Politica malata di “presentismo”,
per la sinistra la sfida è culturale

Il consenso crescente che ricevono le proposte xenofobe e razziste del governo a matrice leghista e, specularmente, l’inefficacia delle repliche dell’opposizione di sinistra e di centrosinistra, tanto numerose e immediate quanto vane, sono segni dell’abissale vuoto di razionalità e di conoscenza che caratterizza l’attuale involuzione italiana. A voler indagare la genesi più recente di questa situazione vengono in mente le riflessioni di Vittorio Foa, che è stato prima antifascista nelle fila di Giustizia e Libertà, poi padre costituente per il Partito d’azione, quindi militante politico in diverse formazioni di sinistra e dirigente negli anni gloriosi della Cgil, infine punto di riferimento intellettuale di un centrosinistra e di una sinistra che ancora resistevano al totale smarrimento. Ebbene, Vittorio Foa nell’ultimo anno della sua vita, il 2008, vedeva con preoccupazione il fenomeno che egli definiva presentismo, vale a dire il progressivo appiattimento dell’azione politica sul presente, che si manifesta tanto nella difficoltà e nell’incapacità di immaginare il futuro, quindi nella deficienza rispetto all’esercizio di uno sguardo lungimirante, quanto nella semplificazione e nella dimenticanza del passato, che così può essere modellato secondo le necessità del momento. In più egli denunciava la progressiva irrilevanza del linguaggio politico che associava alla scomparsa dell’interlocutore, al fatto cioè che la parola politica non rappresentasse più l’impegno verso qualcuno e verso qualcosa, diventando così vuota.

A distanza di dieci anni il presentismo è costume pubblico condiviso in modo più o meno consapevole, al punto che l’azione politica è ridotta a espressione esclusiva di un mero tatticismo volto soltanto alla ricerca ossessiva del consenso, mentre la stampa e l’editoria, che hanno rinunciato da tempo a capire e a riflettere, cioè al loro ruolo intellettuale, sono sempre più votate a favorire di fatto l’indistinzione politica e insieme il narcisismo dei singoli e il loro potere personale. Quest’assenza di pensiero e di conoscenza sono effetti e, al tempo stesso cause, della cecità razionale e della suggestione proprie della propaganda – che non caso è termine di origine religiosa – ormai diventata l’unica forma di linguaggio politico e pubblico. E sono espressioni della propaganda non soltanto lo slogan urlato, ma tutte le irresponsabili teorie, in particolare economiche e antiscientifiche, che giustificano il ritorno da un lato dei nazionalismi e dall’altro del mito superstizioso, così come la ricerca della figura carismatica cui affidarsi.

È il trionfo di quella che Furio Jesi definì nel 1979 cultura di destra, vale a dire una cultura in cui autoritarismo e assertività indiscutibili nutrono il linguaggio di idee senza parole, cioè di formulazioni stereotipate e suggestive, e favoriscono di conseguenza la negazione della problematicità: alla cultura di destra così intesa è facile purtroppo ricondurre oggi più che mai le affermazioni e i comportamenti non solo della destra politica.

La gravità della situazione rende difficile scorgere una reale via d’uscita, che del resto è inscindibile dalla modalità di ricostituzione di una forza politica di sinistra tanto forte e unita da porsi come baluardo nei confronti delle derive antidemocratiche proprie di questo tempo. La difficoltà sta anzitutto nel fatto che le attuali formazioni di sinistra e di centrosinistra si muovono, in modo diviso, fra la riproposta di un bagaglio ideale affermato a parole ma che non ha radicamento nella realtà e la difficoltà di dichiarare in maniera netta la propria parte; invece, in maniera convergente, nel ribadire una denuncia dei comportamenti governativi quasi del tutto disancorata da una concreta azione politica.

Che queste modalità di comportamento siano prive di efficacia è nei fatti, a dimostrazione che il terreno su cui si gioca la scommessa della sinistra è altro rispetto a quello delle cosiddette strategie di comunicazione politica, che mirano non tanto a sollecitare la razionalità dei cittadini quanto la loro bruta emotività, con l’unico obiettivo di costruire velocemente il consenso più manipolabile e più violento. Soltanto il sapere può riqualificare l’azione e la comunicazione politiche perché la scommessa per la sinistra è in primo luogo culturale.

Ciò significa concretamente pensare a un comportamento pubblico che impone in primo luogo di descrivere e di conoscere con attenzione il proprio tempo e chi lo vive attraverso un’azione che si avvale di parole sostenute da un costume coerente, oltreché dall’ascolto e dal dialogo, in luogo del monologo. Affidarsi ai tempi della discussione per pensare e imparare insieme in modo da vedere gli altri – e farli sentire – come interlocutori autonomi, cioè individui sociali capaci di costruire da soli e insieme agli altri il proprio futuro, non più elettori passivi pronti ad affidarsi politicamente sulla base di una fiducia che si nutre della più involuta istintività.

Ben vengano allora tutte le occasioni pubbliche in cui si impara e si discute insieme, infatti i periodi negativi possono anche rivitalizzare la ricerca politica se si privilegia la concretezza dell’esperienza e dei suoi tempi.