Meno vittime
e contagi Covid
se scarichi Immuni

In Australia si chiama COVIDSafe, in Germania Corona Ward, in Francia StopCovid. Anche il Regno Unito ne ha lanciata una a fine settembre: NHS COVID 19. E poi se ne sono dotati Israele, India, Cina, Ghana. Insomma la nostra app Immuni non è sola. Il motivo per cui moltissimi Paesi nel mondo hanno fatto questa scelta è semplice: il contact tracing che la app consente è una delle armi fondamentali che abbiamo per fermare l’epidemia.

Non è una novità: c’è una lunga serie di articoli scientifici nel corso degli anni che dimostrano che la strategia per tenere sotto controllo un’epidemia comprende l’identificazione precoce dei casi, l’isolamento e il tracciamento dei contatti. Tracciare i contatti vuol dire identificare e gestire le persone che sono state esposte a un possibile contagio per rompere la catena della trasmissione della malattia infettiva. Molte di queste persone infatti possono non sapere di essere state vicine a una possibile fonte di contagio e quindi possono andarsene in giro senza sapere di essere a loro volta potenzialmente contagiose.

Tracciare i contatti

Lo scopo della app è avvertire i cittadini di avere avuto un contatto, chi viene avvertito a questo punto potrà parlare con il suo medico e i servizi sanitari per gli accertamenti necessari. Immuni quindi non registra i nominativi né la posizione delle persone, ma soltanto la vicinanza tra due cellulari con la app installata. Testare e seguire per il periodo della possibile incubazione chi ha avuto un contatto ravvicinato con un individuo contagiato permette di evitare che quella persona a sua volta ne infetti molte altre. Se infatti compare qualche sintomo, la persona viene velocemente messa in quarantena, come spiegano le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Semplice.

Un tempo questa strategia utilizzava strumenti come carta, penna, computer e telefono. Strumenti che non sono caduti in disuso: quando il medico entra in contatto con un paziente che risulta positivo al test, gli chiede i nomi delle persone ha visto negli ultimi giorni, ne prende nota e cerca di contattarli. Un procedimento che richiede tempo e si basa sulla memoria del paziente. Oggi c’è la possibilità di scaricare sullo smartphone una app che ci dice se nei giorni scorsi siamo stati vicino a qualcuno che si è poi scoperto aver contratto il virus SARS-COV2.

Ma funziona?

E’ uno strumento in più. Utile? Un articolo pubblicato a luglio scorso sulla rivista medica The Lancet sembra dimostrare di sì. Secondo il modello disegnato dagli autori dello studio, minimizzare il ritardo nell’effettuare il test ha un importante impatto sulla riduzione della trasmissione: “ottimizzare la copertura di test e tracciamento e minimizzare i ritardi nel tracciamento, ad esempio con una tecnologia basata sulle app, migliora l’efficacia del contact tracing riuscendo a prevenire fino all’80% delle trasmissioni”, si legge nelle conclusioni dell’articolo.

Un altro studio condotto da Oxford University assieme a Google e in attesa di pubblicazione ha stimato l’impatto nel caso in cui lo strumento digitale venisse adottato da percentuali diverse di popolazione: dal 15% al 75%. Secondo il loro modello, se ad usare la app fosse il 75% della popolazione, si potrebbero ridurre le morti fino al 78% e le infezioni dell’81%. Ma la novità è che anche se la percentuale di chi scarica l’app si fermasse al 15% della popolazione ci sarebbe comunque un beneficio: una riduzione dell’11,8% delle morti e del 15% delle infezioni.

Ma bisogna stare attenti. L’Oms nelle linee guida che ha emanato per il contact tracing di COVID 19 spiega che il tracciamento può diventare molto difficile quando la trasmissione è intensa, quando invece il Paese ha superato il picco della trasmissione e il numero dei casi decresce, l’identificazione precoce dei casi e il tenere traccia dei contatti diventano elementi critici per mantenere bassi i livelli di trasmissione, identificare rapidamente nuove catene di contagio e bloccarle. In sostanza, il tracciamento dei contatti ha senso ora che ancora il contagio non è diffuso, ma ha molto meno senso se si dovesse arrivare a una situazione in cui il virus circola più liberamente sul territorio nazionale.

Il ministro della salute Speranza ha deciso quindi di chiedere una mano anche a chi si occupa di informazione perché più cittadini possibile scarichino Immuni. E il premier Giuseppe Conte ha detto che “è un obbligo morale partecipare a questo programma. I dati restano anonimi, la geolocalizzazione è disattivata”.

coronavirus, crisiIn effetti, complice probabilmente la polemica sull’uso dei dati e la violazione della privacy, la app non ha avuto un enorme successo. In Italia finora l’hanno scaricata circa 6,6 milioni di cittadini, il 17% degli smartphone in possesso di persone con più di 14 anni. In altri Paesi non è andata molto meglio. Secondo un’indagine che risale a luglio scorso di Sensor Tower, una azienda americana specializzata in app per telefoni, lItalia sarebbe tra le prime al mondo dopo Australia, Turchia, Germania e India.

Un patto tra governo e cittadini

Nell‘Ue sono 15 i Paesi che hanno adottato o stanno per adottare una app di tracciamento: si tratta di Italia, Austria, Croazia, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Malta, Olanda, Spagna, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca. Atri tre Paesi (Belgio, Cipro e Lituania) si aggiungeranno prossimamente. In media le app sono state scaricate dal 10% della popolazione. La Commissione europea invita ad aumentare questa percentuale, garantendo la protezione dei dati personali. Intanto, Italia, Germania e Irlanda dovrebbero essere i primi Paesi a connettersi dal 17 ottobre al sistema della UE che consente il dialogo tra le app nazionali, assicurando il loro funzionamento oltre i confini. Il sistema di chiama Gateway e non richiede installazione di una nuova app.

Immuni comunque va avanti. Secondo i dati riportati nei giorni scorsi dal Sole 24 ore, nei primi 7 giorni di rientro a scuola sono stati 500.000 i download della app, mentre le notifiche, ovvero le segnalazioni di persone entrate in contatto con positivi al test, registrate dal 13 luglio sono 4490, ma di queste 1.109 sono arrivate nella seconda metà di settembre.

Naturalmente, come chiedono Louise C. Ivers e Daniel J. Weitzner, autori di un commento su The Lancet, perché le cose vadano meglio per questo nuovo contact tracing nel prossimo futuro, i governi dovranno tenere conto di diversi problemi e cercare di porvi rimedio: l’efficacia, e quindi il numero di falsi allarmi generati; l’integrazione di questi sistemi tecnologici con un tracciamento dei contatti vecchio stampo che teneva conto anche del lato umano dell’intervento, attraverso un sostegno basato sulla fiducia tra esseri umani; come trovare il modo di incoraggiare le persone a fidarsi delle app per quanto riguarda privacy e sicurezza; infine tenere sempre presente il problema dell’equità: si deve fare in modo che questi strumenti evitino di favorire le profonde disparità che questa pandemia ha già messo in evidenza. Su questi punti si deve basare il patto tra chi governa la salute pubblica e i cittadini.