l’hanno favorita, dall’Italicum alla riforma costituzionale fino al referendum che ha spaccato il centrosinistra e il Paese. Insomma, Prodi fa finta di non capire che oggi le condizioni politiche per l’unità non ci sono e che la responsabilità – non tutta certo, ma sicuramente la parte più grande – è sulle spalle proprio di Renzi.

Ci vorrà ben altro per rimettere in piedi un centrosinistra che proprio con Prodi, soprattutto nel ’96, ha vissuto la sua migliore stagione e che ora invece annaspa alla ricerca di un risultato che sia solo meno peggio di quello che si immagina o che pronosticano i sondaggi. Ma questo il professore lo sa bene.