Piazza Fontana, la strage fascista
che l’Italia ha lasciato impunita

La strage di piazza Fontana, la bomba alla Banca dell’Agricoltura. Diciassette morti e una diciottesima vittima, Giuseppe Pinelli.  Milano, cinquant’anni fa, mezzo secolo fa. Il 12 dicembre 1969, una data che è nella nostra storia, ma che rappresenta forse qualche cosa di più, come poche altre “date”, come poche altre “occasioni”. Come il 25 Aprile, giorno della Liberazione, anche se tutta l’Italia ancora non era stata liberata. Come il 2 Giugno, giorno del referendum istituzionale del 1946, Festa della Repubblica. Il 12 dicembre 1969 fu un passo nella costruzione della nostra identità nazionale, come il 25 Aprile lo fu e rimane nel segno dell’antifascismo e della democrazia e il 2 Giugno nel segno della Costituzione e delle istituzioni.

Giuseppe Pinelli

Il 12 dicembre 1969 fu il giorno delle bombe: a Milano alla Banca dell’Agricoltura ma anche alla Banca Commerciale in piazza della Scala (occultata in una borsa, rinvenuta da un commesso: il procuratore capo De Peppo diede ordine di farla saltare, cancellando così una traccia decisiva) e a Roma, tre bombe, la prima in un sottopasso all’interno della Banca nazionale del Lavoro (all’esplosione rimasero feriti quattordici impiegati), le altre due all’Altare della Patria. La “strategia della tensione” (definizione  coniata da un settimanale inglese, l’Observer), pensata molti anni prima, faceva le sue prove, nella speranza di provocare una reazione violenta, tumultuosa, irrazionale, tale da giustificare uno stato d’emergenza. Destabilizzare per stabilizzare, come raccomandava la dottrina americana.

“Valpreda è il colpevole”

La risposta fu di ben altro genere, la sera stessa e il giorno dopo e i giorni dopo ancora, quando si seppe dell’arresto di Pietro Valpreda (dal telegiornale, quando in video comparve Bruno Vespa che senza esitazione comunicò: “Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano e degli attentati di Roma. La notizia, la conferma è arrivata un momento fa dalla questura di Roma…”), quando la morte di Giuseppe Pinelli offrì il destro al questore Marcello Guida, già in epoca fascista direttore del confinario di Ventotene (Pertini non l’aveva dimenticato e per questo si rifiutò di stringergli la mano, quando arrivò in quelle ore a Milano), per accreditare attraverso un presunto suicidio (“Era fortemente indiziato”, “Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto”, “D’improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto”, “Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico”) la pista anarchica che i suoi superiori, a partire dal ministro dell’Interno, allora il democristiano Restivo, avevano indicato e che i suoi sottoposti, ovviamente,  avevano subito imboccato. Poche ore dopo l’attentato, il prefetto Libero Mazza, in una informazione al ministero, aveva scritto: “Ipotesi attendibile che deve formularsi indirizza indagini verso gruppi anarcoidi aut comunque frange estremiste”. Il commissario Luigi Calabresi, intervistato dalla Stampa, aveva invece assicurato: “Certo, è in questo settore che dobbiamo puntare: estremismo, ma estremismo di sinistra. A Roma hanno fatto esplodere al monumento al Milite ignoto. Non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni.  Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)”. Del resto, argomenta il commissario, sono gli anarchici i responsabili degli attentati ai treni e alla Fiera di Milano. Come si vedrà, gli anarchici saranno tutti discolpati.

Nessuno seguì la pista di Ordine Nuovo

Guido Lorenzon, professore a Padova, aveva segnalato invano una via ben diversa, rivelando le confidenze di Giovanni Ventura, il libraio, il fascista del Fuan, poi militante con Franco Freda di Ordine Nuovo, il movimento eversivo fondato da Pino Rauti.

Contro la “strategia delle tensione”, di fronte alle piste fasulle, ai primi depistaggi, malgrado giornali (molti giornali, non tutti) e televisione (l’unica televisione, la Rai), che avevano avvalorato le versioni delle autorità (e quali autorità!), migliaia di persone la mattina del 15 dicembre si raccolsero in piazza del Duomo, un omaggio muto ai morti di piazza Fontana, nel freddo, sotto un cielo plumbeo che sembrava dipingere stati d’animo, dolore, pena, ma anche incredulità e meraviglia… In quei momenti chiunque si chiese: perché? a chi giova? Quasi a negare istintivamente quella verità somministrata da ministri, questori, poliziotti e tramandata dalla tv e dai giornali, anche giornali come il Corriere della Sera che vantavano da sempre la loro autorevolezza e la loro indipendenza.

Quella piazza e quei silenzi, quel lutto di tutti, quella compostezza al passaggio delle bare, quella fermezza furono l’arma che respinse i piani architettati dagli eredi del fascismo, dagli allievi (Pino Rauti il caposquadra) a scuola dei colonnelli greci, dagli aspiranti golpisti, dai loro alleati nei servizi segreti, persino nella magistratura.

Pietro Valpreda

Giuseppe Pinelli morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo settantasette ore di interrogatori, precipitando dal quarto piano della questura di via Fatebenefratelli , Pietro Valpreda (che si era presentato al magistrato per accuse di scarso rilievo) fu definitivamente agli arresti il 16 dicembre, dopo il confronto a Roma con il tassista Cornelio Rolandi, che sosteneva d’aver condotto il pomeriggio di quel 12 dicembre davanti alla Banca dell’Agricoltura un cliente con una pesante valigia in mano, e d’averlo di nuovo raccolto pochi minuti dopo senza più quella valigia per accompagnarlo a qualche centinaio di metri di distanza. Rolandi segnalò Valpreda tra altre quattro persone, si ricorda, ben riposate e dall’abbigliamento curato, mentre Valpreda, magro, capelli lunghi, stempiato, doveva apparire non solo stanco, ma anche sgraziato, inquietante, impaurito, spiritato. Un “mostro” perfetto, come sembrò al Corriere d’informazione, che pubblicò la sua foto e accanto il titolo: “La furia della bestia umana”. “La bestia umana – preciserà il quotidiano serale di via Solferino – che ha fatto i 14 morti di piazza Fontana e forse anche il morto, il suicida di via Fatebenefratelli, è stata presa, è inchiodata, la sua faccia è qui su questa pagina… Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, mai combinato niente nella vita”. Il giorno dopo il Corriere della Sera attesta grazie alla firma di Mario Cervi: “Nel volgere di quattro giorni il mistero che avvolgeva il massacro di piazza Fontana e gli altri attentati di venerdì scorso è stato dissolto”. “Ex ballerino, rapinatore, anarchico”: così in un lungo ritratto lo descrive ancora il Corriere: “S’era imbrancato con un gruppo di gente poco raccomandabile che sognava il colpo grosso… una vita che si chiude al carcere perpetuo con il marchio di una colpa mostruosa… un uomo deluso, frustrato, verosimilmente visitato spesso da ore di disperazione”. Non è diverso il timbro di altri giornali: “Belva umana mascherata da comparsa da quattro soldi” (Messaggero), ”Mostro disumano” (Nazione), “Pazzo sanguinario” (Tempo).

I depistaggi

I telegiornali Rai si distinsero in fantasiose ricostruzioni: formule chimiche ritrovate in una macchina parcheggiata vicino alla casa di Valpreda, una borsa che conteneva una mappa sulla quale erano indicate alcune sedi bancarie. Fake news, si direbbe oggi, esempio chiaro di inqualificabile giornalismo.

Non sarà così per tutti i giornali e per tutti i giornalisti… Ci furono altri: Camilla Cederna, Marco Nozza, Marco Fini, Corrado Staiano, Giampaolo Pansa, Giorgio Bocca (vedi il bellissimo libro, pubblicato nel 1970 da Guanda, ripubblicato più di recente da Rizzoli, “Le bombe di Milano”). Fu la nostra Renata Bottarelli (“nostra”, dell’Unità) forse la prima a contestare la versione offerta dal questore Guida alla conferenza stampa la notte stessa della morte di Pinelli, conferenza stampa di cui Camilla Cederna ci regalò una brevissima straordinaria immagine: “Alla destra della poltrona del questore c’è la bandiera; alla sua sinistra stanno schierati gli altri funzionari, il capo dell’ufficio politico Antonino Allegra, il commissario Luigi Calabresi con uno dei suoi pullover di cachemire chiaro dal collo alto che fanno di lui, se non l’uomo più elegante, almeno il più moderno della questura. Una scena che non dimenticherò mai, un salotto in cui mancava appena che venisse offerto un bicchiere di whisky, un tono leggero e mondano, appena incrinato da un’altra presenza: da quel tenente dei carabinieri in uniforme che stando un po’ in disparte ogni tanto se ne andava su e giù sullo sfondo, ed era il tenente Savino Lo Grano, l’unico a parere, ad alcuni di noi, inquieto e turbato”.

Franco Freda e Giovanni Ventura

Accadde che molti giornalisti cominciassero a contestare le verità ufficiali, si ribellassero alla cultura delle veline, approdassero ad altre fonti. Nacque un bollettino di controinformazione democratica (BCD, con Giorgio Bocca, Guido Nozzoli, Marco Nozza, Morando Morandini, Piero Scaramucci).

Il giornalismo democratico

Accadde persino che decine e decine di giornalisti, da tutta Italia, si raccogliessero in assemblea per rivendicare l’autonomia della professione, la libertà di informare, e che discutessero per ore per tentare di rispondere a una domanda centrale: come stringere il cerchio attorno al principio di obiettività? La via fu per alcuni una sostituzione: “onestà” al posto di “obiettività”. Rinunciando dunque all’ambizione di raccontare al lettore una verità, invece presentando onestamente ciò che si sa, ciò che si è visto, ciò di cui si è testimoni, ciò di cui si dubita. Scriveva Marc Bloch: «Prima ancora di fare il punto su ciò che ho veduto, è necessario che io dica con quali occhi l’ho veduto». L’onestà è una virtù che non sopravvive, se non vi sono certezza di autonomia e una carta chiara dei diritti e dei doveri. La discussione rivelò la maturità e la responsabilità di quel movimento. Poco è rimasto di quella consapevolezza, di quella cultura, di quel mestiere.

La strage di piazza Fontana è una storia di cinquant’anni, storia indelebile di un attacco feroce alla democrazia, un attacco respinto come tanti altri dopo, un lungo itinerario di morte e di dolore: Peteano, la Questura di Milano, Piazza della Loggia a Brescia, l’Italicus, la stazione di Bologna, il treno 904 la notte di Natale del 1984, prima le trame nere, poi la follia brigatista, talvolta le une e l’altra spalleggiate dalla criminalità mafiosa e camorrista.

Sono stati anche trentatré anni di processi: da Roma a Milano, da Milano (per la pretesa “legittima suspicione” denunciata dal solito De Peppo) a Catanzaro, mille chilometri dal luogo del reato, Bari e poi ancora Milano, in una sfilata senza fine nelle aule di giustizia di generali, ufficiali, ammiragli, spie, terroristi, agenti provocatori, politici o pseudo politici, ministri, in una fiera interminabile del “non ricordo”, Miceli, Maletti, Henke, Aloja, Labruna, Rauti, Delle Chiaie, Merlino, Pozzan (vicino a Ordine nuovo, amico di Freda, fuggito in Spagna grazie ad un passaporto confezionatogli dal Sid, accusatore di Rauti), i piduisti di Licio Gelli, gli ultimi inquisiti Maggi (condannato poi per la strage di Brescia), Rognoni e Zorzi, cui il giudice istruttore Guido Salvini giunse grazie alle rivelazioni di Carlo Digilio, altro fascista e ordinovista, l’armiere della banda, i ministri Tanassi, Andreotti, Rumor… E poi i magistrati: Paolillo, il primo incaricato delle indagini (ma l’inchiesta fu subito dirottata a Roma, tolta senza andar troppo per il sottile al suo giudice naturale che era senza possibilità di dubbio quello di Milano), Calogero (che rivolse la sua attenzione a Ventura e Freda, dopo le rivelazioni di Guido Lorenzon) e con lui il giudice Stiz, Luigi Fiasconaro, Emilio Alessandrini (assassinato da Prima Linea), Gianfranco Migliaccio (giudice istruttore a Catanzaro), Gerardo D’Ambrosio (che concluse l’indagine sulla morte di Pinelli, senza poter interrogare il commissario Calabresi, assassinato nel maggio del 1972), Guido Salvini per ultimo…

Cinquant’anni, trentatré di processi, e ancora si legge: “Una strage senza colpevoli”. Lo scrivono quegli stessi giornali che avevano per primi dipinto il “mostro”.

Freda e Ventura? Colpevoli ma non processabili

Vale invece quanto si legge nella sentenza della corte d’Assise d’Appello del 12 marzo 2004: se si debbano ritenere Freda e Ventura “responsabili della strage di piazza Fontana e degli altri attentati commessi lo stesso giorno”… “il giudizio non può che essere uno: il complesso indiziario dalle risultanze esaminate fornisce a tale quesito una risposta positiva”. Un anno dopo la Cassazione, “fermo il divieto del ne bis in idem”, “sul punto specifico delle responsabilità individuali… sia pure in chiave meramente storica e di valutazione incidentale”, ribadiva la colpevolezza di Franco Freda e di Giovanni Ventura. Confermava cioè che “la corresponsabilità di Franco Freda e di Giovanni Ventura in ordine ai fatti del 12.12.1969 appare sufficientemente accertata”. Una verità era stata raggiunta. Ma i due non erano giudicabili, ne bis in idem: erano stati assolti in precedenti processi (prima a Catanzaro e poi a Bari). Franco Freda, ottantenne, ha battezzato Matteo Salvini “salvatore della razza bianca”. Giovanni Ventura è morto nove anni fa a Buenos Aires. Conduceva un ristorante.

Due colpevoli, bombe fasciste, una strage fascista, con la complicità, con la connivenza, con la solidarietà di organi dello Stato, dei servizi segreti, degli uffici affari riservati, zeppi di fascisti riciclati, quando Almirante minacciava: “Faremo come la Grecia” (intervista al Giorno, nella mattina della strage). Un disegno andato a monte, un piano contro il “pericolo comunista” (di “pericolo comunista” aveva parlato il presidente della Repubblica Saragat, alla conclusione della visita in Italia di Nixon), per interrompere una stagione di lotte (l’“autunno caldo”, prima di piazza Fontana) e di riforme, di riforme raggiunte e di riforme mancate, una stagione in cui tanta voce fece sentire proprio il partito comunista.