Ma esiste anche
un’Italia che fugge

C’è chi entra, c’è chi esce. Se la demografia fosse un bar ci vorrebbe poco a far di conto e tirar le somme: dal 2015 ad oggi gli italiani che vivono all’estero sono diventati più numerosi degli stranieri arrivati in Italia e la differenza tende ad aumentare. Più emigrati che immigrati, e già questa sarebbe una notizia. Come spesso capita, e senza offesa per i bar, le cose sono però più complicate. Secondo uno studio della Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione, i dati ufficiali a proposito dei nostri connazionali andrebbero infatti moltiplicati per tre se non di più, portandoci a una sorprendente conclusione, anzi a due.

La prima, ovviamente, è che gli italiani che partono sono molto più numerosi degli immigrati che arrivano. La seconda, che la nuova emigrazione che da qualche anno ha colpito e sta colpendo l’Italia sta avvenendo al buio e nel silenzio. Coperta dal clamore che media e giornali riservano alla “ondata immigratoria” (il termine non è inventato), la partenza degli italiani che vanno a cercar fortuna altrove passa del tutto inosservata. Niente interrogazioni, niente editoriali, niente talk show. E nulla di cui stupirsi: in fondo chi parte si leva pur sempre dai piedi, come diceva garbato il ministro Poletti. Il problema, tuttavia, è che partire è un poco morire, come invece sostenevano i nonni che ben ricordavano i dolori delle grandi emigrazioni italiane di entrambi i dopoguerra. E in questo caso a lasciarci un po’ di penne (e di Pil), non sono gli italiani che salgono su treni ed aerei – non più sulle navi – ma quelli che rimangono e tutto quello che resta. Ad esempio il Paese e la sua economia. Basta fare due conti.

Secondo l’Istat nel 2016 gli italiani espatriati sono stati 157.000, un valore che è tre volte quello registrato nel 2007, annus horribilis della Grande recessione quando a partire furono 51.000. Togliendo dal conto quelli che sono nel frattempo rientrati, per lo scorso anno resta un saldo netto di 115.000 di italiani che prima vivevano qui e adesso abitano là: in Germania, Svizzera, Francia e, Brexit permettendo, Inghilterra. Purtroppo per noi, i dati dell’Istituto nazionale di statistica tengono conto solamente delle persone che, armate di buona volontà, si cancellano dal Comune di residenza e si iscrivono all’albo dell’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Quanti sono quelli che, nel pieno del marasma emotivo e organizzativo legato alla partenza, trovano il tempo e la voglia per andare in Comune per aggiornare residenza e statistiche? E quanti quelli che, pur sapendo che ci vorranno anni, sono convinti in buona fede che prima o poi torneranno? Allo Statistisches Bundesamt di Wiesbaden affermano che gli italiani entrati in Germania nel 2015 sono stati quasi cinque volte (4,92) quelli dichiarati dall’Italia, mentre in Inghilterra i numeri legati alla richiesta di codice fiscale (National Insurance Number) dicono che le cifre reali sono superiori di oltre quattro volte (4,3). Quanti sono insomma gli italiani emigrati nell’ultimo anno? Mancando una cifra esatta, diversi studi suggeriscono di moltiplicare i dati ufficiali per 2,5 o addirittura 3: così facendo avremmo che gli italiani partiti lo scorso anno per cambiar vita sarebbero stati, non 115.000 come dichiarato dall’Istat, ma un numero tra i 287.000 e i 345.000, un livello che non si vedeva dai tempi dell’ultimo dopoguerra. Se pensiamo che nello stesso periodo sono sbarcati 181.436 migranti economici o richiedenti asilo, abbiamo un’idea della diversa attenzione politica e mediatica rivolta ai due fenomeni.

Già, travolti da una insolita immigrazione, non ci siamo accorti che, anno dopo anno, stavamo tornando ad essere, non un Paese di santi e navigatori, ma una fucina di emigranti: l’ottava dell’area Ocse per cittadini espatriati tra il 2005 e il 2015. E non basta: il 30% di loro ha una laurea e il 30% il diploma di scuola superiore a conferma che la nuova emigrazione non ha la valigia legata con lo spago ma una buona se non ottima preparazione scolastica. Secondo un recente studio di Idos e dell’Istituto di Studi Politici San Pio V, portare un italiano dall’asilo alla licenza media costa alle casse pubbliche l’equivalente di 90.000 dollari, che diventano 158.000 per una laurea triennale, 170.000 per una magistrale e addirittura 228.000 per un dottorato di ricerca. Quella a cui stiamo assistendo in rigoroso silenzio, dunque, è una perdita costante, anzi crescente di capitale umano e fondi pubblici, solo in parte compensata dai nuovi arrivi. Lo sbilanciamento diventa ancora più evidente se lo sguardo si ferma sui giovani cha partono dopo un dottorato di ricerca, protagonisti della tanto citata, ma poco contrasta, “fuga di cervelli”. La quale, come ha scritto Valerio Calzolaio su queste colonne, fa certamente parte delle dinamiche legate alla nuova società della conoscenza: perché la scienza non ha confini, perché un giovane ricercatore, per formarsi, deve poter girare nei migliori laboratori al mondo e perché è solo con il confronto diretto e costante con gli altri che emergono le idee migliori e innovative. Il problema è che i ricercatori che partono non vengono compensati da ricercatori che arrivano, come invece accadeva negli anni Sessanta e Settanta quando i migliori chimici, fisici e biologi venivano da tutto il mondo a lavorare e studiare nei laboratori diretti da Natta, Amaldi e Buzzati Traverso. Il punto non è impedire ai nostri ricercatori di partire, tantomeno di “riportarli in patria” come fossero i due marò dell’India: la sfida è trovare il modo di rendere il nostro Paese una meta attraente per i migliori ricercatori al mondo, poco importa se italiani o stranieri. Al momento non è certo così.

Tornando ai grandi numeri, negli ultimi dieci anni se ne sono andati ufficialmente un milione di cittadini italiani, che potrebbero essere più del doppio se adottiamo, almeno per gli ultimi periodi, i moltiplicatori suggeriti dai centri di ricerca. Oltre due milioni di nostri connazionali emigrati, molto spesso, non per libera scelta, ma perché l’unica rimasta. Quanti ne mancano per capire che l’agenda delle priorità sta rapidamente cambiando? Anche perché, come ha spiegato il presidente dell’Inps Tito Boeri, “gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi di contributi e ne ricevono tre in pensioni, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell’Istituto”. In un Paese che invecchia, non fa figli e con le batterie demografiche a terra, il problema non sono quelli che arrivano. Sono quelli che partono.