E se la NATO scomparisse?

Tra le tante prove di maturità democratica e di affidabilità internazionale che venivano chieste ai 5 Stelle durante il balletto per la formazione del governo c’era una dichiarazione di fedeltà alla NATO. Che Di Maio e i suoi hanno prontamente fornito correggendo disinvoltamente quel che avevano scritto sul programma per il quale avevano chiesto i voti degli elettori e cioè che la NATO “necessita di un ripensamento” e che – come chiosava il responsabile esteri del movimento Manlio Di Stefano – “oggi deve cambiare, e noi dobbiamo riflettere se rimanerci o meno. Se cambia sì, se non cambia allora ce ne andiamo”. Il “ripensamento”, quindi, c’è stato. Ma non ha riguardato l’Alleanza Atlantica quanto proprio il “pensiero” di Di Maio  che si faceva sempre più duttile man mano che si sentiva più forte il canto delle sirene da Palazzo Chigi.

Il metaripensamento, ovvero il ripensamento del ripensamento sulla NATO dei grillini (se ancora si possono chiamare così: bisognerebbe chiederlo a Grillo) esprime e contiene un paradosso. Perché è sempre più chiaro che l’alleanza avrebbe invece proprio bisogno di un bel “ripensamento” e non sono soltanto i 5 Stelle “prima della cura” a sostenerlo, ma un po’ tutti gli osservatori, compresi quelli più “atlantisti”, come si diceva una volta, a cominciare dal Secretary General Jens Stoltenberg e giù per li rami delle diplomazie dei 29 paesi che oggi ne fanno parte. Soltanto qui da noi, a testimonianza della neghittosità tutta italiana sui temi della politica estera, il tema è pressoché ignorato dalla politica ufficiale e dai commentatori, fatta eccezione per qualche ricercatore degli istituti di studi internazionali e di un osservatore attento e di lunghissima esperienza come l’ambasciatore Sergio Romano.

Nei suoi 69 anni di vita la North Atlantic Treaty Organization di ripensamenti ne ha avuti già parecchi, soprattutto dal 1989 quando la caduta del Muro di Berlino e la conseguente dissoluzione dell’impero sovietico imposero quello che pareva, e avrebbe dovuto essere, definitivo: cessata la minaccia che senso aveva mantenere in vita l’alleanza che l’aveva fronteggiata? La NATO non fu disciolta per una serie di motivi che sarebbe troppo lungo esaminare, ma sostanzialmente riconducibili ad uno solo, fondamentale: mantenere e garantire un rapporto politico solido tra le due sponde dell’Atlantico. I vari Concetti Strategici che si sono avvicendati dall’89 in poi prevedevano sempre al primo punto l’antica ratio militare del coinvolgimento di tutti in caso di aggressione a uno dei paesi membri (l’articolo 5 del Trattato, che fu fatto valere dopo l’abbattimento delle torri gemelle), ma poi elencavano una serie di missions che la logica vorrebbe fossero attribuite ad organismi internazionali super partes: la prevenzione e la gestione delle crisi, la stabilizzazione degli stati dopo i conflitti, come furono gli interventi nei Balcani occidentali e in Afghanistan, il perseguimento della cosiddetta «sicurezza cooperativa», ovvero il partenariato con altre organizzazioni internazionali e “la politica della ‘porta aperta’ alle ‘democrazie europee’ che vogliono diventare membri dell’Alleanza Atlantica…e rispettano i requisiti per l’ingresso”. Quest’ultimo punto lo abbiamo trascritto così com’è dal testo ufficiale del Concetto Strategico approvato dal vertice di Lisbona nel 2010 perché le parole sono importanti e gravide, come vedremo, di conseguenze politiche. Dopo l’89 la NATO si è “impadronita” di una serie di compiti dell’ONU, ma così facendo è diventata una ONU di parte, occidentale, non riconosciuta come legittima da tutta la comunità internazionale, sospettata e in ogni caso sempre sospettabile di esprimere e sostenere interessi europei e, soprattutto, americani.

Si potrebbe ragionare su quanto questa invasione di campo abbia contribuito ad aggravare la crisi delle Nazioni Unite, che ha certo molte ragioni proprie, e a togliere efficacia a ogni progetto o generico proposito di riforma, ma per ora restiamo al punto. Sotto il profilo militare l’alleanza ha avuto la propria ragion d’essere nelle strutture di comando saldamente e istituzionalmente in mani americane. Sotto il profilo politico, al di là delle articolazioni dialettiche che ci sono sempre state, la sua ragion d’essere essenziale è stata quella di scongiurare lo scollamento, la divaricazione dei propositi e degli interessi, tra Washington e le capitali europee, quello che in gergo viene chiamato il decoupling.

Questo fattore politico è in crisi da tempo. Basti pensare ai contrasti al tempo della guerra in Iraq di Bush figlio che sfociarono nella dissociazione di Francia e Germania e nella promozione della “coalizione dei volenterosi”. Un certo decoupling, che inevitabilmente crea disfunzioni nella gestione dei due piani, quello politico-diplomatico e quello militare, si è manifestato anche quando alla Casa Bianca c’erano amministrazioni democratiche. Anche con quella di Obama, certamente la meno “antieuropea” degli ultimi decenni.

Ma non c’è dubbio che il problema si è ingigantito con l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. Non c’è certo bisogno di sottolineare come e quanto l’atteggiamento dell’attuale amministrazione USA sia divergente, talvolta in modo perfino provocatorio, dalle posizioni (e dagli interessi) europei: dalla guerra dei dazi al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele al recente siluramento dell’accordo con l’Iran sul nucleare. Sarebbe interessante verificare quanto questa divaricazione politica influisca sul funzionamento istituzionale dell’alleanza, quali frizioni, cioè, si stiano determinando tra il piano politico e quello militare. L’argomento è ovviamente tabù all’interno delle istituzioni dell’Alleanza, ma più di un cenno alla sua esistenza emerge di tanto in tanto perfino nelle pubblicazioni ufficiali, specialmente per quanto riguarda le analisi sulla situazione nel Medio Oriente.

Ma oltre a quella che corre in mezzo all’Atlantico sta emergendo un’altra divaricazione, un decoupling meno visibile ma forse anche più insidioso, che corre non fra l’America e l’Europa ma dentro l’Europa. Esso riguarda i rapporti con la Russia. I paesi dell’Europa orientale, soprattutto ma non solo la Polonia e le repubbliche baltiche, hanno concepito fin dalla loro adesione la NATO negli stessi termini in cui la si concepiva in tutto l’occidente prima della caduta del Muro di Berlino: baluardo armato sulla linea di confine con l’impero sovietico, oggi ridotto alla Federazione russa e alle ambigue pretese putiniane sullo “spazio vicino”, a cominciare dall’Ucraina, ma pur sempre minaccioso. Delle tre missions individuate nel Concetto Strategico, quella che interessa davvero a questa parte d’Europa è la prima, quella fissata sull’articolo 5, le altre sono roba per gli altri, per quelli che non hanno il problema della minaccia incombente. O meglio: della percezione di una minaccia incombente.

Ci sono comprensibili ragioni storiche alla base di questo atteggiamento, ma è evidente che nella parte occidentale del continente il peso di “quella” storia si senta molto meno e che ci si ponga maggiormente il problema di un rapporto “politico” con Mosca, di un dialogo per la gestione delle crisi regionali, a cominciare dal Medio Oriente, e dell’inserimento della Russia in un sistema di sicurezza comune, del tipo di quello che fu delineato nel 2002 nel vertice di Pratica di Mare quando alla guida del Cremlino c’era ancora Boris Elstin (e a capo del governo italiano Silvio Berlusconi, che nella sua megalomania galoppante rivendicò a sé il merito di aver “fatto finire la guerra fredda”), e del quale si conservano timide vestigia nelle sedi di dialogo istituzionale aperte ancora a Bruxelles.

L’adesione alla NATO dei paesi dell’Europa orientale, tra il 1999 e il 2002, è avvenuta sulla base della “politica aperta alle democrazie” individuata dal Concetto Strategico, disattendendo gli impegni che le potenze occidentali avevano preso con Mosca al momento dell’unificazione tedesca, quando era stato stabilito di comune accordo che il patto militare occidentale non si sarebbe allargato verso l’est. Essa rispondeva alla richiesta di protezione espressa dalle opinioni pubbliche di quei paesi ma anche, come è apparso chiaro dagli orientamenti e dalle scelte delle amministrazioni americane, sia quelle repubblicane che – forse ancor di più – quelle democratiche, da una strategia di contenimento della Russia nient’affatto dissimile dal containment dell’URSS negli anni della guerra fredda. Al vertice di Bucarest, nell’aprile del 2008, fu scongiurato per merito degli europei occidentali, sicuramente la Germania e (ci piace pensare) anche l’Italia, un allargamento della NATO proposto dall’amministrazione Bush all’Ucraina e alla Georgia che avrebbe aperto una crisi grave con Mosca e avrebbe avuto effetti potenzialmente pericolosi: tre mesi dopo il vertice tra la Russia e la Georgia scoppiò la guerra in Ossezia e se la Georgia fosse stata nella NATO ci saremmo tutti trovati automaticamente in guerra con la Russia. Ed è noto quanto abbia pesato nel conflitto con l’Ucraina la paura del Cremlino che Kiev potesse essere cooptata nella NATO. La decisione, presa da Bush junior, di uscire dal trattato ABM e quella di installare sistemi anti-missile in Polonia e in Cechia furono funzionali a quella strategia, nonché – va detto anche questo – rispondenti agli interessi dell’industria militare americana, così come il rafforzamento dell’apparato militare nella regione baltica che la Russia considera da sempre la “porta” di ogni possibile invasione dall’occidente.

Ci sono tutti i motivi per pensare che questa impostazione strategica, anziché indebolire Putin, abbia rafforzato la sua presa sull’opinione pubblica interna, nostalgica dell’impero e intimorita dall’accerchiamento (San Pietroburgo, l’antica Leningrado dell’assedio più terribile della storia, è a 130 chilometri dal confine con l’Estonia), favorendo il suo controllo antidemocratico, la repressione della dissidenza, facilmente accusata di connivenza col nemico, e i suoi disegni imperiali sull’”area vicina”. L’effetto avuto dal raid americano in Siria dopo il presunto uso di armi chimiche da parte del regime di Assad sul recente voto plebiscitario a favore del “nuovo zar” è lì a testimoniarlo.

Tutte queste considerazioni concorrono a porre una domanda: ha ancora senso la NATO? Si può e si deve “ripensarla” oppure bisognerebbe considerarla ormai un ostacolo alla costruzione di un vero ordine internazionale equilibrato? Non sarebbe ora di cominciare a discuterne, al di là del futile opportunismo dei grillini?