Primarie, correnti e scarsa identità:
ecco perché il Pd è un partito sbagliato

L’insieme delle regole che definiscono la vita e la struttura di un partito contiene una sorta di trama normativa: ossia, un insieme di principi che ne determinano concretamente il profilo e il modo di essere. La “costituzione formale” agisce sulla “costituzione materiale” e interagisce con essa: il quadro delle regole pone dei vincoli e condiziona il modo di lavorare di un partito.

Naturalmente, modello organizzativo e opzioni politico-strategiche non possono essere disgiunti, si intrecciano profondamente: le diverse fasi che ha attraversato il Pd in questi dieci anni di vita hanno condizionato lo “stato del partito”, anche dal punto di vista organizzativo. Le stesse regole possono essere, e sono state, interpretate e “usate” in modo diverso dalle diverse leadership che si sono succedute. E, nel corso di questo lavoro, avremo modo di notarlo. E tuttavia, l’impianto fondativo di un partito si rivela anche come un vincolo che esercita anche molti effetti inerziali, non sempre modificabili: crea un momentum che può essere molto più facilmente accentuato che non frenato o rovesciato. Per questo riteniamo legittima una trattazione analitica del modello organizzativo, che consideri certo l’evoluzione più generale della politica del partito, ma che la mantenga sullo sfondo.

Questo approccio si rivela poi particolarmente utile nel caso del Pd: un partito ancora “giovane”, fondato ex novo sulla base di alcune esplicite finalità e idee ispiratrici, che hanno trovato nelle regole statutarie una precisa e consapevole espressione. Proprio per questo, è possibile adottare un atteggiamento quasi “sperimentale”: verificare quali effetti e quali conseguenze hanno avuto quelle idee ispiratrici, e come hanno funzionato quelle regole. In che termini era stato concepito e progettato il Pd? A quale modello di partito si è ispirata la sua costituzione? E oggi, a dieci anni dalla sua fondazione, come possiamo giudicare gli effetti che queste regole hanno prodotto sulla natura e il modo di operare del partito stesso? Come sono state interpretate, adattate e utilizzate queste regole dalle diverse leadership che si sono succedute? Il Partito Democratico, così com’è oggi, è frutto della mancata o distorta realizzazione del modello originario; è frutto delle sue promesse non mantenute? O, piuttosto, la crisi grave e indubitabile di questo partito è anche il frutto delle premesse stesse con cui questo partito era stato immaginato, e degli effetti perversi e/o imprevisti che ne sono derivati?

La tesi che, alla fine, ci proponiamo di dimostrare è molto netta: al di là di tutto ciò che può essere ricondotto alle varie opzioni strategiche adottate dalle varie leadership, alcune ragioni della crisi di questo partito vanno individuate nel suo stesso impianto fondativo, nell’idea stessa di partito che ne ha segnato la nascita e accompagnato lo sviluppo. Spesso, di fronte ad un passaggio critico nella vita di un partito, si invoca il ritorno allo “spirito delle origini”: ebbene, ciò che ci proponiamo di mostrare è come, nel caso del Pd, sia stato proprio questo “spirito” ad essere viziato da alcune tare costitutive, che hanno pesato sulla sua attività e che si sono anzi aggravate con il trascorrere del tempo.[…]

Nel complesso, emergono alcune essenziali caratteristiche che hanno segnato profondamente la natura del Partito Democratico e che possiamo riassumere in tre fondamentali “miti fondativi”, che si sono rivelati forieri di conseguenze negative, talora anche disastrose: a) il mito del “partito aperto”; b) il mito della “contendibilità”; c) il mito del partito “post-ideologico”.

 

A. Il Pd è definito nello statuto un partito «di iscritti e di elettori» e molte disposizioni statutarie sono caratterizzate dalla mancata distinzione e dalla sovrapposizione tra i “diritti” degli iscritti e quelli di un corpo indifferenziato di “elettori”. Com’è noto, la stessa procedura di «elezione diretta» del segretario (impropriamente definita come una “primaria”) prevede che ad essa possa partecipare chiunque, salvo una formale adesione ad una dichiarazione e il versamento di un modesto obolo. La conseguenza è stata quella di costruire un partito privo di confini organizzativi, privo cioè di uno stabile corpo associativo in grado di esercitare una piena sovranità democratica. Una domanda, con il passare degli anni, è divenuta sempre più stringente e diffusa: perché mai un cittadino dovrebbe iscriversi al Pd, se i poteri di cui può godere sono del tutto simili a quelli di un qualsiasi altro elettore? E se, anzi, la scelta stessa del leader è “devoluta” ad un corpo indistinto di “elettori” che possono anche non avere alcun legame organizzativo e associativo con coloro che invece scelgono di “militare”? A questa scelta è legato un altro dato fondamentale: Il modello di democrazia interna che regge la vita del Pd non è ispirato ai principi della democrazia rappresentativa, ma ad una concezione che è giusto definire apertamente plebiscitaria, ovvero una visione della democrazia in cui la funzione preminente è quella dell’investitura di un leader, a cui “il popolo” (nel nostro caso, “il popolo delle primarie”) conferisce un’autorizzazione al comando.

 

B. Sin dalle origini, si è pensato che un tratto innovativo del Pd dovesse essere quello di essere un partito “contendibile”, sia per le cariche interne che per quelle istituzionali. Nelle intenzioni di chi usava il termine positivamente, un partito “contendibile” doveva essere un partito che assicurasse una costante “circolazione delle èlites”. Così come accade nei mercati concorrenziali “perfetti”, l’azione competitiva di molti agenti avrebbe dovuto agire come un fattore dinamico di innovazione. A dieci anni di distanza, possiamo ben dire che questa logica della “contendibilità”, applicata ad un partito, si è rivelata disastrosa: lungi dall’essere il veicolo di una concorrenza salutare, è stato il veicolo attraverso cui si è prodotto un controllo oligopolistico del potere (del “mercato”).

La “contesa” c’è stata certamente, anzi si è rivelata spesso molto accesa; ma non solo e non tanto su base politica, bensì tra gruppi e cordate, potentati e filiere di potere. Ma non si tratta di una qualche strana perversione autolesionista, che porta ad un partito “litigioso”: è la forma organizzativa che il Pd si è dato e che ha praticato, a costituire le precondizioni per questa profonda distorsione. Nel Pd mancano sedi, strumenti, incentivi e vincoli che favoriscano una gestione collegiale del partito; e mancano sedi e occasioni di un vero dibattito politico. “Chi vince prende tutto”, è la logica che ha guidato il conflitto interno: una fisiologica, e potenzialmente produttiva, competizione interna non trova luoghi di mediazione, e si “scarica” così nello scontro per l’acquisizione di potere nelle istituzioni. A queste caratteristiche, si lega un altro elemento: è pur vero che gli iscritti contano, e “si contano”, in alcune fasi della vita del partito: ma ciò accade, in particolare, quando si tratta di eleggere gli organismi dirigenti locali, e dunque quando si tratta di decidere sul controllo delle articolazioni territoriali del partito.

Ma proprio in questa asimmetria possiamo cogliere uno dei tratti costitutivi della “mutazione genetica” del Pd: da una parte, si disincentiva un’adesione al partito motivata da ragioni politiche e ideali di carattere generale, giacché per incidere sulle grandi scelte politiche del partito basta partecipare, da “elettore”, alla procedura di elezione diretta del Segretario nazionale; dall’altra parte, si incentiva l’iscrizione al partito conferendo agli iscritti un potere rilevante sulla scelta degli organismi dirigenti locali, – organismi che hanno un ruolo decisivo, ad esempio, nella sottoscrizione delle candidature alle primarie per le cariche istituzionali. Ed è a questo punto che, come possiamo facilmente intuire, si aprono dinamiche fortemente differenziate, sul piano locale e regionale, come mostreremo nel corso del nostro lavoro: chi e come “organizza” il tesseramento? Perché i (pochi) dati disponibili sull’andamento delle iscrizioni mostrano forti oscillazioni e anomalie, con un “picco” prima dei congressi e delle votazioni che incidono ai fini del potere locale?

 

C. E’ divenuta oramai un’opinione corrente quella che descrive il Pd come un partito privo di “una cultura politica condivisa”, o come un partito privo di un’”identità” ben definita. E’ vero, ma anche in questo caso non si tratta di uno smarrimento dell’originario “spirito del Lingotto”: anzi, è già nella fase costituente del nuovo partito che possiamo cogliere una delle fondamentali faglie che hanno incrinato la vita del Pd, ossia l’idea di un partito post-ideologico. A quel tempo correva l’idea che la convergenza sui programmi fosse un collante sufficiente, che non occorressero più “visioni del mondo” condivise. Ma la storia di questi dieci anni mostra quanto questa idea non regga: un partito, degno di questo nome, non può vivere senza una cornice comune di idee e principi. E’ vero che il Pd, almeno alle origini, si richiamava alle culture politiche (al plurale) che si ripromettevano di fondersi nel nuovo partito; ma la realtà è stata che queste culture politiche, nel migliore dei casi, sono vissute in una condizione di reciproca indifferenza. Negli anni a noi più vicini, poi, queste richiamo alle “radici” delle culture politiche fondatrici è apparso sempre più sbiadito, fino all’evanescenza.

Insomma, il Pd è un partito “sbagliato” (mal concepito e mal funzionante) per le caratteristiche del suo impianto organizzativo, e per il modello di democrazia a cui si sono ispirate le sue procedure decisionali; ma anche perché ha preteso di poter fare a meno di una propria, specifica identità politica e culturale, di potersi reggere senza un patrimonio comune di idee e di principi.

Tuttavia, le questioni che pone l’analisi del modello politico e organizzativo del Partito Democratico vanno oltre il caso di un singolo partito; per questo, nel capitolo finale, proveremo ad allargare lo sguardo, a partire da un interrogativo: è possibile sfuggire al dilemma tra un puro ripiegamento nostalgico verso i modelli di partito che abbiamo conosciuto in passato, da un lato, e la mera rassegnazione ai (cattivi) modelli del presente, dall’altro? E’ possibile un’altra idea di partito? E come la si può caratterizzare? Offriremo alcuni spunti di discussione in questo senso, muovendo da una domanda radicale: in fondo, a cosa serve un partito (democratico e di sinistra)?

Infine, ci chiederemo: il Pd è un partito (ancora) “riformabile”? Non daremo una risposta, che sarebbe frutto di un giudizio formulato sulla base di personali valutazioni politiche: il lettore potrà giudicare sulla base degli elementi che cercheremo di offrire. Nel momento in cui diamo alle stampe questo lavoro, il Partito Democratico ha avviato le procedure per l’elezione del nuovo segretario, con le cosiddette “primarie” (vedremo, nel corso del nostro lavoro, quanto impropria sia questa definizione) fissate per il 3 marzo 2019. Sebbene alcune voci abbiano invocato, in questi mesi, un “vero congresso”, le regole vigenti non sono state modificate. E dunque, quale che sia l’esito di questa vicenda, quali che siano gli orientamenti politici della nuova leadership, una cosa è certa: il tema di un radicale ripensamento del modello politico e organizzativo di questo partito rimarrà all’ordine del giorno. Ma è un tema di portata più generale: sia coloro che si propongono di rinnovare il Pd, sia coloro che pensano invece si debba muovere verso una completa ricostruzione del campo della sinistra e dei partiti che lo compongono, non possono pensare di affrontare queste imprese dedicandosi solo alle idee, ai programmi e alle strategie. É altrettanto importante una discussione sulla forma organizzativa e sul modello di partito che si intende realizzare e perseguire: perché non basta avere buone idee se non hai uno strumento, un partito, che connetta efficacemente analisi della realtà e azione politica. E se non sei guidato da un’idea dei compiti che un partito, oggi, si ritiene possa e debba assolvere; e da un’idea di democrazia a cui ispirarsi.

 

 

Questo testo è tratto dall’introduzione

al libro di Antonio Floridia

Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito democratico

Castelvecchi Editore

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Antonio Floridia dirige l’Osservatorio elettorale e il settore “Politiche per la partecipazione” della Regione Toscana.  Ha insegnato presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze ed è stato presidente della Società Italiana Studi Elettorali.
Il libro sarà presentato il 4 febbraio, alle ore 18 a Firenze, Libreria Feltrinelli Red, Piazza della Repubblica, con Nadia Urbinati e Piero Ignazi  e l’8 febbraio, alle ore 21 a Milano, Casa della Cultura, Via Borgogna 3, con Alberto Martinelli, Mario Ricciardi, Nadia Urbinati