Risparmiateci
il coro che lo invoca
“santo subito”

In genere basta morire, lasciandosi alle spalle qualche merito, una canzonetta, un libro, un film, per venire nell’immediato beatificati.  Mario Draghi beatificato lo è stato da sempre e ben in vita, un predestinato, beatificato oggi però con toni che rievocano più le trincee e le cannonate che le virtù celestiali. Basterebbe la prima pagina di Repubblica di ieri: il ritratto del presidente designatore, Mattarella, il ritratto del designato,  in mezzo, in riquadro, a caratteri cubitali, il titolo lapidario: “L’ora di Draghi”. Da vedere. Mi verrebbe voglia di scriverlo tutto maiuscolo: “L’ORA DI DRAGHI”.  Ma la grafica non renderebbe comunque l’impennata eroica del giornale della Fiat, che evoca altri tempi, squilli di tromba, rullio di tamburi  e “un’ora fatale”,  che si sarebbe rivelata poi assai infausta. L’altro giornale della Fiat, il torinese “La Stampa”, nel segno di un’ex solidità industriale, tutta lamiere e vernici, sulle immagini dei due presidenti sorridenti, sullo sfondo le bandiere di mezzo mondo, incideva con sicura sintesi: “I costruttori”. Lo sguardo corre tra i muratori di Fernand Léger e l’uomo di marmo, lo stakanovista di Andrzej  Waida.

L’uomo di marmo

Cito, per equità, anche il Corriere, come sempre piatto piatto: “Governo, il Colle chiama Draghi”. Siamo alla cronaca del giorno prima.

Forse molti italiani, molti italiani da Confindustria e dintorni, dai registi di Confindustria ai delusi di ogni genere e categoria, lo speravano: dopo tanti tentennamenti, tante bugie, tante liti, tante miserie della politica,dopo le conferenze di Renzi,  l’uomo forte è finalmente arrivato, l’uomo forte in sembianze moderniste, pure colto, allievo del keynesiano e misterioso Federico Caffè, allievo a Boston del mitico Modigliani, l’uomo che ha avuto in mano le sorti dell’Europa unita  (con la benedizione non certo scontata della signora Merkel) e che parla benissimo inglese. Eccolo, con il compito di allestire un governo “di alto profilo”. Parole del presidente Mattarella, che si è sentito in dovere di raccomandarlo “l’alto profilo”, come se tutti i precedenti, tutti indistintamente,da De Gasperi ad Andreotti, da Moro a Berlusconi, da Conte 1 a Conte 2, fosse insipidi minestroni di mediocri ambizioni e di formidabili appetiti.

Whatever it takes

Ovunque, ovviamente, tra le righe delle odi intessute a ricamare la biografia di Draghi, è comparsa la celebre frase “whatever it takes”, declamata nel lontano 2012 quando l’Unione europea versava in pessime condizioni economiche e politiche. La traduzione è semplice: costi quel che costi, a qualunque costo. Però un poco inquieta, perché qui si toccano i contenuti, cioè i programmi e si sa che, tecnici fin che si vuole, governi tecnici fin che si vuole, i programmi si ritagliano sulle esigenze di questo o di quello, si modellano nel rispetto di determinati valori o di determinati interessi e quindi non sarebbe bello se quel “whatever it takes” dovesse costare sempre ai soliti, ai disoccupati, ai redditi fissi (quelli bassi), agli anziani, ai giovani (il trenta per cento senza lavoro), ai lavoratori delle aziende in crisi per il covid o per qualche cosa d’altro, che potrebbero ritrovarsi senza una tutela, ai napoletani della Whirlpool, eccetera eccetera, a tutti quelle delle periferie, materiali o metaforiche.

Insomma ci andrei cauto e per provare a cautelarmi ancor di più andrei a rileggermi con attenzione la famosa lettera del 2011 sottoscritta con Jean-ClaudeTrichet e inviata, segretissima, al governo italiano (Berlusconi), la lettera sul pareggio in bilancio dettato dalla Costituzione, sulla liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi pubblici locali (anche delle professioni, a onor del vero), sul taglio indiscriminato della spesa pubblica, sulla riforma delle pensioni. Tanto per capire che cosa ci potrebbe capitare. Sempre che ovviamente il Nostro ce la faccia a conquistare i voti del Parlamento, la più sgangherata assemblea della nostra storia repubblicana, una memorabile sberla alla politica, un incitamento rivolto al “popolo” perché sventoli la bandiera del qualunquismo.

Per il Pd ennesima prova

Voglia o non voglia, siamo all’ennesima prova per il Pd, per il suo gruppo dirigente, per Zingaretti in particolare.

Nicola Zingaretti

Non gli direi di “tirar fuori gli attributi”, come indirettamente consigliava la nota commentatrice di Repubblica. Gli direi di ripensare semplicemente alla storia del partito nato cento anni fa e al quale si richiama, per quanto flebilmente, il suo Pd, di ripensare ai valori difesi da quel partito, all’intelligenza politica in senso profondamente riformista dei suoi dirigenti, a cominciare da Gramsci, forse il più grande e libero (malgrado la galera fascista) intellettuale del nostro Novecento. C’è tutto da ricostruire: idee, progetti, un orizzonte. Un governo Draghi potrebbe concedere il tempo per cominciare.

Mi piacerebbe chiudere ringraziando Conte e alcuni tra i suoi ministri, Speranza in primo luogo: qualcuno potrebbe denunciare mille errori, per onestà bisognerebbe riconoscere però che proprio loro hanno tenuto in piedi questo paese nei giorni più difficili della sua storia, dal dopoguerra in avanti, di fronte al più imprevedibile e spietato dei nemici. Bisognerebbe pure riconoscere che Conte, inesperto politico, come lo ha definito Renzi, è riuscito, più di tutti in Europa, a portare a casa quei miliardi, duecento e passa, che Draghi dovrà probabilmente spendere. Secondo giustizia, si spera.