Per le aree in crisi
forse in arrivo
una boccata d’ossigeno

Presente incerto, futuro inesistente. Se la sono vista brutta i lavoratori delle aree di crisi complessa. Il decreto interministeriale che gli dà un minimo di ossigeno con lo sblocco degli ammortizzatori sociali per due settimane era sparito dai radar. Secondo fonti sindacali proprio ieri sera, però, dovrebbe essere arrivata la firma del ministro Tria, dopo quella del titolare del dicastero del Lavoro, Luigi Di Maio, dello scorso 2 aprile. Dovrebbero essere pronti, dunque, i 117 milioni stanziati dallo Stato. Che fatica, comunque! Uno strumento che dovrebbe essere flessibile e pronto alla bisogna in realtà ha il passo della lumaca. E in attesa di burocrazia e iter imperscrutabili disseminati di controlli e passaggi incrociati, 60mila persone e le loro famiglie sono rimaste a tasche vuote per quattro mesi, dallo scorso dicembre, quando è scaduto il precedente provvedimento.

 Piove sul bagnato per i soliti noti, sempre quelli. Perché ad attendere questi 5 o 600 euro al mese in situazioni di estrema difficoltà, per non dire di vera e propria povertà, ci sono le tute blu della ex Alcoa di Portovesme e gli altri operai del Sulcis Iglesiente, in buona compagnia con i colleghi di Acerra e Battipaglia, Rieti e Frosinone, gli ex Fiat di Termini Imerese e i petrolchimici di Gela e di Porto Marghera. E poi Livorno, Terni, Taranto, la Valle del Tronto, e chi più ne ha più ne metta. L’elenco è lungo, le aree in questione sono 18, sparpagliate in 11 regioni, e sono quelle dove la crisi ha colpito durissimo e l’emergenza occupazionale si è tramutata in breve in emergenza sociale.

Per uscirne, la Cgil lo dice da tempo, predicando nel deserto industriale, bisognerebbe muoversi su due gambe: la prima, quella del presente, quella degli ammortizzatori sociali, per riuscire a restare in piedi, seppure in equilibrio precario; la seconda, quella del futuro, quella della reindustrializzazione, per saltellare verso il domani. Sostegno adesso e lavoro poi, questo dovrebbe essere lo schema. Per ora, però, si resta faticosamente fermi sull’unica gamba tremolante, quella degli ammortizzatori seduti.

E la politica resta assente ingiustificata: provvede, forse, e comunque in ritardo, allo sblocco di un reddito che provvederebbe all’oggi, ma non riesce a pensare con un minimo di profondità e prospettiva al domani. Manca una politica industriale, manca uno sguardo che vada al di là delle elezioni europee del prossimo mese. Il terribile Def, il documento di economia e finanza, è lì a certificare l’esito delle scelte compiute a Palazzo Chigi, chiaro e inequivocabile come la pagella del peggiore della classe. Ma invece di riaprire le fabbriche si chiudono i porti. Invece di coltivare sistemi di sviluppo integrato si dà la spallata definitiva all’integrazione, trasferendo i rom e smantellando l’accoglienza. In una caccia all’ultimo voto utile che tutto prevede fuorché la soluzione dei problemi endemici di questo Paese.
“Siamo molto preoccupati, questo è un provvedimento che va assolutamente portato a compimento”, spiegava ancora lunedì Maurizio Landini, il segretario generale della Cgil. E per il futuro? “Immaginare uno sviluppo diverso”, è la visione del responsabile dei settori produttivi di Corso Italia, Salvatore Barone. “Proprio sul terreno dell’innovazione e degli investimenti, invece, registriamo ritardi gravi. E ci rimangono solo gli ammortizzatori, che siamo costretti a rincorrere di anno in anno, come sta avvenendo”.

Eppure, area dopo area, la Cgil, in qualche caso di concerto con Cisl e Uil, un’idea alternativa che interrompa questo stallo l’ha proposta. È il caso di Terni, dove le confederazioni hanno presentato un piano per i 18 comuni ricompresi nella zona di sofferenza. Il documento parte dalle tre filiere della produzione, la siderurgia, la chimica e l’agroalimentare, per pensare a un nuovo modello di sviluppo che tenga conto di ambiente e infrastrutture.
È il caso di Livorno, altro esempio virtuoso, dove la Cgil provinciale ha dato alla luce il proprio piano del lavoro, in linea con la proposta avanzata a livello nazionale in questi anni. Ma l’assenza del governo ha reso, di fatto, impossibile ogni gestione della crisi che vada oltre l’emergenza.
Una difficoltà evidente anche nell’area di Frosinone, dove c’è una miriade di siti dismessi che potrebbero essere riconvertiti se solo si attivasse un sistema virtuoso di collaborazione tra istituzioni e imprenditori e di incentivazione a riqualificare. Tutte condizioni assenti.

Così molto spesso il sindacato resta solo con la disperazione dei lavoratori, come ci racconta Bruno Usai della Fiom del Sulcis. “Molti vengono in sede ogni giorno a raccontarci i loro problemi, altri li nascondono per imbarazzo. Ad alcuni hanno anche staccato la corrente elettrica perché non riescono neanche a pagare le bollette”.

Lavoratori al buio nel vero senso delle parole, lavoratori senza un lavoro, con la fabbrica a pochi isolati da casa, chiusa da anni, e nessuna certezza di riuscire a riprendersi il posto che gli spetta.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

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