Attualità dell’emancipazione comunista. Perché è necessario ricordare Aldo Natoli

E’ in libreria il volume “Aldo Natoli. Un comunista senza partito”, di Ella Baffoni e Peter Kammerer, Edizioni dell’asino, ppg. 270, 14 euro. Corredato di nove testimonianze (Enzo Collotti, Rossana Rossanda, Sandro Portelli, Maria Luisa Boccia, Celeste Ingrao con Marco Giorgini, Stefano Prosperi, Loredana Mozzilli, Mimmo Quaratino, Walter Tocci) e una lunga intervista a Natoli.

Questa la premessa

La necessità della memoria

Il sacco di Roma di Aldo NatoliPerché ricordare Aldo Natoli? Non è solo il rammarico di chi ha conosciuto la sua limpidezza e il suo rigore, le sue analisi lucide e la sua cultura. È una necessità. Quando Natoli si è occupato di Roma, dal vertice della Federazione romana del Pci e dagli scranni del Campidoglio, ha fatto una cosa nuova. Ha studiato, analizzato, chiamato un gruppo di lavoro interdisciplinare di alto profilo. Ha fatto un’analisi di classe del regime dei suoli, identificando il campo largo in cui agiva la lotta di classe: la rendita e le sue metastasi incarnite nei gangli dei poteri romani, la rivolta delle classi subalterne, moltissimi gli edili, che cercavano di togliersi di dosso il peso dello sfruttamento.

Il Sacco di Roma

In sintesi, questo è il senso del famoso intervento in consiglio comunale, raccolto poi nel volume Il sacco di Roma.
Non solo. Ha reso chiara quell’analisi e la pratica conseguente a molti: un peccato non sia stato capito all’interno del suo partito, il Pci, che pure del riscatto dei lavoratori aveva fatto una bandiera. Un peccato che a portare avanti quel metodo – senza però la passione e la partecipazione alle vicende dei lavoratori e delle classi subalterne – siano stati invece gli intellettuali più accorti dell’urbanistica e della sociologia.

Il ripiegamento delle bandiere progressiste

Per primo Aldo Natoli ha visto, in assoluta controtendenza, il declino delle speranze e della possibilità di avanzamento sociale, il ripiegamento delle bandiere progressiste. È un pessimista, lo bollavano. E invece aveva una visione lucida e senza sconti della realtà. Era convinto già nel 1969 che “la crisi e il processo di costruzione di un’alternativa di sinistra avessero tempi lunghi”. E alla fine degli anni settanta vedeva con chiarezza che non solo in Italia un’epoca stava per finire e che cento anni di movimento operaio si stavano chiudendo in una grande incertezza.

aldo natoli
Perciò la domanda: cosa fare per riaprire il cammino dell’emancipazione comunista? E per aprire la strada a un nuovo discorso, ricostruire un nuovo sentimento comunista, riflettere su che cosa significhi creare nuovi rapporti fra gli uomini? Senza rinnegare il passato, ma anche senza farsi condizionare dalle sue forme di pensiero e dalle sue parole d’ordine.

Quale sarà il nuovo partito?

Certo quella peculiare forma partito nata dalla Resistenza è finita. Quale sarà dunque il nuovo partito, il nuovo militante, il modo di associarsi, il nuovo terreno dei conflitti, la nuova classe? Tutto va ridiscusso e inventato, perfino il comunismo. Per questo, allora, Natoli studia. Vuole capire le ragioni della sconfitta del comunismo, di un’intera epoca. Ma anche come andare avanti.
I suoi lavori sono sparsi, spesso occasionali, ma incessanti (qui il link al sito che raccoglie gran paerte dei suoi scritti). Si pone sempre il problema della transizione verso un mondo nel quale gli uomini instaurino rapporti giusti e umani tra di loro e con il pianeta.

Chi vorrà riprendere le fila di una teoria e di una pratica dell’emancipazione avrà la fortuna di incontrare su questa strada il suo pensiero e la sua figura.