La sfida delle primarie
Ai gazebo Pd
contro la destra

Se è giusto definire, come ha fatto il sindaco di Milano Giuseppe Sala, i 200 mila del corteo anti-razzista di People, un “momento spartiacque” nell’opposizione al governo xenofobo-sovranista, lo stesso speriamo si potrà dire domenica notte delle primarie del Pd. Nei circoli e nei gazebo sono attesi un milione di elettori, o almeno questo è l’obiettivo che hanno fissato i tre concorrenti per la leadership, Zingaretti, Martina e Giachetti. In realtà, la speranza è che possano essere ancora di più, nonostante i problemi politici e organizzativi del partito, che in questa campagna ha potuto investire, a differenza del passato, scarsissime risorse. Ma forse mai come questa volta, l’appuntamento con le primarie va ben oltre le scelte e lo stesso destino del Pd. E’ in gioco, in fondo, una questione di democrazia. E non è un caso se sia tornata a farsi sentire la voce di Romano Prodi, di solito non proprio generoso con i suoi successori, con un forte appello alla partecipazione: il voto non serve solo a scegliere il nuovo leader del Pd ma anche a mettere un argine a xenofobi e populisti al governo del Paese.

L’effetto mobilitazione anti-Salvini-Di Maio può effettivamente rivitalizzare una competizione che nel tempo ha perso molto mordente, anche per i limiti e le contraddizioni di quello strumento. Mai come oggi il Pd appare in difficoltà. Ai minimi storici di consenso e rappresentanza, privo di una guida da ben un anno, il partito della sinistra riformista ha iniziato tra mille problemi la sua “traversata nel deserto”, lanciando qualche timido segnale di ripresa. Alle più recenti elezioni amministrative di Abruzzo e Sardegna, si è posto come perno (ancora molto debole) di una alleanza più vasta, capace di nuovo di competere con la destra ma non ancora di vincere.

C’è da sperare che una nuova leadership il più forte possibile, possa intensificare e accelerare la riorganizzazione del proprio campo. Dei tre candidati non è un mistero che sia Nicola Zingaretti quello con le maggiori chances per realizzare l’impresa. Al di là dei contenuti, per paradosso il presidente della Regione Lazio, può contare sullo stesso vantaggio di cui ha goduto Matteo Renzi nelle due precedenti primarie: come allora il partito ha bisogno di una guida forte e riconoscibile, dopo mesi in cui si è espresso solo con i tweet e con le comparsate televisive dei soliti noti.

Ma è comunque sui contenuti che bisogna tornare per misurare le distanze tra i tre. Semplificando. Giachetti non è affatto propenso a vedere errori nella precedente leadership, anzi rivendica con molto orgoglio i risultati dei governi Renzi e Gentiloni e il modello “a vocazione maggioritaria” del partito. Assolve Renzi in tutto e per tutto e iscrive la storica sconfitta del 4 marzo più che altro a un ciclo storico europeo e mondiale (Ma allora tanto varrebbe a iscriversi alle liste elettorali dei democratici americani…). Zingaretti è quello che maggiormente pone l’accento sulla discontinuità rispetto alle scelte renziane e non solo, e scommette sul Pd come perno di un modello “allargato” di alleanze. Martina, infine, si tiene nel mezzo, insiste su una nuova unità tra i Democratici come condizione primaria per tornare a vincere e  si mostra più sensibile alla proposta di Carlo Calenda per un listone europeista alle elezioni di maggio.

Alquanto in sordina il tema del partito: come rilanciare i circoli, come dare maggiore spazio alle donne e ai giovani – penalizzati anche in questa campagna – come far contare davvero iscritti ed attivisti che domenica renderanno possibile ancora una volta una grande prova di democrazia. Le primarie saranno l’ultimo atto del quinto congresso del Pd: tra tanti limiti, non ci sono uguali neanche alla lontana, nella politica italiana, a cominciare da quelle forze che si sono autonominate “voce del popolo”.