Perché Marx parla ancora a noi
e non si fa mettere in soffitta

Nel bicentenario della nascita stiamo facendo ancora una volta i conti con la vitalità del pensiero di Marx. Senza partiti e organizzazioni di massa che si rifacciano alle sue idee, senza più i marxismi che hanno alimentato e dominato il dibattito filosofico lungo tutto il Novecento, Marx continua comunque a giganteggiare. Qualsiasi indicatore bibliometrico ci dice che Marx è un autore del XXI secolo, mentre filologi ed editori sono costretti ancora a cimentarsi con i suoi manoscritti, per una più giusta sistemazione dei suoi scritti editi e postumi. I suoi ritratti iconici continuano a simboleggiare – ovunque – idee di emancipazione e di riscatto: neppure la caduta disastrosa dei regimi dell’Est europeo è riuscita a oscurare la sua immagine e a determinare il declino della sua fortuna di pensatore politico. I suoi scritti suscitano oggi l’interesse di generazioni che non hanno conosciuto i partiti socialisti e comunisti del Novecento e che sanno bene che non ci sono più quei movimenti politici e quei soggetti collettivi che in vario modo si sono richiamati alle sue idee, riuscendo a mobilitare per oltre un secolo operai e contadini di ogni parte del mondo. Ma perché non riusciamo a liberarci di lui? Perché Marx ha sempre beffato chi ha voluto riporlo in soffitta? Perché lo sentiamo così sorprendentemente contemporaneo? Qual è la ragione di questi continui ritorni o – a ben vedere – della sua costante presenza tra noi?

Non basta richiamare l’immensa sua erudizione, la sua particolare perspicacia e gli oltre quarant’anni di lavoro incessante dedicati a un unico grande tema che gli impose di trattare ogni sorta di problema di natura economica, politica, sociale, culturale. Né è sufficiente richiamare la pervasività del capitale – oggetto principale dei suoi studi – l’industrialismo e l’urbanesimo, che accomunano la sua epoca e la nostra. Il mondo descritto da Marx è inequivocabilmente un mondo che non c’è più: era quello che prese forma intorno alla metà del XIX secolo e che non è più il nostro. Qualsiasi interpretazione attualizzante che neghi o ignori i mutamenti intervenuti in centocinquant’anni di storia mondiale rischia di ridursi a raccolta di citazioni e a forzature magari suggestive. Vale per Marx ciò che vale per tutti i classici del pensiero politico: comprenderli ci obbliga a storicizzarli e a collocarli nel loro tempo.

Indubbiamente c’è da considerare la straordinaria capacità descrittiva e la potenza letteraria delle sue opere più note. Le pagine del Manifesto che elogiano la borghesia come classe sociale progressiva capace di farsi interprete delle trasformazioni nate dall’espansione dei traffici già all’indomani della scoperta dell’America rimarranno certamente l’affresco più suggestivo sulle origini della globalizzazione e della modernità. Ciò vale anche per alcune sue opere “storiche”: da Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, in cui descrive dinamiche tipiche (e figure tipiche) della politica moderna, alle pagine piene di pathos sulla Comune di Parigi ne La guerra civile in Francia. E ciò vale anche per molte opere di Engels: La situazione della classe operaia in Inghilterra sembra un moderno saggio di ecologia urbana.

Ma non si tratta certo soltanto della fortuna di un letterato, di uno scrittore politico capace di misurarsi con la saggistica, col giornalismo, con la propaganda di partito, con la direzione della Associazione internazionale dei lavoratori, con la pamphlettistica più pungente e sobria e con la stesura di un’opera monumentale mai portata a termine.

Meravigliano quelle che sembrano sue profezie e che profezie non sono. Ci tocca fare i conti con passaggi dei suoi scritti (e di quelli di Engels) che paiono provenire da chi ha avuto modo di prevedere i drammi del nostro tempo. Si possono estrapolare brani vecchi un secolo e mezzo e constatare la loro stupefacente attualità: “Gli italiani della regione alpina, nell’utilizzare sul versante sud gli abeti così gelosamente protetti al versante nord, non […] immaginavano di sottrarre, in questo modo, alle loro sorgenti alpine per la maggior parte dell’anno quell’acqua che tanto più impetuosamente quindi si sarebbe precipitata in torrenti al piano durante l’epoca delle piogge”. Lui ed Engels non avevano assistito alle alluvioni di questo secolo, ma non avendo ignorato la natura nell’interpretazione dei fenomeni storici ne avevano desunto l’impossibilità di dominarla “come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo; tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di adoprarle nel modo più opportuno”. Nei manoscritti del 1844 la natura è “il corpo” stesso dell’uomo e in seguito parlerà di “ricambio organico” tra l’uomo e la natura: espressioni vivissime, concepite ben prima che la crisi ecologica si manifestasse coi suoi effetti globali e devastanti. E si potrebbero richiamare tutte le pagine de Il Capitale sulle merci – dalla loro produzione al consumo – con tanto di deplorazione dello spreco e della dissipazione delle risorse della natura che per Marx è “la fonte di ogni ricchezza”.

Perché quindi riesce ancora a sorprenderci con analisi e previsioni? C’è senz’altro da riconoscere la forza del pensiero radicale (“essere radicali vuol dire andare alla radice”) e le acquisizioni dovute a ricerche programmaticamente critiche: critica delle ideologie, critica del pensiero filosofico culminato nella filosofia classica tedesca, critica dell’economia politica, critica di tutti i socialismi appena apparsi sulla scena e via dicendo. (Che cosa ci dicono, d’altronde, i titoli delle sue opere compiute e incompiute se non che il termine Kritik è la prima parola chiave per intendere i suoi propositi?). Dalla filosofia conviene senz’altro partire. Marx aveva preso le mosse da Democrito ed Epicuro e non smise mai di ripercorrere la storia del pensiero filosofico, di riconsiderare le matrici del materialismo (criticandone i difetti naturalistici e meccanicistici) e dell’idealismo, ammirando in Hegel il più compiuto storicismo. Ma il lascito di Marx non rimane racchiuso nell’ambito della storiografia filosofica. I temi da lui trattati hanno a che fare col bisogno di ricostruire e interpretare la storia in maniera integrale (totale), senza rispetto per i confini disciplinari.

Sta qua il segreto e l’“essenza” del suo pensiero? Nella ricerca dell’essenza e dei principi fondamentali si sono aperte le diatribe più accese e durature tra i suoi interpreti, tra i suoi seguaci e tra i suoi critici. Nessuna definizione e nessun tentativo di ricondurre all’unità il suo pensiero è apparsa pienamente persuasiva.

Gramsci – che resta uno dei suoi interpreti più originali e fecondi – aveva sostenuto che la “ricerca del leit-motiv, del ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati”. Ovvero che non basta prendere qua e là, ma occorre comprendere ogni passaggio del suo itinerario intellettuale per cogliere pienamente il significato e le implicazioni politiche, morali, culturali di un “nuovo modo di pensare e di concepire la vita e il mondo”.

L’itinerario intellettuale e politico di Marx fu lungo; il nuovo modo di pensare e di concepire il mondo al quale Gramsci si riferiva prese corpo in poco più di un quinquennio, tra il 1843 e il 1848. Il riferimento è agli esiti della critica all’idealismo speculativo, che non comprende il legame tra l’uomo e la natura, e al materialismo naturalistico, che non comprende il rapporto tra natura e storia: critica allo storicismo idealistico che ha rimosso la natura; critica al materialismo naturalistico che ha rimosso la storia. Negli stessi anni egli desume il comunismo dal materialismo, ossia dalla condizione tragica che si trova a vivere l’uomo in assenza di dio. Se non c’è un dio capace di salvarlo, l’uomo non può che ricorrere alle proprie forze. Da qui i suoi primi richiami all’agire politico, alla coscienza di sé e alla rivoluzione.

Le vecchie accuse di determinismo economico non paiono più in grado di screditare la sua concezione della storia e riemerge con forza il suo umanesimo. Di fronte al perdurante dominio del capitale (“forza cieca” e indifferente alle sorti dell’umanità) siamo ancora alla ricerca delle forze in grado di imbrigliarlo e avvertiamo più di prima la necessità di afferrare la complessità e di comprendere e prevedere gli effetti di trasformazioni incessanti. Marx gettò permanentemente uno sguardo complessivo sul mondo in continua trasformazione. Il suo sogno di unificare il genere umano, attribuendo alla politica il primato, può diventare oggi ancora più seducente.