La scuola non insegua
standard europei dannosi

Sono da sei anni come insegnante in Belgio nella parte francofona, quella Wallonie che culturalmente appartiene alla lingua neolatina. Non posso da qui misurare quotidianamente lo sfascio che la cosiddetta buona scuola ha causato in patria, mi fido però dei racconti delle mie colleghe alle prese con dirigenti sceriffo, registri elettronici e dolorosi trasferimenti di sede.

Posso paragonare la scuola italiana nella quale sono stata formata, e che era all’avanguardia nel mondo per innovazione pedagogica e alacre lavoro giornaliero, a questo modello dove gli insegnanti ripetono ogni anno la stessa classe, al massimo due. Gli alunni hanno così modo di conoscere ogni anno insegnanti diversi, che devono rispondere a traguardi a breve raggio. Non vedono mai l’evoluzione del loro lavoro, ma soprattutto non possono accompagnare nell’intero percorso di scuola primaria le scoperte e le conquiste del singolo alunno e del gruppo classe. Non parliamo poi dell’integrazione degli alunni in difficoltà. Non esistono insegnanti di sostegno, solo delle squallide scuole speciali dove sono relegati handicappati fisici, bambini difficili caratterialmente, menomati sensoriali e cerebrolesi. Seguono percorsi alternativi con insegnanti specializzati, mi hanno detto. Noi le abbiamo abolite negli anni settanta e ne andiamo giustamente fieri.

In Italia pare che l’ultima invenzione sia l’abolizione del tema come prova di verifica. Avevano cominciato eliminando l’esame alla fine dei cinque anni di scuola primaria, ci provano in tutti i modi con l’istituto degli Invalsi, e chissà cosa ancora saranno in grado di concepire per finire di demolire la scuola dei moduli ma soprattutto quella del tempo pieno.

Ho avuto la fortuna di vivere quegli anni magnifici, quando anche a prezzo di aspri dissensi negli organi collegiali, ci si confrontava e si sperimentava. Il tempo scuola era pieno sul serio, le ore di compresenza ci permettevano di organizzare i gruppi di recupero per gli alunni più in difficoltà, dedicarci alla creazione di spettacoli teatrali, organizzare laboratori di ceramica, orto, pasticceria, informatica, grafica, scrittura creativa, canto corale e via discorrendo. Si partiva dal far ricamare al tombolo, dallo scrivere un articolo di giornale, dal misurarsi in competizioni sportive e si arrivava a far compiere agli alunni un percorso evolutivo che li arricchiva di esperienze concrete e segnava nella loro mente tracce indelebili di conoscenze sia in campo umanistico sia scientifico.

Niente è più così, o meglio, se quella scuola ancora esiste è solo perché sono ancora in vita le maestre e i (pochi) maestri che l’hanno inventata. I vent’anni di berlusconismo, con la scuola delle tre i, sono stati coronati da riforme che hanno tolto via via la possibilità concreta di operare in quel modo. La sinistra della buona scuola ha finito il lavoro sporco iniziato con la riforma Gelmini. Ci siamo opposte con manifestazioni largamente partecipate a quella che ci apparve da subito una scuola a sottrarre, piuttosto che ad accrescere.

Ridateci il tempo pieno, non ci servono cinquecento euro di bonus all’anno per comprare tablet e computer, o meglio, non è certo quella l’unica misura necessaria ed efficace, quanto piuttosto il segreto accordo con le multinazionali dell’informatica.

I libri e la formazione ce li pagavamo anche da soli, e non era un bene, sia chiaro, ma davano la misura del nostro continuo bisogno di aggiornamento, innovazione, costruzione delle mappe concettuali, i diagrammi di flusso del personale cammino degli alunni. Ci si deve adeguare agli standard europei ci hanno raccontato, hanno scopiazzato modelli e pratiche educative che qui ogni giorno tocco con mano: una catastrofe.

I primi tempi chiesi ad una collega di una quinta classe di mostrarmi il quaderno di composizione, mi guardò smarrita e infine tutta contenta tirò fuori un foglietto dove gli alunni si erano esercitati sul modello di una lettera da inviare ad un conoscente. Nei loro pesantissimi faldoni alcuna ombra di componimenti fantastici, nessuna esercitazione sulla prosa connotativa e denotativa. Solo fettine di sapere premasticato in fiches con risposte a scelta multipla. Pagine e pagine di coniugazione di verbi e calcoli, non l’ombra dell’uso del multibase, nessuna scoperta delle epoche storiche attraverso la storia personale, che diventa il metro di valutazione dell’evoluzione umana.

L’unico obiettivo giornaliero degli alunni, quasi sempre annoiati ma silenziosi ed ubbidienti, è profittare delle abbondanti ore di ricreazione e correre a casa a giocare con la play station o il telefonino. Non esiste la mensa organizzata, un pasto frugale portato da casa si consuma sui banchi puliti col gomito o pezzette risciacquate nel lavandino delle aule. Questa si è una grande risorsa, evita inutili passeggiate nei corridoi e agevola le rare esercitazioni di pittura. L’insegnante unico per l’ambito scientifico ed umanistico ricalca il maestro tuttologo che da noi è stato giustamente abolito. Non si studiano lingue straniere se non qualche ora di inglese o nerlandese in quinta e sesta classe. Noi insegnanti di italiano teniamo dei corsi post scuola facoltativi e quindi nessun giudizio nei documenti di valutazione. Sono però molto temuti dagli alunni gli esami di fine anno, obbligatori e registrati dalla scuola in seconda e sesta classe, e somministrati da insegnanti che godono ancora di prestigio sociale. Quello stesso che in Italia è ormai un blando ricordo.

Sono questi gli standard europei ai quali la scuola italiana deve adeguarsi? Non dovrebbe essere invece il contrario?

Nelle attuali dispute politiche in vista delle elezioni le stanno sparando grosse tipo l’abolizione delle tasse universitarie – anche se questa sarebbe l’unica proposta politica, elettoralmente parlando, che sarei tentata di votare. Non sarebbe più utile invece ripristinare nella scuola elementare quelle preziose ore di compresenza tagliate per fare cassa? Hanno avuto l’unico effetto di caricare di esagerato lavoro gli insegnanti che devono il più delle volte seguire più classi, “secondarizzando” un modello di scuola primaria dove il tempo scuola era tempo disteso e proficuo, dove la creatività e la cura psicologica delle dinamiche di gruppo erano il sale di una crescita consapevole.