Prigioniero dei miei duecento metri
colgo la straordinaria ricchezza della vita

La tensione tra vita contemplativa e attività sociale riguarda l’essere umano fin dalle origini della cultura occidentale. Già in Platone, i filosofi della città ideale – kallipolis – appaiono a tratti divisi tra il desiderio della speculazione filosofica e la necessità di impegnarsi socialmente per il bene comune.

Questa riflessione generale assume oggi un’inaspettata attualità. La clausura a cui siamo stati costretti negli ultimi mesi, le limitazioni della vita sociale, ci hanno messo davanti alla nostra solitudine, ma hanno forse portato anche ad una riscoperta del tempo trascorso con noi stessi, o con i nostri cari. Niente più giornate passate in ufficio, o treni da prendere per pendolare da un nucleo urbano all’altro. È cambiata davvero solo in peggio la nostra vita?

Le poesie di Pietro Berra pongono la domanda dal punto di vista di chi già da anni aveva deciso di mettere una certa distanza tra sé e la vita della città industriale, andando a vivere in una casa “nei boschi ai margini della città di Como”. L’immagine delle “radici” diventa allora metafora che lega  il mondo naturale a quello degli artefatti umani, e che converge in una domanda: come può l’essere umano sentirsi radicato, entrare in contatto con i propri sentimenti profondi, senza essere controllato dalle circostanze esterne di una vita sempre più frenetica?

La poesia suggerisce percorsi

La poesia non è filosofia, non fornisce risposte univoche ma suggerisce strade, sentieri. Così il titolo del componimento Duecento metri, che inizialmente può far pensare ad una corsa olimpionica, indica in realtà un’esperienza che a molti è capitato di fare, ultimamente. Chiusi i locali, chiusi i negozi. Obbligo di restare nei pressi della propria abitazione. Ci ritroviamo così a camminare nel nostro quartiere, senza una meta precisa, con la possibilità di scoprire, in quei duecento metri, un microcosmo, se teniamo gli occhi aperti. I luoghi che sempre ci erano sfuggiti perché troppo vicini, le facce delle persone. Una biodiversità che di solito notiamo solo nei rari momenti in cui ci allontaniamo dalla civiltà, per immergerci nella natura: “Io esco dal sepolcro e mi stupisco/ di quanta vita incontro/ nei miei duecento metri”. Prestare attenzione a ciò che ci è vicino, senza avere la mente inchiodata alla prossima scadenza, dilata anche la dimensione temporale. Improvvisamente il paesaggio non è unicamente qualcosa da sfruttare, ma una superficie in cui il lavoro dell’uomo, delle generazioni passate, si è sedimentato: “Buongiorno pietre acquasantiere/ che conservate il nettare del cielo/ negli incavi scavati dai miei progenitori”. Non solo dunque un radicarsi nel qui e ora, ma la riscoperta della connessione tra individuo e genere umano, che sfida la morte. Forte di queste ritrovate radici, l’io lirico si chiede se davvero l’ordine meramente tecnologico della città industriale serva i suoi abitanti, o se non sia piuttosto un modo per incasellarli e renderli più facilmente schiavi:  “E dopo tutto questo date almeno/ legittimità al mio chiedervi/ se la metropoli alveare/ davvero serve agli uomini/ per vivere meglio/ o non piuttosto al re di turno/ per meglio possederli”.

La voce degli alberi

Alla sfrenata competizione socio-economica, che relega l’individuo nei ruoli di consumato o consumatore, Berra oppone simbolicamente la voce degli alberi: “Gli alberi sussurrano/ non puoi rischiare di parlargli sopra”. Un grido può essere più forte di un altro grido, ma c’è qualcosa nel sussurro che si sottrae al rumore di fondo, ponendosi su un piano diverso. Non lasciarsi sedurre dai numeri, nella corsa al numero più alto. Scegliere modelli diversi, intraprendere un percorso di conoscenza di noi stessi. Questo significa essere radicati.

La casa diventa allora il luogo in cui siamo disposti a scoprire i personaggi che in noi convivono – “Ora ho ritrovato il mio teatro” –, un gioco di continua scoperta che si oppone al gioco “serio” della città, in cui tutti devono essere identificabili, amministrabili: “La mia città è un gioco, e il gioco/ è scherzo serio, il più serio della vita./ Gioco dei giochi dovrebbe essere la casa/ nostro mondo nel mondo/ dove le maschere da indossare le scegliamo noi”.

Così, dopo aver cercato la giusta distanza, la poesia rende alla società il proprio contributo etico. In un sussurro, come la biodiversità della natura a lei ha sussurrato.

 

– Pietro Berra, L’indifferenza del cinghiale. Poesie dalla quarantena, I Quaderni del Bardo Edizioni,  Sannicola (LE) 2020.