Pioggerellina d’autunno
sui binari del sud

Cronaca di un viaggio nel Sud d’Italia. Giovedì, 30 novembre 2017. Devo partire da Rionero in Vulture, in una Basilicata struggente con colline tappezzate dai mille colori d’autunno, alla volta di Napoli: distanza, mi dice il mio navigatore, 170 chilometri e spiccioli. Ho un treno regionale alle 8.10 che mi porterà a Potenza. Lì dovrò effettuare un cambio e salire alle ore 9.58 su un Intercity, il n. 700, proveniente da Taranto atteso a Napoli per le 12.15. Avrò il tempo per prendere l’aliscafo: sarò a casa, a Ischia, per pranzo.

Ripenso alla serata di ieri, al liceo Giustino Fortunato. Con gente fantastica – studenti, docenti, cittadini curiosi – che mi hanno riempito il cuore con la loro passione, la loro intelligenza, la voglia di fare e pensare. È gente che saprà costruire il suo futuro. Un nuovo futuro. Intanto piove. Ma è una pioggerellina leggera, fine. Le nuvole in alto corrono veloci, sospinte da un vento che a terra non si avverte. Il trenino alla stazione di Rionero giunge con 20 minuti di ritardo. Nel corso del viaggio accumula altri minuti. Comincio a fremere: arriverò in orario? Poi il regionale recupera a giunge alla stazione centrale di Potenza con 17 minuti di ritardo.

L’Intercity 700 a Potenza

Continua a piovere. Ma sempre in maniera tenue, persino gentile. Alzo lo sguardo ai monitor: Intercity da Taranto è atteso con 20 minuti di ritardo. Ho tempo per il secondo caffè della giornata. Mi sposto in sala d’aspetto. Il ritardo dell’Intercity è salito a 30 minuti. Intanto c’è un altro Intercity, il 701, che corre (si fa per dire) in direzione opposta: partito da Roma punta verso Taranto. La partenza da Potenza è prevista per le 10.01. Ho già letto i giornali e passo il tempo a compulsare il cellulare. Finalmente alle 10.20 o giù di lì l’annuncio: l’Intercity 700 è in arrivo al binario 1 invece che al binario 2. Un bel gruppo di persone si sposta all’aperto, sulla piattaforma giusta. Passano 5 minuti e l’altoparlante continua a gracchiare: il vostro treno è in arrivo. Passano 10 muniti e l’altoparlante continua a invitare a stare ben dietro la linea gialla. Passano 20 muniti: l’altoparlante insiste, ma sui monitor appare un nuovo e diverso annuncio, l’Intercity 700 accusa un ritardo di 60 minuti. A chi dobbiamo credere, all’altoparlante o al monitor? Nel dubbio chiediamo al personale di servizio (vari ferrovieri). Tutti alzano le spalle. Qualcuno ci indirizza all’apposito ufficio. Non lo sanno. Perché gli annunci sono centralizzati, spiegano, sono effettuati da Roma. Non dipende da noi.

E i monitor chi li governa? Mistero. Intanto sono un po’ schizofrenici, perché l’Intercity gemello è dato sui display prima a 40, poi a 60, poi a 70 poi di nuovo a 40 minuti dall’orario previsto. L’altoparlante si scusa per il disagio: il treno 701 arriverà con 40 minuti di ritardo, diversamente da quanto annunciato. Si scusano, certo. Ma intanto di muniti ne sono passati almeno 20 oltre quelli del ritardo annunciato e loro sempre lì a ricordare che il 701 arriverà con 40 minuti di ritardo. Ma si scusa per il disagio.

La cosa mi sembra curiosa e quasi non mi accorgo che l’annuncio sul monitor che riguarda il mio treno ha spostato in avanti l’arrivo. Il ritardo accumulato ora è di 60 poi di 70 minuti. Intanto l’altoparlante continua a gracchiare che il treno è in arrivo. Mentre il personale interrogato e visibilmente imbarazzato continua a rispondere con un chiarissimo: non lo sappiamo. Siamo francamente costernati. È vero che questa è una cronaca di un viaggio annunciato: si sa, i treni al Sud, sono quasi sempre in ritardo. Io viaggio spesso e so che da Salerno in giù … Ma qui abbiamo a che fare con tre interlocutori ufficiali, che ci forniscono tre risposte diverse. Chi sbaglia e chi ci dice la verità, ammesso che ce ne sia uno?
No, penso. Non sono solo le ferrovie. È tutto il sistema dei trasporti, su ferro, su gomma, via mare o per aria che ha falle grosse così.

Finalmente l’Intercity n. 700 arriva. Con 70 minuti di ritardo. Scopriamo, finalmente, chi aveva ragione: il monitor.
Ma davvero in stazione non c’era nessuno, umano o digitale, che avrebbe potuto risparmiarci 40 minuti abbondanti di freddo e umidità? Starnutisco. Ma ora salgo fiducioso: magari il 700 recupera qualche minuto.
Il treno lascia lentamente il binario. Ci lascia sperare. Ma passano i secondi e non prende velocità. Dopo pochi minuti addirittura si ferma. In aperta campagna. Dietro si intravedono ancora le case di Potenza, capoluogo di regione.
Passano 5 minuti, 10, 30, 70, 210. Il treno non è propriamente fermo. Rantola. Come se cercasse di partire e non ci riuscisse. Fuori continua a piovere. Una pioggerellina fine, gentile. Dopo un’ora o un’ora e mezza di sosta una voce – da Roma? – si sveglia e finalmente, per la prima volta, qualcuno cerca di spiegare cosa sta succedendo. A causa delle avverse condizioni meteorologiche la circolazione è rallentata. Rallentata? Ma siamo fermi da un’ora e più su un treno su cui siamo saliti 70 minuti dopo l’orario previsto. E poi quella pioggia fine, gentile è definibile una situazione meteorologica avversa?

Ci sentiamo presi in giro. Qui c’è qualcosa che non funziona. Non abbiamo a chi chiederlo, perché il “personale viaggiante” non si fa vedere. Passa il tempo e alcuni volontari partono alla ricerca del capotreno, o chi per lui. Tornano con una spiegazione che riteniamo implausibile: siamo in salita, piove e sui binari ci sono le colorate foglie d’autunno. Le ruote della locomotrice non fanno presa e il treno scivola.
Deve essere successo così anche all’altro treno, il 701, quello che viene da Roma e che, immaginiamo, a questo punto ha accumulato un ritardo paragonabile al nostro. Il dubbio si insinua nella mente: ma dall’inizio Ottocento a oggi ogni anno si susseguono gli autunni, con le piogge e le foglie colorate che cadono. Eppure da allora in ogni parte del mondo i treni si inerpicano, magari sbuffando, ma si inerpicano. Su colline e montagne. Com’è che a Potenza, invece, nel 2017 si fermano?

La spiegazione è implausibile. Consulto un amico ingegnere di Potenza. Eh, guarda, che non è la prima volta che succede. E sempre ci danno questa spiegazione.
A questo punto il piccolo logico che è in me ha un sussulto. Le possibilità sono due: o le ferrovie propalano una bugia oppure ci dicono la verità. La prima opzione è inaccettabile: siamo clienti, non sudditi (anche se sudditi comincia con sud). Ma la seconda opzione è tragica: davvero nel Mezzogiorno d’Italia basta un po’ di pioggia e qualche foglia per rallentare (si far per dire) i collegamenti da e per la capitale del paese? Ma, appunto, in che paese viviamo? Cosa ha fatto il Sud per meritare tutto questo?

Dovevo partire da Potenza, intanto si sono fatte le 13. A Ischia mi aspetta il pranzo. Ma qui sul treno non c’è né un bar né un carrello. Realizzo: siamo senza cibo. E, soprattutto, senz’acqua. Se mi viene la tosse, penso, ci resto. Ma cosa abbiamo fatto al Sud, ripenso, per meritare tutto questo?
E, soprattutto, cosa non abbiamo fatto. Perché non riusciamo a elevare la voce per pretendere i servizi che devono essere considerati minimi in un paese civile? Perché non riusciamo a costruire nel Sud infrastrutture degne di un paese civile? Io sto andando da un capoluogo (Potenza) a un altro capoluogo (Napoli) di due regioni limitrofe e per 4 ore e 32 minuti (tanto durerà il viaggio) non mi viene data la possibilità di soddisfare neppure il più elementare dei diritti dell’uomo: bere. Perché?

La stazione di Toti

Intanto dopo tre ore di “fermo treno”, ecco che una locomotiva ci viene a prelevare e ci trasporta nella vicina stazione di Tito. Domanda: ma com’è che la nuova locomotiva riesce a partire nonostante la pioggerellina gentile e le foglie colorate sui binari? Non si potevano far partire i trani Intercity n. 700 e n. 701 trainati da siffatti miracolosi locomotori?
La domanda è destinata a rimanere inevasa.
Fatto è che dopo una nuova, lunga sosta alla stazione di Tito – col divieto di scendere e acquistare al bar una bottiglietta d’acqua e un panino – si riparte, assetati e affamati per Napoli.
Per fortuna il treno non accumula ulteriore ritardo. Ma neppure riguadagna una parte del tempo perduto. Arrivo nella stazione di Napoli alle 16.47: 4 ore e 32 minuti dopo l’orario previsto. Ho percorso da Potenza meno di 160 chilometri, alla fantastica velocità media di 35,5 chilometri orari.

Realizzo. Sono partito dalla stazione di Rionero in Vulture alle ore 8.10 (in realtà alle 8.30, dato il primo ritardo). Otto ore e mezza prima di mettere piede nella capitale del Mezzogiorno. Consulto Google: la distanza tra Rionero e Napoli è di 170 chilometri. Ho viaggiato, dunque, alla fantastica media di 20 chilometri orari. Senza acqua, né cibo (tranne il caffè a Potenza). E, soprattutto, senza informazioni. O, peggio, con un nugolo pulsante di informazioni contraddittorie e implausibili.
È ormai ora di cena. Apparecchio la tavola. La pasta che mi attendeva fumante molte ore fa è ormai scotta. Immangiabile. Come il viaggio di oggi.
Quasi quasi mi faccio un panino.