Covid, tutte le app
del mondo ma sono
in pochi a usarle

Nel mondo sono finora ottanta le applicazioni informatiche che, installate sul proprio cellulare, danno servizi, informazioni e un tracciamento dei contatti tra persone per prevenire o segnalare contagi da COVID-19.

L’app non è una panacea, ma certamente un utile strumento complementare a un programma che ha comunque bisogno di un contatto fisico tra persona e operatore. Tutte le applicazioni hanno i loro limiti nella precisione con cui forniscono le informazioni e, per ora, solo una minoranza di cittadini l’ha installata.

Sono queste le prime valutazioni fatte dall’OMS sulla base dei dati forniti dall’ECDPC, il Centro europeo di prevenzione e controllo, il CDC, l’agenzia di sorveglianza sanitaria statunitense e gli istituti omologhi nel mondo, con tutti gli aggiornamenti consultabili nei siti di questi enti pubblici.

Alcune app, come la nostra Immuni, sono state ideate nel segno della trasparenza, con una chiara politica che difende la privacy dei cittadini e con un software open-source, quindi accessibile a tutti e con un codice sorgente noto, per evitare ogni manipolazione.

Il dato comune a tutte le app è che quando una persona risulta positiva questa informazione, mantenendo la privacy di chi ha subito il contagio, viene data subito a tutti coloro che hanno interagito o si trovavano vicine al paziente. Naturalmente chi aderisce al progetto legato alla app deve aggiornare o permettere che sia aggiornato senza nomi il proprio diario clinico. Si tratta insomma di uno strumento anonimo di protezione reciproca.

L’Africa preferisce i “cacciatori di contatti”

Per ora l’adesione nel mondo è modesta: i più fiduciosi nell’aiuto dato dal tracciamento delle persone sono per ora gli islandesi, col 40% di funzionalità installate. “Utile, ma non decisivo” è il giudizio dato dalle autorità sanitarie del Paese nordico. Altri Paesi, come il Belgio, per ora si rifiutano di introdurre qualunque programma che segua i movimenti e le interazioni dei cittadini. “Prima di tutto non è pensabile di riuscire a convincere l’ intero il Paese a scaricare l’applicativo – ha detto il ministro della tele-comunicazioni Philippe De Backer in televisione –. E poi la ricostruzione, la tracciabilità umana, con un operatore dedicato, è un protocollo che conosciamo bene, vecchio ma efficace”.

È vero che chi ha testato tutte e ottanta le app ha sempre trovato un certo margine di imprecisione o di confusione. Il tracciamento con l’intervista a cura di un esperto o di un intero team di “contact tracers” è stato scelto anche da alcuni Paesi africani che purtroppo hanno dovuto costruire una rete di intervistatori molto bravi per far fronte a epidemie ricorrenti , come Ebola o la tubercolosi resistente ai famarci. In Rwanda, Sud-Sudan, Uganda e Congo si è rivelato utilissimo, per il contenimento, il metodo di intelligence sanitaria che allarga pian piano, nell’intervista, gli spazi e i tempi in cui la persona è stata: famiglia, amici, negozi, mezzi di trasporto, lavoro o scuola. E con pazienza, partendo dall’oggi, si ripercorre più volte la lista dei contatti.

In genere si tratta di un’intervista cognitiva, una tecnica cui ricorrono anche investigatori o gli psicologi che curano i traumi. Sono essenziali il consenso e la collaborazione della persona. Si utilizzano rievocazioni libere, dettagli, cambi di prospettiva, in un clima di ascolto e tranquillità, con una forte relazione fiduciaria tra intervistato e intervistatore. Spesso la combinazione di app e tracciamento umano è molto efficace, ma vi deve essere un’adesione ampia alla funzione informatica. Ad oggi non è così, oppure la si installa, ma non la si guarda né la si aggiorna.

Molte app, ma poco usate

Secondo l’ Istituto norvegese di salute pubblica, un milione e mezzo di cittadini hanno messo sul loro cellulare Smittestopp, Stop all’infezione, ma appena il 20% la usa. In Australia, con venticinque milioni di abitanti, CovidSafe è stata scaricata solo cinque milioni di volte, mentre in India Aarogya Setu ( che significa “il ponte per liberarsi della malattia”) ha cento milioni di download, ma in un Paese di un miliardo e trecentomila abitanti. A fine maggio la app indiana è stata resa open source, con la possibilità di risalire al codice sorgente, dopo le riserve espresse anche dai media sulla tutela della privacy.

Diversi i sistemi usati finora: GPS ( con la determinazione delle coordinate geocentriche in cui si trovano le persone), Bluetooth (scambio di informazioni tra dispositivi diversi), centralizzato (con un codice anonimo per ogni cellulare che va poi a una grande banca dati) o, infine, decentralizzato (con i dati criptati solo sul telefono della persona, che si premurerà, se lo vuole, di mantenersi al sicuro aggiornando le segnalazioni).

Ci salverà un codice a barre?

Si sta provando a incontrare maggior fiducia tra i cittadini utilizzando una app con il codice a barre, QR scanning: in Svizzera, ad esempio, GastroCovid permette ai ristoratori di dirvi se avete cenato settimane fa con una persona contagiata seduta a un tavolo vicino, e in Tailandia e Malesia milioni di persone usano ThaiChana per entrare nei centri commerciali e nei negozi. Tutti i dati basati sul QR si cancellano dopo trenta giorni.

L’apprezzabile, ma non vastissimo, numero di utenti delle varie app anti-Covid sembra raccontarci cose che, probabilmente erano da mettere in conto. Tra queste spiccano una certa inerzia nell’aggiornare il proprio cellulare, ora che è passata la grande ondata della pandemia ( la prima, ma forse non l’ultima), il fastidio di sapere con certezza che la propria cartella clinica è comunque registrata da qualche parte, anche se in teoria indisponibile, e ,infine, un ridimensionamento dell’entusiasmo per la app manifestato dei governi quando ci si aggrappava alla speranza che la tecnologia risolvesse la tragedia in atto.

L’epidemiologa belga Anne-Mieke Vandamme, docente all’università di Lovanio, ha ricordato come “Nessuna applicazione di tracciamento può essere utilizzata di per sé, ma va messa nel contesto di molteplici misure. Non esistono soluzioni facili. Si pensa che il peggio sia passato: è il momento più pericoloso per distrarsi.”