Per Marx il fondamento della politica
si trova nel cuore del conflitto sociale

Abbandonato in Italia, vittima delle mode e delle più conformistiche rimozioni, Marx è diventato un punto di riferimento persino accademico negli studi politici (non solo) americani, da quelli storico-filosofici (scuola del marxismo analitico, indirizzo del «marxismo politico», filone del «Republican Marxism», teorie della giustizia) a quelli più politologici (…). Anche tra gli approcci della scienza politica mainstream, si segnalano delle pluralità di scuole orientate verso l’impiego delle categorie di Marx. Come rileva David Easton «la scienza politica come studio dello Stato che, dopo la seconda guerra mondiale, era stata scacciata e sostituita dall’idea di sistema politico, è ora stata recuperata. Nella scienza politica americana sono riemersi punti di vista marxisti e quasi marxisti nei quali, naturalmente, lo Stato è un concetto centrale».

L’impatto delle categorie marxiste è rilevante e, anche nelle ricerche sociali più descrittivo-avalutative, per cogliere il significato dello Stato si segue diffusamente un percorso di indagine «quasi marxista». Le sollecitazioni di Marx hanno esercitato «un certo impatto» sulle categorie più accreditate in auge nella scienza politica. Avverte perciò Easton che «la rinascita del pensiero marxista ha portato nella scienza politica una rinnovata consapevolezza dell’importanza della storia e del significato dell’economia, delle classi sociali e dell’ideologia, nonché dell’intero contesto sociale delimitato dalla formazione sociale».

Questo studio, che naturalmente legge i nodi problematici racchiusi nell’intero corpo dell’opera marxiana, procede attraverso sondaggi teorici condotti su singoli testi che per la loro organicità paiono indispensabili per ricostruire un quadro analitico unitario della produzione politica e giuridica di Marx. Il primo affondo è concentrato sui nodi della Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, manoscritto ormai riconosciuto come fondamentale per chiunque vada alla ricerca del profilo epistemologico dell’indagine sociale e del nucleo della teoria politico-costituzionale di Marx. Il secondo passaggio inquadra il 18 Brumaio. In riferimento alla seconda repubblica francese viene diagnosticata una crisi di regime la cui insorgenza è ricondotta nel quadro più generale delle aporie dei processi di modernizzazione europea nell’età della gestazione della mobilitazione di massa. Per questo occorre, in un terzo affondo analitico, recuperare negli scritti giornalistici e nei saggi brevi del Marx «politologo» una indicazione sull’analogia tra l’appello al popolo di Bonaparte e l’appello alla nazione di Palmerston per cogliere le suggestioni di una interpretazione dei processi di crisi e consolidamento dei regimi politici di massa. È noto il fastidio di Marx per questa sua produzione minore.

E però proprio le pagine figlie di un Marx minore sono le più attraversate dalla comprensione della complessità della politica. In qualità di politologo Marx entra in un contatto più ravvicinato con le grandi questioni della governabilità, della tassazione, delle politiche economiche, delle riforme amministrative, dei processi legislativi, dell’oratoria politica. La scoperta del rapporto sociale, come dimensione che trascende gli istituti politici nazionali e locali, e si consolida entro uno spazio tendenzialmente globale, non comporta l’esclusione di una analisi scientifica della politica ma richiede una sua collocazione come specifica dimensione entro una più diversificata esplorazione della struttura-sistema sociale moderno. Il quarto momento del lavoro è costituito da una rivisitazione dei fondamenti analitici e delle implicazioni politico-giuridiche più stringenti che sono presenti nell’affresco del Capitale e dei Grundrisse. Logica, istituzioni, storia affluiscono nella critica dell’economia politica nel solco della indubbia continuità tematica e metodologica riscontrabile nel laboratorio marxiano.

Il quinto appuntamento è con un saggio stringato come la Critica del programma di Gotha, che nei toni risulta assai polemico e però nella sostanza rappresenta una autentica summa del pensiero politico e giuridico di Marx. La convinzione che esce rafforzata dal presente lavoro è quella di emendare una consueta affermazione che certifica l’assenza di una teoria marxista dello Stato consegnata in un testo organico e quindi denuncia la prevalenza di un culto dell’immediato ostile alla forma politica. Come avverte M. Adler (La concezione dello Stato nel marxismo, Bari, 1979, p. 14), molti interpreti cercano di afferrare Proteo ma, a rigore, «è impossibile il concetto di una teoria politica come sistema sussistente in sé». In Marx non esiste una «autonoma teoria politica» non per una qualche trascuratezza ma perché essa è ricompresa come parte di una teoria sociologica della società moderna. La domanda che occorre porsi è forse un’altra. Si dà per davvero una scienza politica rigorosa e coerente senza assorbire in profondità la lezione logico-storica di Marx sviluppata in una critica dell’economia politica condotta sul corpo del funzionamento degli ingranaggi, uniti e differenziati, del sistema sociale moderno?

La ricerca scientifica di Marx è inseparabile dalla preoccupazione di carattere pragmatico. Apprezza un atteggiamento come quello dell’autore del Contratto sociale e lo colpisce «quel semplice tratto morale che preservò Rousseau da qualsiasi compromesso, anche apparente, con i poteri costituiti» (Opere, Roma, 1977, vol. X, p. 34). Contro gli abbagli di costruzioni generiche, caratterizzate da una «indeterminatezza rudimentale», egli invoca lo spirito di lotta che postula però una comprensione dei processi reali. In certo senso proprio la sua logica dell’indagine sociale lo sospinge ad avanzare l’ipotesi che, date come empiricamente rilevabili le antinomie pratiche della società moderna, è realistico coltivare l’aspettativa che le dinamiche di estrazione del plusvalore sono tali da scatenare movimenti collettivi di protesta e ove possibile di ribellione. La scienza che procede con ipotesi verificabili e quindi sottoposte a verifica critica, prevede su una base storico-obiettiva che il moderno sarà un laboratorio incessante di conflitti politici e sociali.

Quella che Marx chiama «l’ipotesi del comunismo» non appartiene quindi all’indeterminato, alla promessa di «entrare nella nuova Gerusalemme» né è una necessaria conseguenza connessa al determinismo logico, o a una qualche «superstizione» del nesso causale, è invece una previsione fondata su processi empirici che, nella percezione di movimenti effettuali ancora solo in potenza, può essere confermata e anche confutata dal verificarsi di fenomeni significativi, in definitiva dall’intervento di una soggettività. A nulla valgono gli appelli edificanti ispirati dai dettami di un «nuovo vangelo sociale» che si illude di convincere gli spiriti. Sterile è anche ogni «descrizione fantastica della società futura» che dovrebbe indurre all’agire. Non una profezia, una qualche illuminazione mistica oscura, ma la prevedibilità di eventi soggettivi a partire dalla comprensione di condizioni sociali date, spinge Marx a ritenere che il principio di contraddizione possa funzionare non solo per descrivere l’ordine sociale esistente ma anche per inquadrare tendenze, forze presenti o in formazione. Marx si autodefinisce «una specie di uomo del fato, perfino orgoglioso di questa mia qualità», ma lo fa solo in terra algerina e rispetto alla supposta comprensione dei capricci del clima e alla capacità di previsione meteorologiche con la presunzione fallace che «la profezia si è in parte avverata». Il realismo politico costituisce il nucleo del pensiero marxiano. In una società che estende ovunque la forma della merce, e nella quale il dominio globale dei mercati tende ad accrescere il differenziale di potere tra le classi, ad appannare le libertà è ancora in Marx che possono rintracciarsi i fondamenti analitici per la decifrazione dei rapporti sociali e delle organizzazioni di dominio e per la ricarica del movimento reale che assume una prospettiva socialista e non si disperde entro la corrente, così la chiama, delle «opinioni americano-democratico-repubblicane» (amerikanisch-demokratisch-republikanischer).

La teoria di Marx sfugge alla metafisica del soggetto e si muove ben dentro le coordinate del realismo politico. Estraneo al canone della teologia politica, e al primato del soggetto infondato che istituisce l’ordine sociale operando su una misura metafisica, che rinvia a una soggettività del potere che unifica e dal nulla disegna un ordine assente, egli riconduce la decisione al rapporto sociale. Per Marx è impossibile «arrivare al comunismo o al socialismo attraverso la metafisica, la politica» (Ideologia tedesca, Roma, 1978, p. 462). La politica non compare come decisione infondata, eccezione che crea la misura, intervento di un sovrano che istituisce la società. In Marx la politica non è la volontà di potenza che opera secondo uno schema comando-obbedienza per dare compimento a una idea di ordine. In politica, spiega Marx, «non possiamo risolvere un’equazione che non racchiuda nei suoi termini gli elementi della sua soluzione».

Quindi non esiste una trascendenza al di fuori delle condizioni reali che come un astratto piano produce l’ordine sociale della modernità. La rilevanza della politica come rapporto di forza è così connessa al fondamento, essa è funzione attiva-anticipatrice-costruttiva ma la sua efficacia si presenta in relazione alla comprensione di rapporti sociali. Il decisionismo metafisico sospeso sul nulla è per Marx lontano dal realismo politico che è sempre connesso all’immanenza dei rapporti di classe, alla misurazione empirica delle forze. Solo una comprensione degli istituti sociali permette la costruzione dell’azione collettiva efficace. Non è l’assenza di trascendenza a fondare l’altro ma una analisi realistica in grado di cogliere opportunità, attori, linguaggi, progetti possibili.

 

Questo testo è tratto da:

Michele Prospero

La teoria politica di Marx

Bordeaux Edizioni

In libreria nei prossimi giorni

 

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