Pietre, parole e immagini
per far vivere la memoria

Una piccola mostra, una mostra di fotografie. Fotografie di porte, di portoni di case. Porte davanti alle quali sono poste per terra dei piccoli quadrati di ottone con inciso sopra il nome di una persona con la data di a morte ed il luogo. Sono i nomi di coloro che sono stati deportati nei campi di sterminio nazista e che non sono mai tornati a rivedere quella porta, la porta della loro casa. Delle 1259 persone portate via il 16 ottobre 1943 ne tornarono solo 16, nessuno dei 207 bambini e bambine.

Luigi Feliziani ha fotografato quelle porte, chiamando la mostra “L’ultima soglia”. Esposta per qualche giorno nella sala grande degli uffici demografici del Comune di Roma, dove si fanno i documenti, prima fra tutti la carta di identità. Non solo le porte ma anche qualche riproduzione per terra delle pietre di inciampo.

Le pietre d’inciampo sono nate da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig (il loro nome in tedesco Stolpersteine e sentire quel nome in tedesco è importante) e sinora ne sono state installate 56.000 in tutta Europa. Piccoli sanpietrini con una placca dorata di ottone per ricordare. Non solo, anche alcune fotografie di bambini, recuperate negli archivi dei campi. Una trentina dei 207 deportati e scomparsi. Ogni fotografia pende dal soffitto legata con un piccolo nastro.

Ancora fotografie di alcune delle persone deportate riprese durante la loro vita prima della sparizione. Immagini, poche parole. L’ultimo premio letterario francese Goncourt 2017 è stato assegnato nel novembre 2017 allo scrittore Éric Vuillard per L’ordre du jour (Actes Sud, Parigi, in italiano uscirà in primavera per Neri Pozza). E qui le parole sono importanti. La scrittura di gran parte del libro è magistrale. E qui sono le parole a ricordare, a ricordare l’annessione dell’Austria al Terzo Reich. L’inizio del libro è folgorante. Si vedono arrivare (sembra di vederli) i 24 grandi industriali e banchieri della Germania che il 20 febbraio 1933 sono convocati da Göring per incontrare Hitler. Il tema all’ordine del giorno è come fare scomparire la democrazia dopo la molto probabile vittoria alle elezioni, sciogliendo i partiti, chiudendole istituzioni democratiche. Sembra di assistere ad una scena pensata da George Grosz: grandi cappotti con bordi in pelliccia, tutti vestiti di nero. Che camminano sulla grande scalinata. E verranno ricevuti per pochi minuti per assentire ai progetti sul futuro assetto della Germania e le prospettive della futura guerra e dello sterminio. Molti di loro si ritroveranno tra coloro che beneficeranno del lavoro gratuito dei detenuti nei campi di lavoro e di sterminio. E se i nomi non si ricordano, il capitolo è intitolato “Ma chi è tutta questa gente?”. Le ditte coinvolte sono tante: dalla Bayer alla BMW alla Daimler alla IG alla Agfa. E poi Telefunken Siemens, Krupp (una foto di Gustav Krupp come forse era vestito quella sera compare sulla copertina). Di ognuna è indicato dove prendevano la manodopera gratuita.

Si trovano nel libro pagine sulla Hollywood Custom Palace, dove un ebreo tedesco fuggito dalla Germania fa il costumista per l’industria cinematografica. E nei magazzini della ditta quando inizierà la guerra si trovano già le divise, gli emblemi, gli stemmi delle diverse unità naziste e dell’esercito tedesco più vere che quelle vere, scrive l’autore. Pronte per creare un nuovo filone di film di guerra.

Vuillard descrive alcuni personaggi chiave. Il nazista austriaco Arthur Seyss-Inquart che diventa il capo dell’Austria e sarà

Arthur Seyss-Inquart

giudicato a Norimberga e mandato a morte. Gli ordini che danno i gerarchi nazisti agli austriaci stabilendo chi deve essere ministro e quando avverrà l’entrata dei soldati tedeschi nel paese. Ordini secchi mentre nelle telefonate non segrete ufficiali si brinda al bel tempo e alla ottima atmosfera. E l’ambasciatore tedesco nel Regno Unito Ribbentrop, che lascia il paese per andare a fare il ministro degli esteri, invitato a cena a Downing Street da Chamberlain, forse anche per restituire la chiave di casa, dato che viveva in una casa di proprietà del primo ministro inglese, (e nessuno ne ha tratto delle conseguenze, suggerisce lo scrittore). Joachim von Ribbentrop, che nella vita precedente era importatore di champagne dalla Francia, che prolunga a dismisura la cena nella notte dell’invasione parlando di tennis in modo da tenere occupato l’incerto Chamberlain che comincia a ricevere dispacci durante la cena sulle mosse tedesche ma non se la sente di interrompere la cena e cacciare l’ospite tedesco. Sembra una pochade. Un libro di non molte pagine, agile ma che si concentra sulle cose più importanti, grottesche e tragiche. Con una scrittura che segue, si adegua, descrive e dà forma alle diverse situazioni raccontate. Vi è posto anche per Lord Halifax nel libro e si parla della sua visita a titolo privato nel novembre 1937 a Hermann Göring. E scrive Vuillard, Lord Halifax ne doveva sapere molto sul padrone di casa, ministro dell’Aviazione, capo supremo della Luftwaffe, ministro per la caccia e la foresta, creatore della Gestapo.

Personaggi che compaiono in alcuni dei film che concorrono all’Oscar del 2018. Due film inglesi che parlano della storia del Regno Unito durante l’ultima guerra mondiale. E’ una grande tradizione del cinema inglese trattare in modo approfondito la storia del proprio paese. Una tradizione che si basa su un’altra tradizione che è quella del teatro inglese, una tradizione che parte da Shakespeare. Una tradizione in cui il linguaggio, la lingua, la sonorità e il significato delle parole hanno una grande parte. Molti dei grandi attori inglesi passano senza alcun problema dallo schermo al teatro e viceversa. Insomma la Storia, il linguaggio, gli attori e una ricostruzione meticolosa ed accurata (tenendo presente che sempre di fiction si tratta) sono una delle migliori caratteristiche del cinema inglese.E riflettere sulla propria storia, informare le nuove generazioni su cosa è successo negli anni passati è un ruolo importante del cinema inglese, anche televisivo, guardando ai tanti film coprodotti dalla BBC.

I due film inglesi sono Dunkirk e The Darkest Hour. Il periodo di cui si occupano, gli inizi della seconda guerra mondiale in Europa, la velocissima avanzata tedesca, la disfatta francese, l’assedio alle truppe britanniche a Dunkerque.

Il personaggio centrale di The Darkest Hour è Winston Churchill, descritto nel momento in cui viene nominato primo ministro nell’ora più buia del paese, quando l’invasione dell’isola sembra inevitabile. Al posto di Chamberlain. Con la presenza ingombrante di Lord Halifax, di cui Churchill si libererà. Nel corso del 2017 è uscito un altro film che era dedicato in gran parte al premier inglese, intitolato semplicemente Churchill. Il periodo storico era diverso perché erano i tre giorni prima dello sbarco delle forze alleate in Normandia, una fase molto delicata e complessa ma con gli Alleati all’attacco.

Il Churchill di The Darkest Hour è un vincente, affronta la guerra e la lunga lotta con determinazione dopo un periodo di dubbi; si era sull’orlo della disfatta e Lord Halifax e Lord Chamberlain cercavano di trattare con il nemico. Il Churchill dell’altro film è un uomo molto insicuro, debole, che ha paura dei suoi ricordi (la strage di Gallipoli nella prima guerra mondiale). In entrambi i film, ancor più nel secondo è la moglie di Churchill che lo sostiene, lo incoraggia, lo fa decidere. E le decisioni che Churchill prende, di inviare la flottiglia di navi di tutti i tipi per salvare i 300.000 soldati accerchiati a Dunkerque è mostrata in Dunkirk. La lotta per sopravvivere dei soldati in terra, topi in trappola con i continui bombardamenti tedeschi con gli aerei, in aria con i combattimenti tra i pochi aerei inglesi contro gli aerei tedeschi superiori in numero e capacità e in mare su una delle piccole barche che va a salvare soldati sulla costa oltremanica. Un film straordinario che racconta la guerra dalla parte di quelli che la subiscono, che partecipano ma non hanno la possibilità di capire che cosa succede su un piano più vasto, coloro che hanno paura, che sentono le urla, le grida, le bombe e non sanno dove arriverà la prossima. Dove il rumore, sempre ad un livello molto alto, è uno dei protagonisti del film. Sembra di essere lì. Un film tutto all’aperto ma claustrofobico, in trappola nella guerra. E il generale interpretato da Kenneth Branagh che sul molo rassicura, si comporta come si fosse nella tranquilla campagna inglese. Branagh che nel 2015 aveva diretto Cinderella con protagonista Lily James che in The Darkest Hour interpreta la segretaria di Churchill ed a teatro era la Giulietta Shakespeariana diretta da Branagh, oltre ad aver partecipato alla serie Downton Abbey ove interpretava Lady Rose MacClare.

Fenomenale Gary Oldman candidato all’Oscar per miglior attore in The Darkest hour. Come è giusto che sia, nulla a che vedere con Dunkirk, in cui montaggio, scene, linguaggio sono una grande novità, là dove, un film di guerra, sembrava impossibile dire qualcosa di nuovo. E nessuno voleva produrre il film.

Insomma una trilogia su degli anni cruciali della storia inglese e mondiale. Film da vedere in inglese se possibile. Il suono delle parole è importante quanto la musica se non di più. Peccato che l’altro film su Churchill in Italia non si sia visto.

Feliziani, L’ultima soglia, Centro Giovani, Via della Penitenza 35, Roma sino al 16 febbraio.

Churchill, regia di Jonathan Teplitzky, sceneggiatura Alex von Tunzelmann con Brian Cox, Miranda Richardson, John Slattery, Gran Bretagna, 2017 .