Donne, politica
e sport, due storie
americane

La politica a sinistra è ancora affare di uomini in Italia, fatto non nuovo o unico. È perciò che sorprende che ci siano ancora dibattiti e rimostranze al riguardo. È successo dopo che le due ministre dimissionarie Bonetti e Bellanova hanno fatto scena muta alla conferenza stampa, lasciando il microfono a Matteo Renzi, o dopo che nessun ministero del governo di Draghi è andato ad una donna del Partito Democratico, o dopo che quando Emma Petitti ha detto che voleva fare il sindaco di Rimini il Partito Democratico le ha chiesto di non candidarsi per evitare le primarie, tanto il candidato unitario, un maschio, c’era già.

A questi avvenimenti non si può più opporre la solita tiritera di critiche e reclami. Le alternative, se ci sono, sono solo nella pratica. Mi vengono un mente un paio di storie americane che mostrano come si può fare.

Alexandria Ocasio-Cortez

La prima è quella di Alexandria Ocasio-Cortez, una ventottenne di origini portoricane che nell’estate del 2018 decise di candidarsi alle primarie democratiche per il seggio del distretto di Queens (New York) al Congresso, sfidando non solo un candidato formidabile, ma il partito stesso. L’avversario, il cinquantaseienne Joseph Crowley, era saldamente al suo posto di deputato da vent’anni, e non era il tipico burocrate locale, ma neanche un capo corrente. Era il numero quattro dei Democratici al Congresso. A Washington era visto come un futuro leader nazionale, addirittura il possibile successore di Nancy Pelosi alla Presidenza del Congresso. A New York era un uomo di vero potere, uno che controllava la macchina elettorale del partito, ergo il risultato delle elezioni, uno al quale chiunque volesse candidarsi a governatore, senatore, o sindaco, doveva andare a prestare omaggio.

Alexandria Ocasio Cortez, o AOC, come la chiamano tutti, aveva un’esperienza politica risibile al confronto, limitata al volontariato nella campagna elettorale di Bernie Sanders, e una lavorativa non proprio rilevante per la politica: faceva la barista. Candidandosi contro Crowley, si è candidata contro l’intero establishment politico democratico e tutti i gruppi che lo sostenevano. Nella campagna delle primarie, i fondi raccolti da Crowley sono stati 18 volte di più di quelli raccolti da AOC. Alle elezioni, AOC ha raccolto il 57% dei voti, battendo Crowley sonoramente.

Calandosi in quella competizione così ineguale, AOC non ha perso tempo a lamentarsi, ma ha trasformato possibili punti deboli in punti di forza. Essere donna è ancora un handicap? Lei ha fatto campagna in quanto donna, giovane e di colore, promettendo un cambio sia generazionale che di genere. Soprattutto, ha promesso un cambiamento ideologico sulla base di poche, chiare idee di sinistra, come una politica generosa per l’immigrazione, l’assistenza sanitaria per tutti, e lo sviluppo sostenibile. Se Crowley e il Partito Democratico danno per scontate le classi lavoratrici, o comunque “la gente,” AOC ha assicurato che non sarebbe stato il suo caso.

Praticamente priva dei fondi necessari per una campagna elettorale competitiva, AOC ha vinto con l’aiuto di un buon numero di volontari e di un’organizzazione, il Brand New Congress, che ha l’obiettivo di sostenere candidati che non sono uomini bianchi benestanti. AOC ha anche svolto una campagna perfetta per i social media, perché è giovane e ne comprende l’uso, ed è bella e piena di energie. Le elezioni però non le ha vinte su Facebook perché è bella, ma grazie ad un persistente e tenace corteggiamento dei vari gruppi presenti sul territorio, da associazioni a consigli e sindacati. Alle riunioni o assemblee, AOC è sempre stata vista prendere appunti, uno choc per chi conosce l’indifferenza dei politici per la gente.

Soprattutto, ha incontrato tutti di persona, andando da quartiere a quartiere, da circoscrizione a circoscrizione. A dimostrarlo sono le scarpe con le suole bucate, finite anche in una mostra della Cornell Costume Collection dedicata alla moda delle donne in prima linea, che il potere l’hanno conquistato. Le stesse scarpe le aveva fotografate AOC dopo la vittoria per un tweet che diceva: “Qualcuno dice che ho vinto per ragioni demografiche. Primo, non è vero. Abbiamo vinto tra gente di ogni generazione. Secondo, questo è il mio primo paio di scarpe della campagna. Ho bussato a tante porte fino a che non mi è entrata l’acqua della pioggia nei buchi delle suole. Rispettate questo sgomitare. Abbiamo vinto perché abbiamo lavorato molto più della competizione. Punto.”

La campionessa di basket Renee Montgomery

C’è un’altra storia americana, più recente e non strettamente politica, ma altrettanto istruttiva sul che fare quando da donne ci si sente marginalizzate dall’establishment, anche occupando posizioni di un qualche privilegio. È il caso di Renee Montgomery, campionessa di basket due volte per la WNBA, sorella della NBA di più chiara fama perché maschile. La giocatrice, che è nera, ha sfidato la proprietà della sua squadra, Atlanta Dream, in questo caso rappresentata un’altra donna, la miliardaria trumpista Kelly Loeffler.

L’anno scorso, Renee Montgomery ha preso un anno sabbatico per dedicarsi all’attivismo politico, in particolare la questione della giustizia sociale per i neri. La Loeefler ha preso un anno per fare la campagna elettorale per il Senato, una campagna dominata da slogan e proposte razziste; tra l’altro ha preteso che le sue giocatrici indossassero magliette con la bandiera a stelle e strisce e non il logo di Black Lives Matter. Quando la Montegomery ha chiesto alla proprietaria un incontro per discutere civilmente i problemi che si trovava ad affrontare nella squadra come altre giocatrici nere, la Loeffler si è rifiutata di riceverla.

Il posto al Senato lo scorso novembre non è andata alla Loeffler ma a Raphael Warnock, candidato democratico nero per il quale l’Atlanta Dream ha fatto una campagna entusiasta. Ma la sconfitta non si è limitata alla politica. Ispirata da James LeBron, l’asso degli LA Lakers che ha avuto l’idea di battere la razzista Loeffler su ogni campo, la Montgomery ha trovato una cordata di imprenditori che il mese scorso hanno acquistato la squadra e adesso ne è co-proprietaria.

Il credo della Montgomery non contiene recriminazioni. È “Moments equal momentum,” che detto cosi è intraducibile, ma diventa chiaro se si capisce che è la versione più breve di: “Ci vuole un solo momento, una sola scelta che crea momentum (slancio). Tutto ciò di cui hai bisogno per cambiare tutto è un secondo.”