“Politica pop”: nel libro di Mazzoleni e Sfardini la politica mediatizzata

Politica pop. Da “Porta a Porta” a “L’Isola dei famosi”

La politica è pop. Come la musica, come lo spettacolo. Ci viviamo dentro, non avendone pienamente coscienza. La tracanniamo a tutte le ore: politici che bramano di essere ospitati nelle trash-trasmissioni di Barbara D’Urso; duelli tra leader politici nei salotti televisivi, gonfiati come se fossero un combattimento all’ultimo sangue; talk show nei quali i politici si trasformano in uomini di spettacolo e gli uomini di spettacolo in politici. In grande imbarazzo, ormai ai margini, sono gli intellettuali. Un abile gioco delle parti. Dalla mattina alla notte, le televisioni si riempiono di trasmissioni ibride. Generi che si mescolano in contenitori nei quali l’unica certezza è data dagli immancabili spot pubblicitari. Un’infinità, da non poterne più. Non si capisce cosa si stia guardando: la trasmissione si basa su temi politici? O è un appuntamento di satira? O uno spettacolo d’intrattenimento nel quale fa capolino il politico smaliziato di turno?

Da qualche decennio ci siamo adattati a un’informazione strettamente legata all’intrattenimento e allo spettacolo. Siamo giunti, ora, in una fase che va oltre. Stiamo assistendo a qualcosa di più esteso e di più capillare che sta plasmando l’informazione e la stessa politica, che ormai sembra essersi piegata totalmente a questo fastidioso gioco delle parti. Siamo, appunto, alla politica pop. Questa espressione, già molto diffusa all’estero, che segnala un fenomeno che caratterizza da molto tempo le democrazie occidentali, è ancora scarsamente usata in Italia. Lo fanno due studiosi, Gianfranco Mazzoleni e Anna Sfardini, in un prezioso volume da pochi giorni nelle librerie (La Politica pop. Da “Porta a Porta” a “L’Isola dei famosi”, il Mulino) nel quale si coglie la sostanza dei mutamenti in atto. Finalmente gli studi sulla politica e sull’opinione pubblica si legano più sistematicamente agli studi sugli effetti dei media, anche perché parlare di “popolarizzazione della politica”, porta a dare rilievo alla centralità delle logiche mediali nella sfera politica e istituzionale.

Gli anni Ottanta e la diffusione della media culture

“La rappresentazione mediatica della politica non è solo appannaggio sella macchina dell’informazione – notano i due studiosi – ma è un’attività che riguarda sempre più anche l’industria dell’intrattenimento.”. Il sistema politico ha cambiato pelle in quanto non riserva solo ai media il privilegio della personalizzazione e della spettacolarizzazione ma li fa propri, “li incorpora nella e della comunicazione politica”. I politici non sono comprimari, ma attori entusiasti. Negli Usa, da decenni, si pratica la commistione tra le narrazioni televisive, la cultura popolare e la sfera di azione politica. Il libro ne offre un vasto repertorio per storicizzare il processo, offrendo spunti anche per quanto riguarda l’uso del cinema e della musica, specie quella pop e rock, proprio nel rapporto con la politica. Il cinema e la musica che sono stati e restano “macchine straordinarie di politica spettacolo o di politica di intrattenimento e anche forma di impegno civile, specie per il pubblico giovanile”.

Da noi, e non solo da noi, la televisione è stata maestra nel disegnare i nuovi sentieri della spettacolarizzazione della politica e ha contribuito a determinare un ambiente mediale che azzera tutte le precedenti distinzioni tra generi, pratiche sociali e campi discorsivi. Già Altheide e Snow, i due autori del libro Media Logic, avevano avvertito, nel pieno degli anni Ottanta, che la modalità espressiva della radio e della televisione si stava allargando ad altri universi simbolici e ad altre istituzioni. Parlavano dell’affermarsi di quella media culture, intesa come l’insieme delle modificazioni che portano la comunicazione ad affermarsi come un’istituzione tra le istituzioni. I media non più succubi delle altre sfere che agiscono nell’arena pubblica, dalla religione alla politica, fino allo sport.

Fin da quei tempi si era, dunque, compreso che la televisione, tra tutti i media, era il mezzo più adatto a “esprimere alla massima potenza questa innovazione mediatica nell’arena politica” . Insomma, ha sommato in sé tutte le grammatiche e le valenze sociali dei vecchi mass-media e ha fatto dell’intrattenimento “il modello naturale per rappresentare ogni esperienza”. Ha così preso forma il genere ibrido per eccellenza, l’Infotainment, che ha caratterizzato sia la produzione dell’industria culturale sia un nuovo modo di fare informazione, portando alla massima ibridazione tra news, contenuti politici e intrattenimento.

L’informazione, per intrattenere, cerca di rendersi piacevole, sempre più piacevole. E per render pariglia, i programmi d’intrattenimento si interessano ai fatti della politica. Fin troppo. Quest’ultimo formato sta, infatti, imperversando. E si può presentare, come segnalano i due autori, sotto molteplici forme: “può essere uno show comico che imita i Tg, o programmi di intrattenimento (inclusi certi film) che pretendono di svolgere la funzione di paladini del cittadino contro lo strapotere della casta politica per mettere a nudo le finzioni che dominano la vita pubblica e la politica”. Un’altra variante è rappresentata dai programmi di satira che commentando le notizie si prendono gioco dei leader, dei partiti e dei governanti, permettendosi libertà di discorsi “politicamente scorretti” che i giornalisti non si potrebbero, in genere, permettere.

Il risultato? La popolarizzazione della sfera politica va in onda a opera non di attori politici ma di professionisti dei media che “plasmano la politica con linguaggi e finalità”. Rispetto alla precedente fase nasce, così, un nuovo fenomeno che prende il nome di Politainment, una nuova comunicazione politica, dove si fondono le forme specifiche della politica e quelle dell’intrattenimento e dello spettacolo. Di esempi ne abbiamo a iosa, con tutte le conseguenze del caso. Alla base di queste pratiche c’è l’idea che la politica possa (debba) essere trasformata in qualcosa di divertente, di attraente, specie in sistemi elettorali dove è più forte la personalizzazione e la competizione si svolge più tra personalità che tra idee e schieramenti. La conquista dell’elettore finisce con il coincidere con la conquista del pubblico televisivo.

Gli errori della Rai e la mancanza di un vero servizio pubblico

L’affermazione delle televisioni commerciali, con l’obbligata necessità di fare ascolti alti così da fatturare grandi pacchetti pubblicitari, ha incentivato questo processo. Anche perché il modello ha coinciso con il tradimento della Rai che ha abdicato al ruolo di servizio pubblico. Se si escludono alcune più recenti presenze di nuove reti, in realtà, tra le tv commerciali e la Rai non c’è stata competizione, ma condivisione di modelli culturali e formati televisivi. Questa è la vera vittoria di Berlusconi. Viviamo dentro una gabbia che ci appare dorata e che è stata costruita con una tale sapienza che anche gran parte della sinistra c’è finita dentro senza accorgersene.

La politica pop oggi imperversa. Ha la forza di innescare un meccanismo peculiare: il politico può trasformarsi in soubrette. Viceversa, l’uomo di spettacolo si può trasformare in politico. Proviamo a contare i casi? Non bastano più mani. Basta seguire alcuni dei tanti talk show, al pari dei reality o dei talent, per assistere a spettacoli che potrebbero esser offerti a teatro o in qualche cabaret. In nome dello share. La discussione vera tra programmi, schieramenti, personalità della politica e della cultura non porta ascolti e voti. Eppure ce ne sarebbe tanto bisogno. Si può esser seri senza esser noiosi o esser fastidiosi cercando di fare sempre i ganzi, come si dice in Toscana.

I due autori affrontano l’argomento senza lasciarsi andare a giudizi moralistici, limitandosi a cogliere i profondi mutamenti in atto. Tanti e diversi sono i giudizi su ciò che sta avvenendo. C’è chi considera tutto questo come una pericolosa deviazione dal compito civile di formazione dell’opinione pubblica e chi, invece, come un passaggio obbligato a forme di cittadinanza nuova e più sottile. Se a questo sommiamo ciò che avviene nei media digitali, e in particolare sui social, c’è da preoccuparsi: basta leggere i dati forniti ieri dalla Gabanelli. Questa, però, è un’altra storia da raccontare a parte.