Perché difendo Napolitano

Il recente discorso di Giorgio Napolitano ( Leggi qui ) ha sollevato critiche da destra e da sinistra. Certo, ci sono stati anche commenti favorevoli. Ad esempio espressi da chi ha notato semplicemente che il presidente emerito aveva iniziato quella analisi critica della clamorosa sconfitta del Pd, finora accantonata dallo stesso Pd. Il riferimento era al passaggio del discorso in cui osservava “quanto poco avesse convinto l’auto-esaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e da partiti di maggioranza. In termini politici generali, ha contato molto nelle scelte degli elettori il fatto che i cittadini abbiano sentito i partiti tradizionali lontani e chiusi rispetto alle sofferte vicende personali di tanti e a diffusi sentimenti di insicurezza e di allarme”. Osservazioni accolte con sdegno, soprattutto sui social, da iscritti del Pd, iper-renziani, pronti a rifiutare qualsiasi analisi autocritica. C’è chi lo definiva un “vecchio rancoroso”o annotava che “la riconoscenza non è il suo forte”.

Le reazioni più esplicite sono venute però da sinistra. Tra queste quella di Rosa Fioravanti ( Leggi qui ) pubblicata da strisciarossa. Nella sostanza non si perdona tra l’altro a Napolitano l’aver dato vita all’esperienza del governo Monti e quindi alla politica cosiddetta di “austerità”. E si dimentica che in quel fatale 2011 ci liberammo, dopo venti anni, del governo di centro-destra capitanato da Silvio Berlusconi. Nè si fa cenno alle condizioni in cui era ridotta l’economia italiana col famoso spread alle stelle. Esagerava davvero Dario Franceschini quando esclamava: “La rivoluzione montiana è come la rivoluzione d’Ottobre”. E però in tanti accolsero come una liberazione la caduta del governo di centrodestra e l’ascesa di Monti.

Certo sarebbero state poi possibili, in quei mesi, scelte diverse da quelle che portano il nome della Fornero. Ma chi avanzò alternative alla formula di austerità? Perchè citare solo il nome di Napolitano e non quello dei leader del Pd dell’epoca da D’Alema a Bersani? Io ricordo solo i tentativi del sindacato di mettersi di traverso. Come in quella mattinata del 16 giugno del 2012 quando la Cgil (con Cisl e Uil) organizzò uno sciopero generale e una manifestazione di protesta a Roma. Con Susanna Camusso che diceva: “Chiediamo il cambiamento dell’agenda politica, altrimenti non ci sono prospettive per il Paese”. E invocava “il cambiamento”, contro “la politica del rigore” che ha prodotto solo “iniquità e diseguaglianze”.

Anche a proposito di “globalizzazione”, chi può chiamarsi fuori dalle lodi allora versate nei confronti di un fenomeno che rompeva barriere, promuoveva popoli dimenticati?

E perché non accogliere ora con interesse le parole di Napolitano che pare voler aprire una riflessione nuova? Perché non vedere che l’incitamento ad aprire una severa autocritica nel gruppo dirigente del Pd, può essere utile per le sorti della sinistra? Ho il sospetto che disdegnare apprezzamenti di tale genere nasca dal fatto che si considera il Pd come un partito ormai perso alla “causa”. Senza tener conto del fatto che a quel partito guardano ancora importanti strati popolari (non solo gli abitanti dei Parioli come si a annota analizzando il voto di Roma), spesso figli della stessa tradizione comunista o del cattolicesimo democratico. Quel progetto che molti chiamano di “rigenerazione”della sinistra non può non passare anche da loro. Non basta certo rinchiudersi negli orticelli che hanno dato vita all’esperienza purtroppo pressochè fallita di “Liberi e eguali”.