Polonia, una legge che difende gli antisemiti

“Situata nel cuore dei Monti Świętokrzyskie, la città di Kielce è un noto centro economico e turistico nella Regione Świętokrzyskie. Sul territorio della città troveremo una varietà di attrazioni per tutti i gusti: dei bellissimi panorami, oltre 250 interessanti monumenti storici ed architettonici, 5 riserve naturali e svariati musei e gallerie d’arte”.

Non troverete, però, in questo ricco depliant dell’ufficio del turismo polacco, il motivo per cui il nome di Kielce, distretto di Świętokrzyskie (Santa Croce, in italiano), è conosciuto, anche se non quanto dovrebbe, fuori della Polonia. Neppure una parola, neppure un cenno, magari imbarazzato, reticente, pudico, a quello che accadde settantadue anni fa, il 4 luglio del 1946 quando Kielce fu teatro dell’ultimo pogrom (conosciuto come tale) della storia d’Europa. Quel giorno, un anno e due mesi dopo la fine della guerra e la capitolazione del Reich, un anno e mezzo dopo che i soldati dell’Armata Rossa avevano portato gli orrori di Auschwitz alla coscienza del mondo, quarantadue ebrei vennero uccisi e altri cinquanta vennero feriti da una folla scatenata mentre la polizia stava a guardare.

Come era accaduto per secoli, dal Medioevo in poi nelle regioni dell’est europeo, ma anche in Germania e talvolta in Italia, in Francia o in Inghilterra, il massacro fu scatenato dalla credenza popolare negli omicidi rituali di bambini cristiani che venivano attribuiti agli ebrei. Un ragazzino raccontò di essere stato rapito da una famiglia di seguaci di Abramo e di essere riuscito a fuggire mentre si preparavano ad ucciderlo. In realtà, confessò molti anni dopo, si era inventato tutto per compiacere i genitori, che odiavano quella famiglia perché, scampata alla deportazione nel campo di sterminio di Treblinka fuggendo in Russia, era tornata in città e reclamava la propria casa che i nazisti avevano assegnato ai polacchi, ancorché slavi e quindi Untermenschen, razza inferiore.

Prima della guerra gli ebrei a Kielce erano 24 mila, più del dieci per cento della popolazione. Nel maggio del 1945 erano rimasti in due. Poi dei circa 400 che si erano salvati perché erano riusciti a passare dall’altra parte del fronte, alcuni cominciarono a rientrare. Nei giorni del pogrom in città ce n’erano 150. Dopo il 4 luglio se ne andarono tutti.

Il 1° settembre il vescovo cattolico Czesław Kaczmarek scrisse sui fatti di Kielce un rapporto in cui sosteneva che “se è necessario dolersi perché sul fronte politico in Polonia muoiono degli ebrei, bisogna dolersi anche del fatto che muoiano, e in quantità notevolmente maggiore, i polacchi”. Questo perché gli ebrei “sono i principali propagatori del regime comunista”, ognuno di loro “ha una buona posizione o infinite possibilità e facilitazioni nel commercio e nell’industria. I ministeri, i posti all’estero, le fabbriche, gli uffici, l’esercito traboccano di ebrei, e sempre nei posti principali” e “la stragrande maggioranza degli ebrei in Polonia diffonde in maniera zelante il comunismo, lavora nei famigerati Uffici di Sicurezza, arresta, tortura e uccide, e per questo va incontro all’avversione della società”. Di fronte a queste “verità”, l’accusa di antisemitismo rivolta alla chiesa polacca è “paradossale e oltraggiosa”.

Dal 1951 al 1955 Kazmarek fu imprigionato dal regime stalinista. Nel ’90 fu riabilitato e nel ’91 Giovanni Paolo II ne celebrò “il coraggio e la coerenza” in un discorso al sinodo di Kielce (durante il quale nessun cenno fu fatto al pogrom del ’46). Una sua statua è stata eretta in città, molto simile a quella di papa Wojtyła che si trova davanti alla stazione Termini a Roma.

I silenzi dell’ufficialità polacca su Kielce, le parole del vescovo Kazmarek dicono molto sull’antisemitismo in Polonia: una questione che è tornata d’attualità con la legge, insieme infame e ridicola, con cui il governo di Varsavia ha deciso di punire col carcere chiunque si azzardi a sostenere che gli antisemiti nel paese non siano stati solo gli invasori nazisti ma anche, prima, durante e dopo la guerra, tanti polacchi. Ma che accompagna la storia del paese da quando esiste come nazione, così come accompagna tutta la storia europea, certo, e con la giusta consapevolezza che tantissimi polacchi non solo non furono antisemiti ma combatterono e diedero la vita per salvare gli ebrei. Come padre Massimiliano Kolbe, che ad Auschwitz pagò con il proprio sacrificio la vita di una famiglia di ebrei e che fu fatto santo nel ’71 da Paolo VI. Come i tanti abitanti di Varsavia che aiutarono, come potevano, gli insorti del ghetto. Tra i Giusti delle Nazioni allo Yad Vashem di Gerusalemme moltissimi sono i nomi polacchi. E con la consapevolezza che l’antisemitismo, in Polonia, è una malattia dello spirito che non ha certo risparmiato i comunisti, che nel 1968 orchestrarono una vera e propria purga antiebraica sul modello di quelle staliniane.

Nei giorni scorsi ci sono stati molti appelli di intellettuali al presidente della Repubblica Andrzej Duda perché non firmasse la legge e molte persone sono scese coraggiosamente in strada per protestare. Si tratta, purtroppo, di minoranze, che avrebbero bisogno dell’attenzione del resto del mondo. A cominciare dall’Unione europea e dalle sue istituzioni. Il silenzio dell’Europa è una vergogna.