Pons: l’Ottobre non fu
una parentesi della Storia

 

Ecco un paradosso. Del centenario della Rivoluzione d’Ottobre si parla in tutto il mondo: rievocazioni, dibattiti, mostre, convegni, ma in Russia se ne parla molto meno che altrove. Una mostra a Mosca, il solito corteo degli eredi del partito comunista che fu, qualche reticente rievocazione in tv e poco altro. Eppure Vladimir Putin qualche mese fa aveva insediato un comitato di storici e politologi proprio per studiare come (e anche quanto) si dovesse commemorare l’evento. A capo del comitato, et pour cause, non c’è uno storico ma un diplomatico esperto di politica estera, il presidente dell’istituto di stato per le relazioni internazionali Anatoly Torkunov: un modo, forse, di proporre una visione “meno russa” della rivoluzione. Proprio Torkunov, però, ha posto la questione a suo modo fondamentale: dobbiamo pensare – si è chiesto – che dalla Rivoluzione d’Ottobre siano passati solo cento anni o che ne siano passati già cento?

Giriamo la domanda al professor Silvio Pons, docente di storia dell’Europa orientale all’Università romana di Tor Vergata, direttore della Fondazione Istituto Gramsci e autore di parecchi libri sull’esperienza dell’Unione sovietica e sul comunismo, tra gli altri “La rivoluzione globale” (Einaudi, 2013).

Professore, Torkunov ci sottopone la questione del modo in cui oggi dobbiamo porci di fronte alla memoria della rivoluzione russa: dobbiamo considerarlo un evento storico e basta, una parentesi della Storia, una vicenda che ha segnato profondamente il secolo scorso ma si è conclusa con la dissoluzione dell’Unione sovietica e del suo sistema? Oppure è una questione in qualche modo ancora aperta, una storia che è parte della nostra attualità?

“Non mi dia del relativista, ma la risposta dipende dal punto di vista in cui ci poniamo, nello spazio e nel tempo. I giudizi che possiamo formulare sulla Rivoluzione d’Ottobre sono molto diversi se visti da Mosca, da Roma o, che so?, dall’America latina. Quanto al tempo, consideri che viviamo in un mondo che si è allontanato molto dalle categorie con cui ragionavamo solo qualche anno fa. L’accelerazione storica acuisce la percezione della complessità dell’evento. Vediamo il paradosso per cui le celebrazioni sono così in tono minore in Russia – e questo già ci dice molto sull’evoluzione della Russia – mentre sono significative e variegate in occidente, dove c’è più attenzione, quasi più pathos, anche se non sempre sono chiari i nessi con il presente e ci si abbandona solo a una specie di passione per gli anniversari. Questo ci dice almeno una cosa: la storia della rivoluzione russa oggi è più problematica di quanto sembrava essere prima del crollo dell’Unione sovietica e non ha più la centralità che ebbe. Pensiamo all’importanza che a quella centralità ha attribuito Eric Hobsbawm nella sua concezione del “secolo breve”. Eppure lo storico inglese era in un momento di distacco dal comunismo. Diciamo che la Rivoluzione d’Ottobre ha subito una sorta di declassamento, che la sua centralità oggi è quanto meno discutibile. Ma attenzione: questo non significa l’oblio, né ha senso la tendenza a dire che essa non ha lasciato nient’altro che una scia di sangue. Questo sarebbe completamente sbagliato. Il fatto che la memoria oggi sia più problematica che in passato, non implica certo la cancellazione della memoria stessa. Semmai la necessità di guardare a quella storia in modo più freddo, più distaccato”.

A proposito di come vedono il passato in Russia. La mostra permanente sulla storia della fortezza dei santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo finisce con una foto delle guardie rosse che fanno prigionieri i ministri del governo Kerenskij. La didascalia (cito a memoria) dice più o meno: ecco i terroristi rivoluzionari fare violenza ai rappresentanti della democrazia. Quando l’ho vista mi ha un po’ stupito perché avevo l’idea che il giudizio storico dell’ufficialità russa fosse un po’ più sfumato. Quella rivoluzione però quella ha fondato uno stato con cui gli attuali dirigenti russi si considerano in continuità. Non si accorgono della contraddizione?

“Ovviamente c’è una contraddizione. Diciamo che essa viene occultata dietro il valore assoluto che viene dato all’unità nazionale. Putin e il suo gruppo dirigente ritengono che si debbano valorizzare le esperienze della storia russa che hanno realizzato l’unità del popolo e respingere come negative quelle che hanno diviso i russi. I russi che arrestano i russi, i russi che sparano ai russi…

In questa chiave Stalin, che pure di russi ne ha uccisi tanti, agli occhi di Putin è meglio di Lenin perché con la guerra è diventato il simbolo dell’unità nazionale.

“Certo. È la chiave di lettura che Putin ha scelto chiaramente nel 2005, per il 60° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale: Stalin guida unificante della Grande Guerra Patriottica. E nel 2015 il concetto è stato ribadito. L’archetipo dei valori della contemporaneità è la Seconda Guerra Mondiale e quindi Stalin è l’eroe positivo, quello che ha tenuto insieme il paese. Invece la memoria della rivoluzione è legata alla guerra civile, quindi alla disunione, ai russi contro i russi”.

Questo vale per la rivoluzione bolscevica d’ottobre, ma il giudizio sulla rivoluzione di febbraio, quella democratica, è diverso?

“Direi di no. Direi che Putin non ama né l’ottobre né il febbraio. Tutta la fase rivoluzionaria del 1917 viene messa insieme nella percezione di un’epoca di sangue. Neppure in merito alla guerra civile si fanno distinzioni tra Rossi e Bianchi. E nessuno dice che l’errore fu sciogliere l’assemblea costituente: l’errore, secondo loro, era cominciato prima. Tutto il ’17 è la memoria di una tragedia. Punto”.

Veniamo dalle parti nostre. Tutti ricordiamo quando Enrico Berlinguer disse che si era esaurita la “spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. Quella frase fu letta come una giusta presa di distanza dalla mancanza di democrazia e dal fallimento economico e sociale dei paesi dell’est. Però testimoniava anche la convinzione che una spinta propulsiva comunque c’era stata. L’idea che la storia cominciata l’ottobre del ’17 a Pietrogrado avrebbe potuto prendere un corso positivo. Era un’illusione, un errore? Bisogna pensare che la rivoluzione bolscevica dovesse per forza sfociare nella dittatura? Stalin è stato un accidente, una deviazione, oppure l’esito inevitabile delle premesse?

“Questa è la domanda che ha percorso tutto il Novecento. Oggi continua a impegnare gli storici, pur se ha perso quei toni di passione politica che erano impliciti anche in quella affermazione di Berlinguer. Per la sua generazione quel problema aveva un grande spessore, ma non so quanto, già allora, coinvolgesse i ventenni, quelli che non avevano memoria della guerra o di Stalin. È una domanda alla quale davvero è molto difficile rispondere anche per uno storico. Me la caverò dicendo che nella storia non c’è mai nulla di inevitabile. Diciamo che il modo in cui avvenne la rivoluzione e poi si scatenò la guerra civile crearono dei presupposti molto forti per ciò che è accaduto dopo. Però questo non vuol dire che dobbiamo vedere Stalin come qualcosa di assolutamente inevitabile: si possono immaginare scenari diversi dopo la fine della guerra civile. Magari scenari anche peggiori: si può pensare, per esempio, che l’Unione Sovietica si disintegrasse subito. La dittatura di Stalin tenne insieme il sistema, ma niente ci impedisce di immaginare una modernizzazione della Russia meno violenta. Però bisogna riconoscere che i presupposti c’erano tutti. Le costrizioni esterne erano molto forti”.

Insomma, non c’è soltanto l’imbarazzo dei russi nei confronti della Rivoluzione d’Ottobre. Tutti siamo un po’ imbarazzati…

“Vanno considerate le due facce della questione. Da un lato, come abbiamo detto, la rivoluzione russa non ha più la centralità storica che ha avuto quando il mondo si divideva tra chi l’ammirava e chi la combatteva. Oggi noi parliamo di “secolo americano”, abbiamo sotto gli occhi l’ascesa della Cina. Però dobbiamo evitare di cadere nell’idea che la Rivoluzione d’Ottobre e poi l’esperienza dell’URSS siano state un’anomalia della storia. Questa è una visione inadeguata, infondata storicamente. Perché vediamo che quelle esperienze hanno messo in moto processi globali che fanno parte della nostra contemporaneità, hanno contribuito a formare il nostro mondo. Per fare un solo esempio, la Cina è anch’essa un prodotto di quella storia. E poi i problemi che le determinarono sono ancora irrisolti. Come le diseguaglianze sociali, anche se oggi ne vediamo venire alla ribalta anche altri, come il problema ambientale”.