La sinistra travolta.
Le lettere dei lettori

Perché la sinistra ha subìto una sconfitta così pesante alle elezioni? E che cosa bisogna fare per ricostruire e per tornare ad essere credibili? Si è aperto il confronto tra i nostri lettori e sono arrivate le prime lettere – le potete leggere qui sotto – che cercano di rispondere a questi interrogativi. “Bisogna fare il contrario di quello che è stato fatto fino a questo momento”, suggerisce un lettore. “Il problema – aggiunge un altro – è che la sinistra è stata divorata dai personalismi e se non si eliminano non si riparte”. Scrive un altro: “Sono state sbagliate le politiche di questi anni. Non servono le elemosine, bisogna creare lavoro facendo partire gli investimenti”. E ancora: “Basta seguire la Costituzione…”.  Scriveteci a redazione@strisciarossa.it. Noi non abbiamo paura delle idee.

 

 

Non si diventa dirigenti

pensando alla carriera

di Antonio Carlucci

 

Come elettore progressista, ex iscritto al PCI, mi sento di dire che la sinistra, oggi, deve stare di più tra la gente per declinare al meglio le esigenze di giovani, anziani, donne, disoccupati e lavoratori. Il partito, per esempio, a cui ero iscritto aveva queste caratteristiche.

Altra cosa importante per questo schieramento politico è la selezione dei dirigenti, che deve svolgere l’attività politica con impegno, serietà ed onore, scartando quelli che pensano soprattutto a fare carriera. La politica deve essere una cosa seria ed esige da parte chi la vuole mettere in atto, spirito di sacrificio e di ascolto. Nella fase delle decisioni è poi importante riassumere tutte le posizioni in modo che quella presa risulti come espressione di una pluralità di punti di vista. Una cosa non facile certamente, ma che serve per fare una sintesi condivisa.

Ancora: quello che voi come “Striscia rossa” state facendo è una bella opera di ricostruzione della sinistra che con i vostri contributi mi auguro si irrobustisca presto. Ogni giorno leggo i vostri articoli con attenzione e curiosità, molti contengono buoni elementi di riflessione sui quali ogni serio politico dovrebbe misurarsi in maniera adeguata e corretta.

 

Dopo la sconfitta ci toccherà

la traversata del deserto

di   Gabriele Paolucci

 

Il PD (di Renzi) ha perso le elezioni perché anche dopo la batosta del Referendum Costituzionale ha continuato a raccontare una storia che non corrisponde alla vita reale degli italiani (o almeno di gran parte di essi): non era e non è un problema di cattiva comunicazione bensì di politiche sbagliate che hanno progressivamente impoverito il ceto medio e fatto perdere potere al lavoro rispetto al capitale (se è consentita una sintesi marxiana..).

Ci sono cose che si toccano, anche prima di pensarci su: sono le condizioni materiali di vita e di lavoro ( o di non lavoro, per chi non lo trova o è perennemente precario).
Leu si è costituita tardi e male per partenogenesi di ceto politico: i partiti non nascono in provetta, o se lo fanno hanno bisogno di tempi di maturazione lunghi (specialmente se si intestardiscono ad andare controcorrente rispetto alla “pancia” del Paese).
Ma il problema vero su cui interrogarsi (tutti, a sinistra) oggi (forse ieri…) è proprio questo: perché la “pancia” del Paese è così distante da quella che, almeno a sinistra, si continua a ritenere debba essere la “testa”?
Tradotto: perché strati popolari (proprio loro !! ) ritengono che valori come l’uguaglianza, la solidarietà, l’accoglienza e l’integrazione del diverso siano addirittura d’intralcio al proprio benessere?!
Dipende dai valori in sé… o da come la sinistra (in particolare) non ha saputo misurarsi con essi declinandoli adeguatamente nelle politiche nazionali e locali?
Finchè la sinistra ( tutta ) non attraverserà questo deserto non potrà cominciare a trovare la/le risposta/e.

 

Nel senso comune di perdita dei diritti

si smarrisce la funzione della sinistra

di Massimo Andorlini

Le elezioni di domenica 4 marzo hanno portato all’anno zero l’intera sinistra italiana, in tutte le sue più disparate ed anche improbabili versioni. Non si tratta solo di un insuccesso elettorale, per quanto di portata storica, né di una mera questione di numeri, pure impietosi: si tratta di una questione sociale e culturale, di una questione di valori e di credibilità, una questione, che non può essere affrontata con palliativi, leggi la sterilità delle minoranze interne del PD, o con volenterosi ma incompiuti escamotage politici dell’ultim’ora, si vedano le infelici esperienze elettorali di LeU e di Potere al Popolo.

Alla luce del voto, nessuno dei soggetti che oggi a vario titolo rivendicano la rappresentanza politica della sinistra può più presentarsi come una base già consolidata, da cui comunque ripartire. Tutto è stato rimesso in discussione, nelle forme e nei contenuti come nelle classi dirigenti.

Che fare dunque?

Il dilatarsi estremo delle diseguaglianze fa sì che la sofferenza sociale ed umana e le insicurezze per la propria condizione economica e lavorativa e per la stessa integrità personale dominino la vita quotidiana di milioni di persone. Quelle stesse solitudini, sofferenze ed insicurezze sono al medesimo tempo un potentissimo strumento di controllo sociale, che mantiene gli individui in una costante condizione di subalternità, sia culturale che materiale, persino anche quando essi tentano di esprimere un segno di rivolta, per rivendicare un miglioramento delle proprie condizioni. E’ questa subalternità il segno che accomuna la varie e multiformi tipologie del lavoro contemporaneo. Nonostante il disagio, da cui è oppressa, la stragrande maggioranza cittadini non riesce a vedere altra prospettiva di vita che quella comunque offerta da questo modello economico così devastante e non si pone più il tema di un cambiamento complessivo, cosicché il senso dell’universalità e della inscindibilità dei diritti si sta smarrendo definitivamente e insieme ad esso se ne vanno anche qualsiasi ruolo e funzione storica della sinistra.

Nel farsi interpreti di questi sentimenti, infatti, i veri vincitori di questo turno elettorale, Lega e M5S non hanno proposto una vera alternativa a questo modello sociale e per quanto il loro consenso sia espressione di una imprescindibile richiesta di riscatto che sale dall’opinione pubblica, alla fin fine le issues delle due formazioni politiche costituiscono solo le valvole di sfogo della rabbia sociale, che il modello socioeconomico neo liberista inevitabilmente produce.

Meno palazzo e più società è infatti uno slogan che deve cominciare a vivere innanzitutto nei rapporti di lavoro, prima ancora che nella dimensione politica, altrimenti esso resta un’espressione vuota di significato, anzi si trasformerà in un vero e proprio diversivo, che lascia la società così com’è, in preda alle sue insopportabili diseguaglianze. La democrazia è innanzitutto democrazia del lavoro.

Le politiche propugnate da Lega e M5S al contrario rimangono invece tutte all’interno del perimetro del neo liberismo, in quanto, ecco il punto discriminante, non mirano a spezzare la subalternità del mondo del lavoro, ma nel migliore dei casi solo a erogare qualche provvidenza e/o qualche privilegio sociale, in piena contraddizione col principio di universalità e in modo perfettamente funzionale a quella stessa subalternità. Di più: nella caccia disperata alle risorse per mantenere promesse demagogiche quelle politiche attizzeranno una spirale perversa di guerre tra poveri in quanto finiranno col mettere di fatto l’una contro l’altra intere categorie di lavoratori, le generazioni, le varie condizioni sociali e personali.

Vista così la società parrebbe davvero arrivata alla fine della storia, imprigionata com’è all’interno di una gabbia mediatica omologatrice, che, nonostante l’ebbrezza provocata dalla rete, cancella di fatto l’autonomia individuale e sembra precludere la costruzione di una qualsiasi alternativa al modello neo liberista, imperante a livello globale.

Questa perdita dell’autonomia individuale mette in discussione il primario diritto di avere diritti mentre la cognizione dell’inscindibilità dei diritti civili e sociali è già stata quasi completamente cancellata dall’immaginario collettivo e nelle politiche di fatto.

Lascia esterrefatti che tutto questo si sia potuto produrre sotto governi espressione, non solo nominale, della sinistra, che non hanno però saputo efficacemente contrastare questi fenomeni, ma li hanno anzi docilmente assecondati e addirittura favoriti con le proprie politiche (vedi Job’s Act).

La sinistra italiana al pari di tutta quella europea in questi ultimi trent’anni si è colpevolmente trastullata nell’illusione che fossero sufficienti tutt’al più politiche di mera riduzione del danno, finendo col privilegiare solo le parti già più forti della società e mettendo così nel conto come inevitabili le conseguenze oppressive e umilianti che tante persone avrebbero dovuto vivere giorno dopo giorno sulla propria pelle, senza riuscire a vedere la luce alla fine del tunnel.

Era invece proprio verso quella possibile luce che quei governi avevano il dovere di guidare le nostre società. E’ una delle tante abdicazioni della sinistra europea al principio di eguaglianza e di universalità. Il risultato è stato una sinistra indistinguibile dal resto del panorama politico, se non per sterili e generici appelli a procedure democratiche e a principi civili, che essa stessa peraltro smentiva quotidianamente nell’azione di governo.

Per dimostrare che la storia non è finita, dobbiamo ricostruire un autentico sistema universale e inscindibile di diritti sociali e civili, sapendo che non sarà un’operazione indolore, poiché dovrà necessariamente passare attraverso nuove forme politiche che diano voce ad un conflitto sociale, in grado di contrastare la lotta di classe permanente dei pochissimi vincitori globali nei confronti dei tantissimi perdenti, globali e locali, secondo quella che Luciano Gallino considerava la caratteristica saliente della lotta di classe contemporanea. Sono temi che abbiamo troppo repentinamente messi in soffitta, accettando di fatto la fine della storia e il racconto ideologico del neo liberismo.

Il nostro orizzonte non può limitarsi al governo dei meccanismi delle istituzioni finanziarie ed economiche: il progetto della sinistra, il senso mai contraddetto di tutte le sue politiche deve essere quello di conquistare qui ed ora una nuova autonomia e un nuovo potere sociale del mondo del lavoro e attorno ad esso delineare un nuovo modello di società a partire dal sistema universale di diritti sociali e civili.

Il processo di rappresentanza delle istanze di emancipazione sociale, di autonomia culturale e di liberazione del mondo del lavoro dalla subalternità in cui è precipitato richiederà tempi non brevi e forme di intervento assai dispendiose, perché esse dovranno trovare nella diffusione sui territori la chiave di volta di un possibile successo.

Alla rete digitale, che si sta dimostrando incapace di suscitare una reale alternativa al sistema di valori dominante, trasformandosi per contrappasso, grazie alla sua irresistibile spinta al conformismo, in un formidabile strumento di controllo sociale dovrà essere opposta/affiancata/sovrapposta una rete umana, fisica, capillare e consapevole, fatta di vicinanze e non di distanze, che sappia davvero spezzare la cappa di solitudine che avvolge le persone, proponendo una visione del mondo alternativa a quella dominante nel presente.

Stare dalla parte della Costituzione, stare dalla parte delle istituzioni democratiche in un’epoca in cui i segnali di una involuzione autoritaria a livello globale, Europa inclusa, si infittiscono, significa fare in modo che esse rappresentino il disagio, la sofferenza e la disperazione della società e diano voce e strumenti per un autentico cambiamento, a chi oggi pensa di non poter fare altro che condividere e sfogare la propria rabbia. Per questo il maggior senso di responsabilità consiste oggi nel ricostituire un’idea di sinistra in Italia: senza di essa l’idea stessa di democrazia sarebbe a rischio, in quanto verrebbe meno la visione di eguaglianza giustizia sociale che intimamente la fonda unita all’aspirazione per la libertà individuale.

Per far questo non basta proclamarsi di sinistra, bisogna esserlo nei fatti, cominciando dalla militanza, anche dei gruppi dirigenti, che non può essere di risulta, specie in questo momento, in cui la sinistra è ridotta all’anno zero. Tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, siamo chiamati personalmente in causa.

Sta qui una delle principali caratteristiche di una nuova espressione politica organizzata della sinistra, che voglia ripartire dall’anno zero. Il venir meno della filiera democratica e l’insignificanza a cui è stata ridotta la militanza politica diffusa, preludio alla sua totale scomparsa, costituisce infatti una delle principali ragioni del dissolversi di qualsiasi idea di sinistra nella società. Molti dicono che i mutamenti dei comportamenti sociali rendono inevitabile questa scomparsa: non è così. Essa è solo il risultato della supina accettazione del modello neo liberista e delle sue conseguenze sulla vita delle persone, perché considerato privo di alternative.

Lo studio della società e la formazione di chi deciderà di impegnarsi in questo nuovo sforzo quasi di natura missionaria divengono quindi strumenti irrinunciabili e imprescindibili. Dobbiamo ritrovare la capacità intellettuale di analisi e di visione delle condizioni reali di vita delle persone. Da troppo tempo ad esse sono state anteposte le esigenze di un facile quanto effimero consenso politico o di un remunerativo e gratificante immediato successo di pubblico, di fatto adeguandosi alla riduzione di politica e cultura in puri prodotti commerciali, da vendere un tanto al chilo.

Per avviare questo processo diviene indispensabile coinvolgere tutte le potenzialità di una sinistra dispersa, senza stare a guardare alle tessere che ognuno si porta o meno in tasca, ma non dobbiamo farlo in astratto. Bisogna creare occasioni in cui possa venire un contributo effettivo da chiunque voglia misurarsi con la testa dura dei fatti e voglia entrare, già nel vivo delle contraddizioni delle condizioni materiali di vita e quindi nel vivo delle scelte fondamentali, che aspettano il paese nelle prossime settimane.

Occorre immediatamente far partire una campagna d’opinione sui temi centrali per dare un forte segnale di mutamento alla nostra società: completa parificazione salariale tra uomini e donne, approvazione dello ius soli, abolizione dell’obbligo del pareggio di bilancio, cancellazione del job act e approvazione di un nuovo statuto dei diritti del lavoro, difesa della sanità pubblica, sostegno al diritto universale all’istruzione dalla scuola all’università, patrimoniale e lotta all’evasione fiscale, un grande piano di investimenti per dare lavoro, sicurezza sociale e urbana, difesa del territorio, nel segno dell’inscindibilità tra diritti civili e diritti sociali.

Se al Parlamento spettano le scelte definitive, in una situazione in cui nessuna delle varie proposte politiche ha ottenuto la maggioranza assoluta ed è quindi in grado di imporsi da sola, diviene decisiva la mobilitazione dell’opinione pubblica su alcuni punti specifici, senza stare tanto ad affidarsi al gioco delle maggioranze e minoranze parlamentari.

Anche per questo non si tratta ora di impelagarsi in una sterile e oziosa discussione sul partecipare o meno a maggioranze politiche. Si tratta piuttosto di costruire sin da subito movimenti di opinione nel paese, perché è nel paese che dobbiamo aprire un confronto e non nel Palazzo, col peggio del quale tutta la sinistra a torto o a ragione è stata identificata.

Se queste non saranno le coordinate fondamentali che orienteranno i prossimi passi, diverrà inutile affrontare il tema di un nuovo partito della sinistra. Sarebbe tempo perso. Prima ancora di un partito della sinistra, è un’idea della sinistra che dobbiamo ricreare nell’opinione pubblica e nel mondo del lavoro. Tutti adesso devono mettersi a disposizione di questo progetto più ampio.

Partecipando all’assemblea post elettorale di Liberi ed Uguali svoltasi nel mio Comune ho proposto che Liberi e Uguali lanci a tutte le forze della sinistra l’idea di ritrovarsi in stati generali della sinistra da tenersi ovunque, in ogni Comune, in ogni città piccola e grande, in ogni territorio, in ogni luogo di lavoro e di studio e di cominciare da subito. Non c’è un minuto da perdere.

Guai a chiudersi in processi di pura ingegneria politica o accampare una illusoria autosufficienza. La strumentazione organizzativa in questa fase non potrà che essere minima e basata su una carta di intenti e su poche essenziali regole di gestione dei conflitti e di deliberazione, in grado di mettere l’intero movimento al riparo nell’eventualità di possibili nuove elezioni anticipate, nel caso in cui l’establishment vecchio, nuovo e nuovissimo imploda su stesso.

Noi non dobbiamo avere in questo momento né tessere da distribuire né tantomeno poltrone da spartire, ma solo una nuova coscienza politica da suscitare.

Se fino ad oggi l’innesco a livello nazionale del processo di ricomposizione della sinistra poteva ancora avere una sua giustificazione, oggi, dopo il 4 marzo 2018, non è più così. L’innesco del processo deve avvenire nei territori, a partire dalle loro esperienze civili e sociali, per essere il più inclusivo possibile. E’ solo sviluppandosi dai territori, che può nascere un nuovo processo di partecipazione, in grado di costruire originali tragitti di democrazia, ancora non percorsi.

Solo al termine di questo cammino potrà alla fine nascere un nuovo partito della sinistra, che non solo abbia un radicamento sociale e culturale, ma anche forme di espressione e di partecipazione adeguate ai nuovi contesti della società contemporanea.

 

Bisogna fare il contrario

di quello che si è fatto finora

di Roberto Carnesalli

E’ qualche anno che frequento nomadi… diciamo amici in cerca di una casa. Coglievo e vivevo smarrimento, impotenza. Rabbia, talvolta. Anni difficili di chi accanto alla sua solitudine vedeva scorrere parallelamente lo “spappolamento” della sinistra. E’ evidente, secondo me, che le ragioni profonde di quanto accaduto stanno in quello che ho sempre considerato “il” problema: la sconfitta culturale prima che politica, che è diventata piena egemonia della destra. Impresa non eroica del resto, basta guardare in giro per il mondo.

Abbiamo smesso da tempo di essere opinione pubblica, sentire comune. Abbiamo smesso da tempo di ascoltare le persone. E certo i social non hanno aiutato: questo parlarsi addosso sempre tra gli stessi… quanta autoreferenzialità, quando il mondo vero è fuori. E’ però vero che, parlando del partito che rappresentava il centrosinistra e del quale sono stato a lungo segretario di circolo,  il prode condottiero con la sua retorica nuovista ha portato allo spappolamento della sinistra, ha interrotto il rapporto sentimentale con gli elettori, ha svuotato la stessa idea di partito, ha annichilito il processo decisionale, ha seminato divisioni, prosciugato i Circoli, novello Esaù ha svenduto la primogenitura per un piatto di lenticchie, annacquando omeopaticamente l’identità di sinistra fino a farla scomparire. Ha lasciato macerie, o almeno non è riuscito a fermare il crollo, questo è quanto.

E purtroppo pare che la lezione non sia servita. Dal giorno delle elezioni leggo, studio, comparo, rifletto per darmi una spiegazione della debacle. L’altra sera guardavo una dignitosissima puntata del programma di Gramellini e all’improvviso appare lui, Scalfarotto. Supponente, pieno di sé, arrogante. Piuttosto aggressivo. Nessun tentativo di autocritica: viveva nel migliore dei partiti possibili. Non hanno sbagliato nulla, se non avere tenuto conto che facendo le cose giuste (l’ha detto, giuro) la gente non era pronta.  Non ‘abbiamo fatto cose ad minchiam, no: la gente non ha capito. Poi ho sentito Martina: “Ci vuole un vero rovesciamento delle idee guida che hanno portato fin qui”. Concedo faticosamente il beneficio della buona fede, ma  quanto tempo perso, quante occasioni sprecate. Che patrimonio umano e politico dilapidato. Avessero almeno l’umiltà di chiedere scusa e di mettersi in discussione

Che fare? Come canta Guccini nell’Avvelenata, “ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo…”. Ecco, costruire su macerie, questo bisogna fare, secondo me, il contrario di quanto è stato fatto finora. Chiedere scusa, prima di tutto, e fare autocritica con umiltà. Poi ricominciare a far battere il cuore a sinistra, recuperare quel rapporto sentimentale interrotto ritrovando una idea di partito che diventa comunità e assieme discute e decide. Ascoltare le persone, ma davvero, facendo spazio nei circoli e cercandole nelle strade.

Ridiventare sentire comune, non la semplice controparte di fascismo e razzismo. Riprendere in mano insomma lo straccio rosso di cui parlava Pasolini:

“Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa, 
tu devi realmente esistere, perché lui esista: 
chi era coperto di croste è coperto di piaghe, 
il bracciante diventa mendicante,  
il napoletano calabrese, il calabrese africano, 
l’analfabeta una bufala o un cane. 
Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, 
sta per non conoscerti più, neanche coi sensi: 
tu che già vanti tante glorie borghesi e operaie, 
ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.”

Lavoro lungo. Non so se farò in tempo a vedere questa bandiera sventolare di nuovo. Primavera non bussa, lei entra sicura, cantava De Andrè. No, Faber è inverno, ora. E fa tanto freddo.

 

 

Abbiamo bisogno 

di eliminare i personalismi

di Giuseppe Lauria

Provo a rispondere ad alcune domande: dov’è la sinistra? Credo che ce lo chiediamo in tanti ma la risposta non è semplice. Cosa fare per ricostruirla? Quando una cosa è distrutta non si deve pensare a ricostruire sulle macerie, bensì a costruire eliminando le macerie. Cosa pensate si debba fare? Credo bisognerebbe stringersi attorno ai veri Valori della Sinistra e cominciare da lì. In quale direzione andare? Se ci si crede la strada si trova ad occhi chiusi. E poi, creare inutili simboli per nascondere le vere ambizioni personali è soltanto devastante, bisogna isolare tutti coloro che di sinistra non hanno nemmeno una parte anatomica del corpo. E soprattutto prendersi a cuore uno dei tanti valori che hanno sempre contraddistinto la sinistra dagli altri e cioé ESSERE VICINI AL POPOLO. Buona sorte….

 

 

Non serve l’elemosina

ma lavoro e investimenti

di Camilla G. Iannacci

Forse la sinistra ha perso perchè ha iniziato tanti anni fa e continuato, anche nel lessico, a fare propri idee, valori e conseguenti politiche che non le appartenevano: Renzi è stato l’epilogo e l’epigono; il nodo ora è l’Europa, ogni tentativo di sostegno al welfare (compito principe) si infrangerà su patti e poteri che sovrastano i paesi peggio di come avveniva oltrecortina. Impresa titanica difendere il disagio sociale che dilaga e si rafforza con le richieste di sostegno di altri popoli eppure è l’unica strada: aiuto concreto vero non elemosina quindi scuola-casa-lavoro-investimenti.

 

 

C’è poco da inventare

basta seguire la Costituzione

di Rocco Abruzzese

Non ci vuole altro, per far rivivere la vera sinistra, che tornare ai fondamentali: la Costituzione. La democrazia progressiva e partecipativa che la Costituzione del 48 proclama e impone non ha bisogno di nessun’altra elaborazione ideale né programmatica. E’ una bandiera per il futuro che attende solo di essere inalberata e abbracciata dagli italiani di “buone volontà”. “E ho detto tutto”(Totò).

 

 

Difendo la scelta di LeU:

ci ha salvato dal naufragio

di Filippo Crescentini

Se non ci fosse stata LeU, adesso ci sarebbero altre tre formazioni di sinistra, oltre a PAP, che non hanno superato il 3%. Con LeU abbiamo conquistato un diritto di tribuna che nessuna delle tre formazioni che vi sono confluite avrebbe conquistato da sola e abbiamo una presenza di parlamentari di sinistra che non ci sarebbe stata. Noi adesso non abbiamo niente da fare. La gestione del dopo elezioni non è cosa che ci riguarda. Abbiamo le condizioni per riprendere il processo di costruzione del partito. Con tutto quello che significa.
Per farlo, secondo me, bisogna innanzitutto evitare due cose:

1) Andare alla ricerca delle cause del nostro scarso e deludente risultato. Non serve a niente. LeU è stata fatta nel modo che sappiamo e ci siamo trovati subito in campagna elettorale. Per elezioni che per noi non erano un obiettivo ma un impiccio, rispetto a quello che avevamo detto di voler fare. Abbiamo costruito un rifugio di fortuna o, se vi piace di più, una barca per poter sopravvivere al diluvio che ci aspettava. Nel momento in cui si rimettono le mani alla nostra bella barca nuova, a che serve andare a fare l’elenco di tutte le cose che non andavano nell’imbarcazione di fortuna? E’ arrivata in porto, ci ha fatto scavallare le elezioni. Qui siamo e da qui si riparte.

2) Andare alla ricerca delle ragioni per cui hanno vinto gli altri, M5S e Lega. Non serve a niente nemmeno quello. Oltretutto ci potrebbe essere anche il rischio che qualcuno pensi che se loro hanno vinto dicendo certe cose, potremo vincere anche noi dicendo le cose che dicono loro. Nemmeno per idea. Noi dobbiamo lavorare intorno alle cose che abbiamo messo nel nostro programma. Lavorare per integrarle, dettagliarle, specificarle. Discutendone a fondo. Facendo diventare la discussione su quelle cose la nostra attività formativa interna e la nostra azione politica verso l’esterno, cercando sui singoli elementi il rapporto con le forze sociali con cui ci vogliamo alleare, per costruire quello che qualcuno ha già chiamato il Partito del Lavoro. O come si chiamerà il partito che deve nascere dall’esperienza transitoria di Liberi e Uguali.

LeU era una barca buttata su alla svelta perchè stava per arrivare il diluvio che avrebbe affogato MDP, Sinistra italiana e Possibile. Avremmo fatto tutti la fine di PaP. La barca bene o male ha retto. Era piena di falle, entrava l’acqua, andava avanti tutta storta, ci sparavano addosso da tutte le parti ma abbiamo toccato terra. Qualcuno di quelli che dovevano arrivare a terra è morto affogato ma qualcuno si è salvato e bisogna sempre pensare ai vivi. La barca di LeU adesso la lasciamo sulla riva, non ci serve più. Figuriamoci che interesse, a stabilire chi era responsabile della sua costruzione fatta male. E poi, quelli che sono morti affogati, devono la loro fine alla barca o al fatto che le onde erano molto più alte e il vento molto più forte di quello che si pensava (la mucca che era un toro, insomma)?

Siamo sulla riva, adesso, e sentiamo anche un po’ freddo. Ci avevano detto che dopo le elezioni saremmo andati da una certa parte (molti erano saliti sulla barca proprio pensando a dove si sarebbe andati, una volta passato il diluvio) e ancora non abbiamo sentito nessuno. Qualcuno ha detto che sì, si andrà dove avevamo detto di andare ma non ci hanno detto che strada dobbiamo fare, con quali tappe, dove dovremo arrivare e quanto ci vorrà, più o meno. Non ci hanno nemmeno detto – io comunque non l’ho capito – se saremo ancora tutti quelli che avevano deciso di salire sulla barca o se qualcuno, adesso che è arrivato a terra, ci fa un bel gesto dell’ombrello e ci dice che non viene più.

Se uno, adesso, mi dice che prima di andare avanti dobbiamo stare ancora qui, a ripensare a come avevamo costruito (facendo errori) la barca buttata su in extremis e su come è andata avanti tutta la navigazione, in tutti i suoi aspetti, in modo che si trovi qualcuno da appendere agli alberi e che solo dopo aver fatto questo bel lavoro potremo pensare ad andare avanti, è la volta che lascio tutti sulla spiaggia e vado via. Tanto se prevale l’idea che prima di andare avanti bisogna scannarsi sulla spiaggia in cui siamo arrivati, dalla spiaggia non si muove nessuno.

 

 

A questa sinistra mancano

soprattutto le idee nuove

di Sergio Crescenzi

  1. I personaggi che compongono la classe politica della sinistra. Spesso la spiegazione più semplice è anche quella più performativa: la sinistra ha preso una batosta perché i personaggi che la compongono sono invisi alla maggior parte della popolazione, soprattutto alla vecchia base di elettori. Credo che questo accada perché o vengono percepiti come non credibili (PD e LeU in particolare) a causa delle loro scelte politiche, o perché sono relegati ad idee già assorbite da altri o ritenute superate (penso qui alla miriade di partitini comunisti). Se una nuova classe dirigente della sinistra vorrà avere successo, dovrà reclutare personale fra le categorie che vuole rappresentare (lavoratori, disoccupati, precari e studenti in particolare).
  2. La mancanza di idee. È inutile girarci intorno: tutta la sinistra, dalla caduta dell’Unione Sovietica, è a corto di idee nuove: essa è in preda allo statalismo, seppur con sfumature diverse. I più estremi (i partitini comunisti) propongono di uscire dall’Unione Europea, recuperare la sovranità del popolo e fare deficit per finanziare diverse politiche sociali (una sorta di populismo di sinistra); vi è poi chi vuole riedificare lo Stato sociale, ma rimanendo all’interno del contesto europeo (LeU); c’è chi invece si è arreso ai dettami dell’UE e si limita al reddito di inclusione (PD). Ora, io penso che lo statalismo sia da bollare come fallimentare: lo Stato può al massimo correggere, per un determinato periodo di tempo e spesso neanche in maniera efficiente, le ingiustizie sociali (povertà e disoccupazione su tutte), ma non eliminerà mai la radice che continua a causarle, cioè il modo di produzione capitalistico. Per rendere la società veramente giusta e democratica, al posto dello statalismo io propongo come idea guida il cooperativismo: l’Ordine Nuovo da realizzare è un sistema di imprese democratiche di dimensioni medio-grandi, operanti all’interno di un regime di concorrenza, la cui proprietà sia dello Stato e la gestione dei lavoratori. Questi si daranno uno statuto, avranno il potere di eleggere e revocare i propri manager per le decisioni tecniche e si spartiranno i profitti dell’azienda. Questa idea è sì rivoluzionaria e veramente radicale, ma non è frutto di una fantasia: essa è stata proposta ad esempio da Bruno Jossa (ex professore di Economia Politica alla Federico II di Napoli), da Ernesto Screpanti (professore di Economia Politica a Siena) e da Richard Wolff (economista americano). Vorrei dilungarmi di più per spiegare tutti i vantaggi che una cosa del genere porterebbe alla società nel suo complesso, ma non è questa la sede.
  3. La comunicazione politica disastrosa. Questo punto è strettamente legato al precedente: senza idee è impossibile una buona comunicazione politica. Facendosi un giro per il comune in cui vivo e chiedendo alle persone cosa ricordano della campagna politica dei vari partiti di sinistra, la risposta è stata sempre una sola: nulla. Dei 5 stelle si ricorda il reddito di cittadinanza ed il taglio ai costi della politica, mentre della destra la flat tax, l’abolizione della legge Fornero e la volontà di garantire sicurezza dagli immigrati: tutte cose che, tralasciando il proprio credo politico, sono molto concrete. La sinistra è rimasta invece sul vago: un po’ di antifascismo, un po’ di “lavoro, lavoro, lavoro” e qualche “vota la scienza, scegli PD”. Così non si cattura l’attenzione delle persone. Mancano poi un target di elettori specifico ed uno storytelling persuasivo.