Per l’Italia 172 miliardi
e da Bruxelles una svolta
per l’Europa intera

L’Italia avrà le risorse per sostenere le spese della ripresa economica dopo la bufera dell’epidemia: 172 miliardi e 700 milioni di euro del Recovery Fund europeo, di cui più di 80 a fondo perduto e il resto con un prestito per restituire il quale avrà quasi quarant’anni di tempo. Se si calcolano anche i 36-37 miliardi del credito che potrebbe ottenere aderendo all’offerta sul MES, saremmo ben oltre i 200 miliardi, da spendere certo in risanamenti e recuperi di produzioni e servizi, cioè quello che il virus ci ha portato via, ma anche in investimenti, cioè soldi che producono soldi.

Si tratta di una somma pari a quasi due volte e mezzo i circa 80 miliardi di fondi stanziati dal governo di Roma con i due decretoni di marzo e di fine maggio, ma, a differenza di quelli, non graveranno sul nostro debito. E sono risorse cui i governi italiani potranno attingere senza condizioni, se non quelle che convengono anche a noi e alla soddisfazione dei nostri bisogni: il rafforzamento della capacità di spesa per la sanità, il rinnovamento digitale, la conversione ecologica dei nostri modelli di produzione e dei nostri stili di vita, l’ammodernamento della rete dei trasporti, il turismo. Si tratta delle indicazioni che la Commissione ha fissato per l’Italia negli obiettivi del Semestre europeo ed è su queste basi, pienamente condivise fra Roma e Bruxelles, che il governo italiano, come tutti gli altri, dovrà presentare i progetti che formeranno il piano nazionale di ripresa che verrà finanziato con le risorse del Fondo.

Prima dell’autunno

Se le farraginosità della macchina amministrativa e la leggendaria incapacità di utilizzare presto e bene i soldi che arrivano da Bruxelles di cui l’Italia ha dato triste prova in passato non si metteranno di traverso, i primi investimenti potrebbero essere messi in cantiere già prima dell’autunno. La disponibilità del Recovery Fund, che ieri è stato anche ribattezzato “Next Generation EU” (l’Unione europea della prossima generazione),  è legata al bilancio comunitario pluriennale 2021-2027, ma esiste un meccanismo istituzionale, chiamato (con poca fantasia) bridge che permetterebbe di anticipare le prime tranche anche sull’esercizio di bilancio attuale. I soldi, insomma, potrebbe cominciare ad affluire presto, diciamo da settembre in poi. E nessuno ci chiederà, allora e dopo, riforme del mercato del lavoro, clausole di salvaguardia, sacrifici fiscali o manovre sulle pensioni, tutte quelle cose che quando a Bruxelles si parlava di “riforme” e di “compiti a casa” facevano tremare. Nessuna troika è dietro l’angolo. La pandemia è un incubo del presente e forse del futuro, ma almeno ha fatto piazza pulita degli incubi del passato. Ce n’è abbastanza per giustificare l’entusiasmo con cui il commissario all’Economia Paolo Gentiloni ha parlato di “svolta storica”.

Se guardiamo alle cose di casa nostra, insomma, dalla proposta della Commissione Ue che la presidente Ursula von der Leyen ha raccontato ieri al Parlamento europeo vengono solo buone notizie. Il Recovery Fund avrà una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro, 250 in più che nella proposta che era stata avanzata da Emmanuel Macron e Angela Merkel. E forse va riconosciuto qualche merito alle capacità negoziali del nostro governo se è passato il non scontato principio che a riceverne la quota più consistente sarà l’Italia, il paese che ha sofferto e soffre ancora di più in termini umani e in termini economici gli effetti della pandemia, seguito dalla Spagna, cui dovrebbero toccare circa 140 miliardi, mentre alla Francia ne andranno una trentina.

Certo, c’è un “ma”. La pioggia di soldi che Frau von der Leyen ieri ha fatto scrosciare sui banchi degli europarlamentari con un bel discorso sui “doveri” dell’Europa pronunciato in francese, in inglese e in tedesco, per ora è ancora virtuale. Si tratta della proposta della Commissione, ma la decisione, come si sa, spetta al Consiglio europeo, ovvero ai capi di stato e di governo dell’Unione che si riuniranno, forse per la prima volta da quando imperversa il Coronavirus proprio in carne ed ossa, il prossimo 18 giugno. Un maligno effetto dell’incompiutezza della costruzione europea vuole che le decisioni in Consiglio debbano essere prese all’unanimità e come si sa ci sono almeno quattro paesi, Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia che, autodefinitisi “fronte dei frugali” (ma si potrebbero cercare altri meno compiacenti aggettivi), non sono per niente d’accordo. Vogliono che gli stanziamenti avvengano solo in forma di prestiti – prestiti “veri” non con titoli a quarant’anni, cioè praticamente quasi irridimibili – e che essi siano erogati ai paesi inclini, secondo loro, alla Dolce Vita alle dure condizioni d’antan, quelle che si usava imporre all’epoca dell’austerity.

Il fronte dei quattro

Qualcuno nei giorni scorsi ha espresso il timore che il fronte dei quattro, al quale potrebbe aggiungersi qualcun altro, riesca a bloccare tutto. Il rischio c’è, ma forse non è così grosso. Il principio dell’unanimità in fondo gioca anche contro i “frugali”. Una eventuale proposta alternativa presentata da loro non avrebbe alcuna chance di passare. Quel che i quattro potrebbero riuscire a fare è piuttosto una guerriglia di minacce di veti e richieste di ridiscussione che avrebbe come conseguenza, al massimo, lo scivolamento della decisione del Consiglio a un vertice successivo. Ipotesi per niente da escludere e che fa capire che comunque non tutti i giochi sono fatti, che c’è ancora da negoziare e che forse alla fine sarà necessario addivenire anche a qualche compromesso.

Vedremo. Intanto però la determinazione della Commissione e del Parlamento europeo e soprattutto il mantello che sulla versione generosa del Recovery Fund è stato steso insieme dalla Francia e dalla Germania offrono buone garanzie sul proseguimento della linea tracciata dall’esecutivo comunitario e anche – va detto anche questo – dalla Banca Centrale Europea, la cui presidente Christine Lagarde ha riscattato la tremenda gaffe di inizio pandemia quando si fece scappare che lo spread non era “affar suo” riprendendo il Quantitative Easing alla Draghi e mettendo 250 miliardi a disposizione, nonché dalla Banca Europea degli Investimenti, che forse per la prima volta da decenni a questa parte ha stanziato denari nello spirito per cui venne fondata, e cioè ragionando da organismo “politico” e non con criteri “bancari”.

Non è il caso di mettersi a ripercorrere tutte le novità che nelle ultime settimane hanno modificato l’atteggiamento di fondo delle istituzioni di Bruxelles sotto la spinta drammatica dell’emergenza. Ma la proposta della Commissione presentata ieri conferma la profondità della svolta su due piani fondamentali.

Condivisione del debito

Il primo è la condivisione del debito: lo schema illustrato da von der Leyen conferma che è l’Unione europea in quanto tale, il suo organo esecutivo, la Commissione, ad assumersi direttamente l’onere delle necessità finanziarie comuni. Sarà la Commissione ad emettere il prestito e sarà essa stessa a garantirlo. Per decenni i paesi fautori della disciplina di bilancio (talvolta più di quella degli altri che della propria) hanno respinto ogni tentativo di mutualizzare il debito in questo modo, rifiutando il principio di far pagare ai propri contribuenti anche una minima quota-parte del debito altrui. Questo rifiuto è diventato una politica e la politica, in certi paesi “con i conti a posto”, è diventata senso comune. Un fattore di divisione e di diffidenze reciproche che nella stagione più dura della crisi del debito ha messo in pericolo la tenuta stessa istituzionale dell’Unione.

Il secondo forte elemento di novità è costituito dal bilancio comunitario. Qualcuno ieri a Bruxelles ha cominciato a fare i conti: il bilancio in preparazione per l’esercizio settennale 2021-2027 è di circa 1100 miliardi. Incamerando il prestito del Recovery Fund e tenendo conto degli altri strumenti messi in campo arriverà a più che raddoppiare. Chi per anni e anni si è battuto invano perché l’Unione (e prima ancora la Comunità) si dotasse di un bilancio vero, all’altezza della dimensione e delle ambizioni del progetto comune, in grado di sostenere bisogni sociali, politiche industriali e investimenti, comincerà a credere nell’esistenza dei miracoli. Soprattutto se si sovverrà del fatto che a gridare “I want my money back” non ci furono un tempo solo Margaret Thatcher e i suoi successori a Downing Street, ma anche altri importanti leader europei, a cominciare dagli europeisti doc tedeschi, compresa Frau Merkel.

Anche in questo campo ora pare aprirsi una stagione nuova. E non è solo una questione di quantità. In modo abbastanza coraggioso la proposta della Commissione indica anche il modo in cui il bilancio dovrà crescere: con l’adozione di risorse proprie come la lotta all’elusione fiscale delle grandi multinazionali, la plastic tax, altre tassazioni di materiali dannosi per l’ambiente, come il carbone o il carburante degli aerei o delle grandi navi. Altre idee e proposte sicuramente arriveranno.

Quando l’epidemia smetterà di occupare tutta la scena è possibile – c’è da sperarlo – che queste novità non vengano ridimensionate come momenti di straordinarietà indotti dalla straordinaria tragedia che ha colpito il continente.  Nemmeno l’Europa deve tornare alla “normalità” di prima.