Ppe non caccia Orbán.
Per gli xenofobi di Fidesz solo “sospensione”

Viktor Orbán e il suo partito ultranazionalista e xenofobo Fidesz restano nel PPE. L’assemblea dei partiti popolari d’Europa, riunita ieri a Bruxelles, non ha avuto il coraggio di espellere il leader ungherese, che da anni insidia le istituzioni di garanzia democratica del suo paese, teorizza la “democrazia illiberale” e porta avanti una dura campagna contro l’Unione europea. Con 190 voti e solo tre astensioni il congresso del PPE ha deciso infatti solo la “sospensione” del partito ungherese, del quale 13 dei 50 partiti che lo compongono avevano esplicitamente chiesto l’espulsione. In questo senso si era espresso, ancora ieri, lo stesso presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, fatto oggetto da mesi in Ungheria di una vergognosa campagna di accuse e di insinuazioni. Va ricordato anche che solo qualche mese fa la politica xenofoba e contraria ai diritti civili del governo ungherese fu condannata dal Parlamento europeo con un voto a larga maggioranza cui parteciparono la maggior parte dei deputati popolari. Tra i pochi che votarono contro la condanna ci furono i deputati di Forza Italia.

Ora il Fidesz non potrà partecipare alle votazioni in seno al PPE né avanzare candidature a posti per i quali serva il consenso del partito europeo o del gruppo al parlamento di Strasburgo. Tra qualche mese, e sicuramente dopo le elezioni europee di fine maggio, tre probiviri nominati ieri dovranno decidere se e come gli ungheresi si siano “pentiti” e siano pronti a rientrare nei ranghi. Né Orban né gli altri dirigenti di Fidesz, per il momento, sembrano intenzionati a recedere dalle posizioni reazionarie e xenofobe che hanno portato alla messa sotto accusa.

Viktor Orban e Silvio Berlusconi

Per evitare l’espulsione, Orbán, in un confuso negoziato con il capogruppo parlamentare Manfred Weber e con il presidente del partito Joseph Daul, si sarebbe deciso ad accettare i tre punti che gli erano stati prescritti per ottenere di restare nel PPE: l’immediata cessazione della campagna antieuropea con gli insulti a Juncker (indicato nei manifesti di Fidesz come succube dell’odiatissimo George Soros) e la rinuncia alla analoga campagna che era già pronta per lo Spitzenkandidat dei socialisti Frans Timmermans; la presentazione di scuse formali per gli insulti alle istituzioni di Bruxelles e ai loro responsabili;  l’accettazione di un compromesso sulla permanenza a Budapest dell’Università Europea finanziata da un fondo sostenuto da Soros (università, detto per inciso, presso la quale si è laureato a suo tempo lo stesso Viktor Orbán). Il compromesso sarebbe stato trovato con un escamotage in base al quale l’università resterà formalmente aperta ma gli studenti dovranno trasferirsi in Baviera.

Come è facile notare, si trattava di richieste non proprio severissime cui Orbán avrebbe cercato comunque di svicolare, presentando invece delle scuse una dichiarazione nella quale avrebbe affermato di “dispiacersi” se qualcuno si era sentito offeso per essere stato trattato come un nemico, traditore dei sacri interessi dell’Ungheria, servo di Soros e di oscuri poteri forti nemici del popolo magiaro.

Decisivo, nel voto dell’assemblea, sarebbe stato l’orientamento dei due partiti tedeschi, la CDU e la CSU bavarese, che avrebbero all’ultimo momento ammorbidito la propria posizione dura nei confronti degli ungheresi. Esponenti tedeschi, comunque, al margine dell’assemblea facevano sapere, ieri, di ritenere inevitabile l’espulsione dopo il giudizio dei probiviri a meno che Orbán e gli altri dirigenti di Fidesz non cambino davvero e radicalmente atteggiamento sulla libertà di stampa, sull’indipendenza degli organi di controllo democratico (Corte costituzionale, Corte dei conti) e della Banca Centrale e non rinuncino alla loro teorizzazione della “democrazia illiberale”, secondo la quale il consenso elettorale esimerebbe i leader politici dal rispetto delle garanzie democratiche e dei diritti umani e civili.

Tra i pochissimi partiti del PPE esplicitamente favorevoli al Fidesz, e perciò contrari anche alla sua “sospensione”, c’è da annoverare anche Forza Italia. Per motivi che non sono proprio chiarissimi, Berlusconi ha sempre difeso il suo “grande amico Viktor”. Cosa che non ha mancato talvolta di mettere nell’imbarazzo il fedelissimo Antonio Tajani, attuale presidente del Parlamento europeo, come in occasione del voto di condanna ricordato sopra.