Paesi Bassi: negli exit poll
la sinistra è avanti,
flop dei sovranisti

La sinistra, secondo gli exit poll, conquista il primo Paese europeo andato alle urne per rinnovare il parlamento dell’Unione. Il Regno Unito ha scelto di non rendere note le dichiarazioni di voto-campione e di allinearsi agli altri Stati membri nel dare domenica, a urne ovunque chiuse, i risultati. Nei Paesi Bassi, invece, gli exit poll sono stati pubblicati un minuto dopo la chiusura delle urne. Il PvdA, il partito del lavoro di Frans Timmermans e Lodewijk Hasscher, è avanti con cinque eletti. I liberali del Partito della libertà e della democrazia del premier Mark Rutte seguono con quattro eurodeputati, alla pari con i cristiano-democratici. Thierry Baudet, il leader del partito xenofobo, antifemminista e di estrema destra Forum per la democrazia non fa le faville che prometteva, aggiudicandosi, secondo i poll, 3 seggi, gli stessi conquistati dai Verdi di Sinistra di Jesse Klaver. I Groenlinks hanno migliorato le posizioni con un coraggioso programma pro-migranti e per un’economia del tutto funzionale alla salvezza dell’ambiente.

Nel complesso, “Una forte dimostrazione pro Europa”, titola il Washington Post, commentando i risultati in questa piccola ma importante nazione. “Surprise générale aux Pays-Bas” per Le Monde, che sottolinea come, socialisti in testa, le formazioni che riconoscono le ragioni dell’unità abbiano vinto ampiamente. Der Spiegel titola: “Nei Paesi Bassi i socialisti già festeggiano” e mette una grande foto dei giovani sostenitori esultanti.

Fondato nel 1946 come fusione tra partito socialdemocratico dei lavoratori, Lega democratica del libero pensiero e Unione cristiano-democratica, il PvdA è guidato da Lodewijk Hasscher a livello nazionale e rappresentato su scala europea da Frans Timmermans, politico e diplomatico di lungo corso, che unisce bonarietà e fermezza nel difendere i principi fondanti dell’Unione. Si era già candidato, nel 2018, a presidente della Commissione europea dopo Junker. Vedremo se la spunterà su altri candidati e candidate. Lodewijk Asscher, che ha insegnato legge all’università di Amsterdam, è ben allenato al dialogo tra le differenze: padre ebreo e liberale, mamma cattolica e socialista, ha dato ottima prova di sé come assessore ad Amsterdam e come ministro degli affari sociali e del lavoro.

Il suo collega socialista e mentore Timmermans parla molto bene l’italiano (liceo St. George di Roma), ma anche il russo, l’inglese, il francese e il tedesco. Ama la letteratura francese e il diritto europeo, e si è laureato in entrambe le materie. In campagna elettorale ha detto di volere un’Europa dove le persone si prendano cura l’una dell’altra, vivano dove vogliono, s’innamorino di chi vogliono e credano in ciò che vogliono, senza differenza di etnia, nazionalità, genere o età. Forte l’insistenza di Timmermans per un’economia circolare, che riduca lo scarto, distribuisca la ricchezza e usi al meglio le limitate risorse naturali.

Alla viglia del voto coloro che sembravano i due grandi contendenti, il premier Rutte e lo xenofobo Thierry Baudet, si sono sfidati in un confronto televisivo seguito da un milione e mezzo di spettatori. Non sempre l’audience si trasforma in voti. Critici nei confronti di un talk-show che, per il format e la polarizzazione dei candidati, avrebbe lasciato poco spazio per riflettere, i Verdi di Sinistra hanno risposto proponendo un minuto positivo di tv. Hanno raccolto con una colletta trentamila euro e, prima del duello tra i due presunti big, hanno trasmesso uno spot. Sessanta secondi dedicati alle iniziative del partito di Jesse Klaver e Judith Sargentini per promuovere le donne europee, in aperta polemica con le posizioni anti-femministe di Baudet.

Del Regno Unito si possono già dire con certezza alcuni fatti. Il primo, proprio brutto, definito “una catastrofe democratica” dall’Independent, e probabile “fonte di guai giudiziari” dal Guardian, è che centinaia di cittadini dell’Unione Europea non britannici, iscritti ai seggi, non hanno potuto votare. Confusione, vistosi errori amministrativi, mancate notifiche della Commissione elettorale, hanno impedito a questi elettori di esprimersi. La procedura è molto semplice e non si comprende cosa mai possa essersi inceppato: il comune di residenza scrive al cittadino europeo che risiede in un altro Stato membro dell’UE che può votare per uno dei partiti nel Paese in cui si trova, se lo desidera. Il cittadino invia la conferma al Comune e arriva il certificato elettorale dopo pochi giorni. In definitiva due lettere e un francobollo, essendo l’affrancatura del votante gratuita.

Nel Regno Unito le scene sono state incresciose e solo i cocciuti che hanno chiesto ai presidenti di seggio di fare un doppio controllo per vedere se il loro nome compariva nelle liste generali ce l’hanno fatta a votare. Pesano intanto le dimissioni, la sera prima delle elezioni, della leader alla Camera dei Comuni Andrea Leadsom, a suo tempo braccio destro di Theresa May, in polemica con le troppe, e peraltro non apprezzate, concessioni della premier ai laburisti. Che mettono in campo personalità nuove e interessanti, come Laura Parker, giovane talento di Momentum, che sostiene Jeremy Corbyn. In un’intervista a Repubblica-L ’Espresso Parker esalta l’importanza di una sinistra che sia sé stessa, veramente antagonista a conservatori e moderati. E in un altro intervento sull’Independent, assieme alla sua collega Eloise Todd, chiarisce gli obiettivi ambientali del Labour e dimostra la scarsa preparazione della destra in un ambito che nessun amministratore può oggi trascurare.

Per scegliere l’Europa che verrà c’è ancora tempo prima di domenica, nella maggior parte dei Paesi, Italia compresa. Settanta leader hanno chiesto intanto che la presidente della commissione o del consiglio europeo sia affidata a una donna. Atto riparatorio per candidature di fatto garantite a due terzi di maschi.