Più sanità, internet e Stato: tre lezioni da non dimenticare

Spiace ammetterlo, ma un microscopico arnese che i biologi nemmeno definiscono vivente è riuscito nel giro di pochi mesi a dimostrare quello che per anni è stato ripetuto inutilmente da alcuni politici, molti intellettuali, tantissimi scienziati. Senza nemmeno pronunciare una parola, il muto Covid è stato assai più convincente di decine di libri, centinaia di convegni, migliaia di interminabili talk show. Applicando il metodo San Tommaso (quello che per convincersi doveva sbattere il naso) l’opinione pubblica, italiana e non solo, ha appreso nel malefico 2020 una serie di lezioni che sarebbe intelligente portare nell’anno nuovo. Ne elenchiamo tre.

Se la salute è tutto, la Sanità cos’è?

Tra i motivi che hanno reso particolarmente funesta la galoppata del Covid un posto di primo piano spetta alla dimensioni non adeguate delle strutture sanitarie: pochi letti, pochi ventilatori, poco personale. Il coraggio e la generosità di medici, infermieri e volontari hanno compensato a carissimo prezzo (sono 274 i medici morti per Covid nel 2020) i buchi e le falle dell’intero sistema, ma non possono certo cancellare una verità evidente: la sanità pubblica va rinforzata e migliorata, non tagliata e indebolita.

Nel giro di vent’anni abbiamo eliminato 381 ospedali, tolto 120mila posti letto, ridotto il personale di oltre 40.000 unità.

Di fronte all’aumento progressivo dell’aspettativa di vita (che richiedeva più risorse, non meno) negli ultimi dieci anni abbiamo tagliato la percentuale del Pil destinata alla sanità pubblica portandola dal 7% del 2010 al 6% dello scorso anno. Poiché nel frattempo aumentava la spesa per farmaci e macchinari (sempre più nuovi, sempre più cari) la contrazione è andata tutta a carico del personale: blocco del turnover e degli stipendi con il bel risultato che i vecchi medici non vedono l’ora di andare in pensione e i giovani quella di volare all’estero con i timbri della laurea ancora freschi. Poiché le disgrazie non camminano da sole, ecco “quota cento” che applicato alla Sanità significa liberare le corsie, non dai pazienti, ma dai dottori. Qualcuno ricorda la lettera firmata da 200 direttori di pronto soccorso per denunciare la carenza di 2000 medici e il rischio chiusura di quei preziosi avamposti della salute? Sembra un secolo fa, invece era il 16 novembre 2019, quattro mesi prima che l’Italia scoprisse la quarantena e le zone rosse.

Sì, è in queste condizioni che ci siamo presentati all’appuntamento con il virus. E non poteva essere altrimenti: in Italia si è da tempo privilegiata la cultura del costo a scapito di quella dell’emergenza, dei posti letto da non lasciare mai vuoti anche a fronte di attese lunghe e disumane. Così siamo lentamente scivolati verso un servizio sanitario sempre più a misura di malattie anche gravi ma purtroppo prevedibili (tumori e cardiopatie) e sempre meno capace di affrontare patologie di altro tipo, ad esempio quelle trasmissibili, per loro natura difficili da prevedere e caratterizzate da momenti di picco come quelli che abbiamo visto in questa emergenza.

E infatti non è un caso che in Europa i Paesi che meglio si sono districati in questa complicata vicenda siano stati quelli con un sistema sanitario più robusto (la Germania ha il doppio dei posti letto e degli infermieri) o più pronto ad affrontare le emergenze (come la Francia, che pur avendo all’inizio lo stesso numero di posti di terapia intensiva dell’Italia è riuscita in pochissimo tempo a raddoppiarli e a distribuire in tutto il territorio sia i pazienti che il personale medico).

Certo, l’uragano virale ha messo a dura prova tutti i sistemi sanitari che ha via via incontrato, ma i dati che avete appena letto dimostrano come l’Italia si sia presentata a questa sfida in condizioni di debolezza, non certo di forza. Passata la nottata, sarà il caso di pensare se “il miglior sistema sanitario del mondo” sia ancora tale o non abbia bisogno di una revisione profonda. Perché una cosa è certa: se vogliamo che la Sanità si prenda cura di noi, bisogna che il Paese si prenda cura della Sanità.

Internet non è un gioco, è un diritto

Smart working, telemedicina, scuola online: se fossimo in Svezia o in Finlandia quelle parole sarebbero convincenti e seducenti, pronunciate da noi (quante volte le abbiamo sentite nei titoli dei tg) hanno il sapore di uno yogurt scaduto. Secondo una recente indagine Istat in Italia circa un terzo delle famiglie (il 33,8%) non ha un pc o un tablet, percentuale che nel Mezzogiorno sale al 40%. In genere, oltre la metà dei ragazzi (57%) condivide con la famiglia il pc o il tablet di casa. Infine, al di là delle tante favole sui nativi digitali l’Istat rivela che solo tre ragazzi su dieci hanno competenze elevate.

Sempre l’Istat ci dice che il 76,1% delle famiglie italiane dispone di una connessione internet: un modo elegante per dire che in Italia, nel 2020, quasi una famiglia su quattro non è ancora collegata. E infatti non è un caso che secondo il Desi, un indice europeo che misura lo stato di digitalizzazione dei 28 Paesi (l’Inghilterra è ancora conteggiata) il nostro Paese figuri al 24esimo posto.

Che senso ha, in queste condizioni, parlare con disinvoltura di lavoro intelligente e didattica a distanza? E’ vero, come ha detto Edoardo Fleischner, docente di Comunicazione crossmediale all’Università di Milano, che “l’epidemia da coronavirus sta costringendo milioni di italiani a una alfabetizzazione digitale forzata”, ma la meritoria capacità di adattamento di lavoratori, docenti e studenti non può nascondere i ritardi digitali – culturali e strutturali – che abbiamo accumulato.

La Norvegia, la Finlandia e persino il Brasile hanno da tempo inserito l’accesso a Internet tra i diritti inalienabili di quei Paesi. Non è con un articolo della Costituzione che si cambia il destino di un Paese, ma affermare che internet è un diritto universale aiuterebbe a vedere le cose in maniera diversa. Ad esempio che il digital divide non è (non più) l’isolamento di qualcuno, ma il freno allo sviluppo di un intero Paese.

Più Stato, meno mercato

Quanto sopra è la conferma che le politiche neoliberiste portano vantaggi a pochi o anche a molti, ma di certo non a tutti. Peccato che la diffusione globale, persino sfacciatamente democratica del virus richieda risposte e meccanismi che non riguardano pochi o molti, ma proprio tutti. Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, diceva Belushi. E i duri, in questo caso, non sono i mercati liberi e sfrenati.
Mariana Mazzucato, docente all’Università del Sussex, ha spiegato bene come le grandi innovazioni avvengano per merito di iniziative pubbliche, non certo private. E questo non nella Russia di Vladimir Putin o nella Cina di Xi Jinping, ma nella patria del capitalismo moderno: senza gli investimenti del governo americano oggi non avremmo i touch screen dei tablet o il gps nei cellulari; così come il 75% dei farmaci davvero innovativi sono nati da ricerche finanziate con i soldi pubblici dei National Institutes of Health degli Stati Uniti.

Lo stesso principio vale per quei servizi ad alto valore aggiunto come sanità o internet: se vogliamo che siano realmente di tutti – non di pochi o di molti – bisogna che lo Stato prenda l’iniziativa in maniera intelligente e lungimirante. Uno Stato imprenditore, appunto, che dopo aver seminato campi nuovi (o campi vecchi in modo nuovo) lasci ai privati il compito di far crescere e di raccogliere. A una condizione: che i proventi dei nuovi raccolti ricadano in qualche modo (come maggior efficienza o migliore assistenza) nelle mani dell’intero Paese.

Certo, l’immagine della macchina pubblica è da sempre associata (anche a ragione) alla palude immobile della burocrazia: questo non significa che l’alternativa debba essere affidare i bisogni della collettività agli interessi, legittimi ma limitati di un gruppo di aziende. La vicenda del Covid ci impone di uscire dal duello Stato-Mercato e soprattutto dalla retorica che lo accompagna. Bisogna che lo Stato sviluppi dentro di sé quell’anima imprenditoriale che oggi viene associata, quasi istintivamente, soltanto al mondo privato. Per intenderci, se vogliamo prepararci seriamente alla prossima pandemia (per una volta, crediamo a quel che dicono gli scienziati) non possiamo affidarci al crescente numero di cliniche private. E se pensiamo che l’accesso a internet sia un diritto universale (dalle Alpi alla Sila, dall’Elba a Marsala) è inutile sperare nelle pubblicità con le canzoni di Mina o il cane di Fiorello.
Già, se c’è una lezione che il Covid ci ha insegnato nel maledetto 2020 è che con i vantaggi per pochi, ci vanno di mezzo tutti. Ce lo ricorderemo nel 2021?