Perché le parole di Mussolini
sono tornate a essere “parole gridate”

Quando certe parole e i loro significati acquistano cittadinanza pubblica, contemporaneamente si consolidano immagini che sono il senso culturale e l’abito mentale di quelle parole. Così: la massa è manovrabile; il politico è guida autoritaria senza necessità che la massa giudichi, giacché è sufficiente che obbedisca; la forza è lo strumento e il viatico per avere consenso; il futuro è dei popoli numerosi e di un ordine della famiglia dove il maschio comanda e la donna ubbidisce (quindi subisce), dove il maschio lavora e la donna accudisce i figli a casa.

Questi quattro passaggi, segnati rispettivamente da quattro testi proposti in questa raccolta – per la precisione, Il valore storico del socialismo (1914); Forza e consenso (1923); La difesa della razza (1927); Preludio al Machiavelli (1924) –, formano il palinsesto su cui si fonda la sostanza del lessico di Mussolini, ma non solo. Sono parte essenziale dell’architrave di costruzione dell’«Italiano», avrebbe detto Giulio Bollati. Esprimono il «credo» politico e la memoria collettiva che sanciscono il patto tra governanti e governati nella storia italiana.

Sono tutti concetti, parole e immagini, che si formano tra l’inizio dell’esperienza politica di Mussolini, intorno al 1904, e la fine degli anni Venti. Lì, in quello spazio di venticinque anni, sta il cantiere di costruzione non solo del Mussolini politico, ma anche del linguaggio che dà forma a noi italiani di allora (ai nostri nonni). Ma poi noi, i nipoti e i bisnipoti di quei nonni, abbiamo preso la misura con quel linguaggio? Quanto ci siamo liberati di quelle parole? Oppure esse fanno ancora profondamente parte del nostro linguaggio e del nostro immaginario? Forse anni fa non ci saremmo posti questa domanda.

Ma le domande in storia muovono sempre da un tema che ci riguarda nel presente, per provare a capire la distanza o la prossimità con scene e tempi del passato, o a comprendere e a dare un volto al tempo attuale. Perché, se pure il problema non è che il fascismo stia tornando, quelle parole, con il loro carico di immaginario, sono tornate a circolare nella nostra mente e spesso nel nostro linguaggio parlato. Cioè sono tornate a essere «parole gridate» e non più solo «parole sussurrate». E la forza del grido, se senza contrasto, le rende «parole ammesse». Ovvero «legittime». Le parole, come le idee, hanno una storia, non camminano da sole. È allora opportuno prestare attenzione a come parliamo. Perché non è vero che il linguaggio è naturale e le parole esprimono «naturalmente» chi siamo. Il linguaggio è sempre artificiale, ovvero è l’effetto e il risultato di una formazione e indicano un’origine. Si tratta di saper riconoscere quella che ci rappresenta o che vogliamo che ci rappresenti. (…)

Comunque la retorica, e anche la scaltrezza di Mussolini, sta nel far dimenticare i guai del malgoverno degli affari e mettere al centro la forza dell’italianità, in nome della quale molte cose erano «scusabili», evidentemente. Nel rivendicare un primato che si trattava di ristabilire e riaffermare, di nuovo muovendo i fremiti dell’orgoglio nazionale ferito. E dunque nel perseguire l’autonomia economica come non ricattabilità della finanza (ed è la battaglia sovranista su «quota 90»), non importa a quale prezzo politico o sociale o economico, e poi nel recuperare la fecondità, la popolazione in crescita come indicatore del successo, del benessere e di una visione marziale della politica.

È nel discorso tenuto da Benito Mussolini alla Camera dei deputati il 26 maggio 1927 – più noto come «discorso dell’Ascensione» di cui qui si riporta la prima parte, quella dedicata alla «Difesa della razza» (il titolo è di Benito Mussolini) –, che si fissa un criterio generale e operativo tra sviluppo e prosperità della nazione. Il tema è l’incremento demografico come chiave essenziale per consentire lo sviluppo del paese. «Affermo – dice Mussolini – che dato non fondamentale ma pregiudizievole della potenza politica, e quindi economica e morale delle Nazioni, è la loro potenza demografica. […] Il destino delle Nazioni è legato alla loro potenza demografica.» «Se si diminuisce – precisa – non si fa l’Impero, si diventa una colonia.»

Nel corso degli anni Venti, in Italia, si diffonde attraverso l’eugenetica una cultura basata sulla difesa e il miglioramento della razza. Il tema non è solo la prolificità. Il numero dei figli costituisce un aspetto essenziale della politica demografica del regime, soprattutto negli «anni del consenso». Ma famiglia numerosa non significa automaticamente fascismo. L’equivalenza, come ha sottolineato molte volte il demografo Antonio Golini, si stabilisce quando il problema del numero indica una gerarchia nella famiglia. «Famiglia numerosa» nel lessico fascista vuol dire soprattutto rigida divisione dei ruoli, supremazia del maschio, inesistenza di una politica di emancipazione, di lavoro, di dimensione pubblica della donna che non sia nella famiglia.
Accanto a questo primo dato, un altro va considerato: è il tema della «qualità» della famiglia, ovvero ciò che essa è in grado di esprimere in termini di etica, religione, tradizione, politica. Ovvero la famiglia come luogo duplice della riproduzione della società: come riproduzione economica, ma anche come sede dove si mantiene il profilo culturale complessivo di un assetto sociale. «Il numero è forza» scriverà Benito Mussolini nel 1928: la famiglia, meglio se numerosa, diventa il fondamento dell’economia, ma anche il simbolo dell’italianità. Ovviamente non qualsiasi famiglia: la famiglia eterosessuale, di madrelingua italiana, di pelle bianca, meglio se cattolica.

Non è ancora il razzismo biologista che ufficialmente nasce con la distinzione rispetto alla popolazione nera dopo la guerra d’Etiopia del 1935-1936 e poi si perfeziona con l’antisemitismo di Stato nel novembre del 1938, ma il vocabolario è già pronto per l’uso, un decennio prima. Premesse sostanziali ci sono già nel 1927. I conti col fascismo razzista, e con il razzismo in Italia, sono a prescindere dal fatto che l’Italia sia stata o meno nel «cono d’ombra» dell’Olocausto, come sosteneva Renzo De Felice.
Quella cultura razzista aveva e ha una storia lunga che preesiste al fascismo, ma a cui il fascismo dà un lessico, una sistemazione e un vocabolario, prima del suo «incontro d’amore col nazismo».
Questo per quanto riguarda la cultura politica.

Mi agito, ergo sum

Il tema è sempre la corruzione dei costumi. Come sottolinea Mussolini a metà degli anni Trenta, due sono i nemici dell’Italia: un nemico interno che è l’oppositore o l’avversario politico e un nemico esterno che è rappresentato dallo stile di vita delle democrazie, allora del mondo americano, cui si contrapponeva una simpatia affascinata per la Russia staliniana. Nel linguaggio di allora l’antitaliano nient’altri è che l’antifascista. Quello che «rema contro» e che va a cercare fuori (nei poteri forti che tramano contro la felicità della nazione, in coloro che sono al servizio dei poteri stranieri e che da lontano, in maniera occulta, minacciano la nazione) l’aiuto per rovesciare una condizione che naturalmente il bravo italiano non può che rifiutare.
Non è una scoperta che emerge a regime realizzato. È una promessa che Benito Mussolini esprime, tre settimane prima della marcia su Roma, il 5 ottobre 1922, quando dice in un discorso pubblico che per lui gli italiani si dividono in tre categorie: gli indifferenti, che rimarranno nelle loro case ad attendere; i simpatizzanti che potranno circolare; e i nemici, che non circoleranno. Una vasta gamma di soggetti, questi ultimi, che è rafforzata dall’immagine di una vignetta che «Il Popolo d’Italia» pubblica lo stesso giorno del discorso e intitola Funghi velenosi (ovviamente da estirpare).

La politica dunque ha il compito di «riportare a casa» l’italiano altrimenti corrotto, di illuminargli la via del bene, di confortarlo nel momento dello smarrimento e soprattutto di ascoltare i buoni sentimenti di chi si preoccupa del «bene suo». Non è il decalogo del fascismo, ma è la macchina di convinzione su cui il fascismo ha agito e ha costruito il suo consenso confermando il carattere «antico/moderno» di un paese. Un paese in cui non matura l’idea che la modernità significa conflitto, rischio, garanzie. E che traduce queste tre parole in quelle più «rassicuranti» di: protezione, «mi faccio i fatti miei» e «tengo famiglia». «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Quale massima più efficace per far fare alla storia un nuovo «giro di giostra»?

 

 

Il testo che pubblichiamo è tratto dal libro

Benito Mussolini. Me ne frego

a cura di David Bidussa

Editore Chiarelettere