Perché Corbyn
parla a noi

Gli effetti politici della grande crisi economica e sociale scoppiata nel 2007 sono abbastanza omogenei. A destra emergono formazioni che enfatizzano i temi della sicurezza, dell’immigrazione, dell’identità. Non è una novità. La destra, nelle giunture critiche, non ha bisogno di elaborare idee, le basta scaldare i risentimenti diffusi. Senza alcuno sforzo per dotarsi di un sistema di pensieri necessario per interpretare la complessità, la destra cavalca le paure, sollecita i meccanismi elementari di resistenza dinanzi a processi di esclusione e di marginalizzazione.

La forza della destra è di cavalcare sentimenti elementari che circolano senza filtri, resistenze spontanee dinanzi alle incertezze. Non deve accollarsi la fatica della coerenza per assemblare i suoi referenti sociali (la micro-impresa, un certo lavoro autonomo e del commercio che dall’immigrazione traggono vantaggi per la proliferazione di impieghi precari, in nero e per la riduzione dei salari) e i ceti più marginali (le periferie che percepiscono come rivali i nuovi poveri che competono per l’accesso a beni pubblici e sociali sempre più scarsi).

Questo corto circuito delle culture politiche, che lascia crescere le destre, penetra soprattutto nei sistemi politici dove manca la capacità della sinistra di fornire rappresentanza a strati di popolo abbandonati nel degrado delle città, condannati all’anomia della new economy che esclude, precarizza. In Francia, in Spagna, in Grecia i vecchi partiti socialisti sono quasi usciti di scena. Anche la vecchia Spd in Germania precipita ai minimi storici. Sono formazioni di potere che vengono percepite come parti integranti dei meccanismi dominanti e non dicono nulla a ceti abituati a vite precarie.

Solo il leader laburista inglese Jeremy Corbyn che indossa un cappello alla Lenin, si proclama marxista, canta bandiera rossa e saluta con il pugno chiuso, è in grado di mobilitare e sfidare in campo aperto le destre. Le sue vecchie idee (ritorno al primato del pubblico, abolizione delle tasse universitarie, politiche sociali contro gli spiriti animali del capitale) attirano i giovani che, nel ritorno ai grandi principi (il socialismo del XXI secolo), salutano un qualcosa di nuovo, di inusitato.
Dove si mostra in grado di rivisitare in maniera credibile i fondamenti, di ridefinire i grandi risvolti identitari di una tradizione, e di reimpostare su nuove basi la critica radicale delle pratiche nichilistiche del capitale, il socialismo resiste come tendenza della postmodernità. Nei paesi in cui questa consuetudine alle simbologie, alle idealità è stata interrotta la capacità di sfondamento delle destre o dei nuovi populismi non trova ostacoli rilevanti. Non si resiste all’impeto di una destra dal volto aggressivo con cartelli elettorali leggeri, con leaderismi illusori, con identità sbiadite.