Infanzia e adolescenza
la povertà
è il nuovo apartheid

Commentando uno degli atlanti che periodicamente pubblica Save The Children sull’infanzia a rischio, Roberto Saviano, alcuni anni fa, scrisse che era come trovarsi a leggere un romanzo drammatico. La drammaticità sta nella condizione dei bambini e degli adolescenti, in quella fetta di infanzia tragicamente dimenticata prima di tutto dalle istituzioni. I capitoli di questo “romanzo” si sono arricchiti anno dopo anno di toni ancora più cupi. Lo testimonia anche l’ultimo Atlante di Save the Children, il nono della serie pubblicato da Treccani, dal titolo “Le periferie dei bambini”.

La fotografia che emerge ci racconta una geografia umana dove i bambini e gli adolescenti sono, appunto, la periferia, dove la povertà (sia pure leggermente in calo) determina i destini e dove la “segregazione educativa” è il nuovo apartheid che vive tra noi. A Napoli, abitare al Vomero o a Scampia, a Posillipo o nella periferia orientale della città, segna la vita per sempre. Nelle zone più a rischio si studia di meno o non si studia affatto, presto si rinuncia anche a cercare un lavoro. Ci sono differenze enormi (di quasi 25 punti secondo i dati dei test Invalsi) già in quinta elementare nelle competenze e nelle abilità apprese. 

Un problema del Sud a cui il ricco Nord può voltare le spalle o solidaristicamente occuparsene? No. Il problema – avverte Save the Children – riguarda l’Italia nel suo complesso, si annida nelle zone di vecchia e nuova povertà e si manifesta come incuria verso i piccoli cittadini. Lo si vede nei quartieri a rischio di Palermo come nelle periferie milanesi di Quarto Oggiaro o in quelle genovesi di Cep di Prà. I ritardi educativi si sommano alla quasi impossibilità di avere accesso a risorse formative e di crescita; da Internet, alle biblioteche, al parco dove giocare e respirare aria un po’ meno inquinata. Mentre si accentua la forbice demografica tra gli anziani in aumento e le nascite in picchiata. Cesare Moreno, il carismatico animatore dell’Associazione Maestri di strada, ama ricordare quanto nelle realtà degradate e segregate, conti di più un abbraccio che un brutto voto, guardare un ragazzo negli occhi che reprimere e isolare. Ci sono insegnanti “eroici” che cercano di supplire alle mancanze di sistema, ci sono le iniziative messe in campo da Save the Children, attraverso progetti educative come i 23 “Punti Luce” sparsi per l’Italia e il programma “Fuoriclasse in movimento” che coinvolge 170 scuole e mira a combattere la dispersione scolastica. Ma nonostante le tante lodevoli iniziative, il baratro si allarga perché manca lo Stato, manca un’idea di investimento sul futuro dell’Italia che non può che partire da un investimento sull’educazione e la formazione. I fondi per l’istruzione e l’università sono sempre meno; nel 2009 erano il 4,6 per cento del Pil, nel 2015 si erano ridotti al 3,9 per cento. In calo anche la spesa sociale destinata a “famiglia e minori” che in Italia è del 5,4 per cento contro una media europea dell’8,5 per cento e in paesi come Germania, Regno Unito e Svezia si aggira sull’11 per cento. 

In futuro e già oggi – ci dicono studiosi e economisti – la formazione deve essere continua perché in un mondo in rapidissimo movimento, anche le conoscenze così come il nostro modo di aggregarle e utilizzarle cambia continuamente. L’intelligenza artificiale e la robotica annienteranno vecchie professioni, soprattutto quelle più di routine, e ne creeranno di nuove super specializzate. E’ questione di sopravvivenza del così detto “sistema Italia” investire nel settore educativo, rimettere in moto l’ascensore sociale da troppo tempo bloccato e volgere lo sguardo e i denari alle periferie e ai giovanissimi che vi abitano e che nessun reddito di cittadinanza potrà mai aiutare quanto una scuola, una biblioteca, una mensa scolastica a cui accedere.