Politica, passo indietro
necessario per tutelare
salute e democrazia

Ora che ci avviamo a provvedimenti draconiani per frenare la diffusione del corona virus varrebbe la pena di affrontare un argomento scomodo. Davanti ad un evento di questo genere la democrazia regge? In Cina l’epidemia è stata prima non riconosciuta, poi sottovalutata. Quando è emersa in tutta la su gravità la soluzione è stata drastica, una provincia grande quanto mezza Italia è stata chiusa in un cordone sanitario strettissimo: niente spostamenti, trasporti bloccati, un controllo di polizia durissimo per impedire che le regole venissero eluse. A decidere è stato Xi e con lui la macchina del Partito Comunista Cinese con tutta la forza di un regime non democratico, che sa ritirare fuori il suo volto autoritario e che non deve rispondere all’opinione pubblica interna. E neppure a quella esterna visto che le critiche sono arrivate all’inizio quando il controllo era stato troppo distratto e lasco e non certo a difesa della libertà di movimento dei cittadini o della loro libertà di scelta.

coronavirus pauraImpatto sulla vita quotidiana

In Italia, in vitro potremmo dire, stiamo sperimentando qualcosa di simile (per fortuna ancora non in termini di entità numerica dei contagiati) ma in un regime democratico, anzi di fragile democrazia in cui la fragilità è rappresentata proprio dalla difficoltà di decisione. Le riunioni del consiglio dei ministri di questi giorni vengono raccontate in toni drammatici: quando si parla di chiudere territori, di fermare attività (dalla scuola al calcio, dai musei ai teatri), di una paralisi di un comparto vitale come quello del turismo la prima cosa che i cittadini capiscono è il “tono di voce”. Al di là di tutto è impossibile dire di stare tranquilli e contemporaneamente chiudere tutto. Questo è tanto più vero per un paese in cui i meccanismi democratici e i gruppi dirigenti appaiono insieme per paradosso logori e poco abituati a governare, troppo casta e insieme troppo dilettanti. Per di più si è chiamati ad assumere decisioni che – qualunque esse siano – sono destinate ad essere sottoposte al fuoco dell’opposizione e saranno il terreno di uno scontro elettorale più o meno ravvicinato. Si tratta di decisioni che impattano la vita quotidiana di milioni di persone, determinano l’andamento economico e quindi le sorti reddituali di tutti con un impatto immediato sui ceti più complessi (imprese, partite Iva, professionisti) e più volatili elettoralmente oltre che dotate “per sé” di una buona dose di egoismo economico.

Ogni decisione che viene presa è contemporaneamente incerta negli esiti rispetto alla diffusione del virus. Probabilmente, col senno di poi, sarebbe stato meglio prendere le decisioni più drastiche dieci giorni fa al primo emergere dell’epidemia quando il focolaio era più ristretto. Dall’altra parte quanti diranno che chiudere per 10 giorni tutte le scuole e le università, bloccare tutti gli eventi pubblici (dalla Festa dell’8 marzo alla mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale con i suoi 70.000 biglietti già venduti) è un danno che vale uno o due punti di Pil per un qualcosa che è stato raccontato da tutti come “qualcosa solo un po’ più grave di una influenza”?

L’esigenza è: competenza

Ma torniamo al punto da cui eravamo partiti: la democrazia. Qualcuno lamenta (con una frase che è nella vecchia cassetta degli attrezzi della sinistra) che ci vorrebbe più politica, qualcuno dice che ci vorrebbe un decisore più forte, una voce unica che rappresenti il Paese (ma questo più che un auspicio sembra essere un pezzo di manovra politica alla ricerca di un governo di salute pubblica). Il mio personalissimo parere è che davanti ad un caso come questo a decidere debba essere qualcuno che non va davanti agli elettori, che non è soggetto al conflitto politico. Il decisore deve essere politicamente neutro e professionalmente incontestabile: il presidente dell’OMS? Il Capo dell’Istituto superiore di Sanità? Certo dobbiamo ammettere che tutti e due questi organismi sono soggetti a nomina politica nell’ambito degli equilibri dell’Onu il primo, di quelli italiani il secondo. E allora meglio gli organi scientifici di uno di questi due istituti che hanno come unico obiettivo la tutela della salute con una ottica che supera le “zone rosse” e anche i confini nazionali e che guarda ad un bene “indisponibile”. Certo anche la scienza discute, si divide ma con una competenza nel merito delle cose che ha una forza e una autorevolezza molto più forti della politica.

Il governo pensi a come attuare le misure, a come mitigare gli effetti economici, inventi una strategia di rilancio quando le cose saranno passate e questo sì è un compito della politica e le scelte (redistributive, di stimolo, di ideazione) sono il terreno proprio della politica e dei suoi conflitti. Per quanto riguarda la salute credo che sia bene che la politica faccia un passo indietro, per tutelare la democrazia.