Per combattere il Covid
servono i dati
dei giganti del Web

Un medico, docente universitario, Alberto Zangrillo, che accusa un altro medico e docente universitario, Massimo Galli, di avere un’antica militanza sessantottina. Come se questo potesse in qualche modo inficiare il rigore con cui quest’ultimo affronta il COVID. (Per inciso, Galli è giustamente fiero del suo passato “sessantottino”). Un giornalista dall’animo solitamente gentile, Massimo Gramellini, che accusa il microbiologo Andrea Crisanti, di essere un liberale asintomatico solo perché il docente ha constatato un fatto: in Cina la pandemia è stata tenuta sotto controllo meglio che nel resto del mondo. Gramellini ritiene che il successo dell’approccio cinese sia possibile solo in una dittatura comunista. Peccato che poche pagine dopo, lo stesso giorno, sul medesimo giornale (il Corriere), veniva ricordato che metodi in qualche modo analoghi sono stati utilizzati, con successo, in altri paesi a democrazia parlamentare, come la Corea del Sud, il Giappone, l’Australia.

La proposta di Crisanti

Stiamo parlando del rapporto tra scienza e politica, all’epoca del COVID. Raramente il rapporto tra queste due attività sociali in apparenza distantisi è dimostrato a tutti per quello che è, profondamente intrecciato E raramente questo intreccio è stato oggetto di pubblico dibattito. Ma questo rapporto, per fortuna, non si consuma certo con queste schermaglie (ci perdonino Zangrillo e Gramellini) piuttosto banali. Si tratta di un rapporto molto serio, in cui giocoforza gli scienziati responsabili si assumono (devono assumersi) l’onere della proposta politica. Devono “scendere in campo”.

È il caso proprio di Andrea Crisanti che da tempo va sostenendo la necessità di invitare e, se del caso, imporre alle grandi aziende telematiche – sì, insomma, Google, Facebook, Amazon, e quant’altro – di mettere a disposizione i dati che raccolgono ogni volta che accendiamo lo smartphone o il computer, che compriamo qualcosa o inviamo una mail, per combattere più efficacemente la pandemia da coronavirus, soprattutto in momenti come questi, mentre la diffusione del virus sembra fuori controllo.
È una proposta coraggiosa, perché in qualche modo presuppone un riequilibrio dei poteri tra queste grandi aziende multinazionali e gli Stati. È una proposta politica dalle enormi conseguenze. A vantaggio del pubblico e dei cittadini.

Ma per renderci conto dei motivi che spingono Crisanti a entrare nel campo dei rapporti tra politica ed economia la cosa migliore è far parlare lui, così come ha fatto in un saggio pubblicato nel libro di Michele Mezza, L’algoritmo del contagio, pubblicato a settembre da Donzelli: «Se con la stagione invernale riprenderà vigore la
trasmissione dei contagi [era stato facile profeta, Crisanti, ndr], per evitare misure di quarantena generalizzata sarà sempre più necessario indirizzare le azioni di contrasto sulla base di rischi personalizzati». Ricordiamo che il microbiologo dell’Università di Padova è stato il teorico “del metodo Vo’ Euganeo”, ovvero il metodo dei tracciamenti così come applicato per la prima volta in Italia nel borgo veneto a inizio pandemia sull’esempio di quanto fatto, con diverse modulazioni, in Cina, in Corea del Sud o in Giappone.

covid-19Perché servono i dati di Google e di Facebook

Ma cosa significa indirizzare le azioni di contrasto sulla base di rischi personalizzati? Spiega Crisanti: «Questi devono necessariamente tenere conto del profilo sociale, degli spostamenti e del tipo di occupazione dei singoli individui e integrarlo su scala regionale per identificare le condizioni di vulnerabilità». Perfetto, ma cosa c’entrano Google e gli altri padroni della rete? Crisanti: «Questo tipo di analisi può essere realizzata utilizzando […] le informazioni già in possesso dei giganti del web (Google, Facebook e Amazon), che grazie all’uso di strumenti di intelligenza artificiale profilano con sempre maggiore precisione ognuno di noi ogni volta che apriamo il computer, che usiamo un telefono o che facciamo un acquisto». I grandi colossi della rete sanno molte cose di noi, molte più cose che noi stessi sappiamo. E, infatti, come dicono gli esperti “ci profilano” e poi vendono queste informazioni a chi è interessato. Il settore del marketing, per esempio, è molto interessato e compra queste informazioni.

Già, ma per il COVID quei dati perché possono essere utili? Crisanti: perché «per esempio, si potrebbero utilizzare i dati in possesso di Google per individuare alla frontiera ogni singola persona che rientra in Italia dopo un soggiorno in aree a rischio e quindi sottoporla a test diagnostico o invitarla a rimanere in isolamento». In realtà anche lo scambio di email o i post su Facebook o il posizionamento mediante GPS possono essere utili per verificare chi abbiamo incontrato, dove e quando. Dati decisivi nel caso noi fossimo positivi. Non è un’ipotesi: già oggi i nostri sismologi utilizzano parte di questi dati, quelli pubblici, persino per individuare con assoluta tempestività l’epicentro e le conseguenze di un terremoto.

Di qui la proposta “politica” di Andrea Crisanti: «In attesa di un possibile vaccino, queste informazioni devono essere liberalizzate e messe a disposizione del sistema sanitario per facilitare l’implementazione di misure di contrasto e sorveglianza mirate ed efficaci. Queste stesse informazioni sono di grande valore per i ricercatori, allo scopo di validare ipotesi e prevedere l’evoluzione dell’epidemia».

Quei dati servono, eccome! Sono dati di pubblica utilità. E allora, dov’è il problema? Be’ il problema è che sono dati di proprietà dei privati (Google, Facebook, Amazon eccetera) e questi sembrano tutt’altro che interessati a renderli pubblici. Di qui la proposta politica di Andrea Crisanti: le istituzioni facciano in modo di ottenerli.
La conseguenza è stringente: con le buone o con le cattive. Ovvero con un accordo o con una legge.

Il tema dovrebbe occupare le prime pagine dei giornali e riempire i talk show. Invece nessuno ne parla. E sì che è in gioco sia l’evoluzione della pandemia che sta squassando il nostro e quasi tutti gli altri paesi del mondo sia l’evoluzione dei rapporti tra i colossi della rete e gli stati nazionali (o le organizzazioni degli stati nazionali). Grazie, Crisanti, dunque. Grazie per averci ricordato che quello della salute è un diritto di ordine superiore rispetto a quello dei diritti di proprietà. Anche se, ne stia certo, correrà il rischio di essere arruolato ancora una volta nel campo dei liberali asintomatici.

Ma veniamo alla portata della sua richiesta. In Italia, come si sarà ben accorto, il tema lascia indifferenti. Tuttavia è anche vero che il nostro paese è forse troppo piccolo per incrociare il fioretto o addirittura la spada con le più danarose aziende del mondo. Forse la scala migliore è quella europea. Proprio in queste ore la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è detta convinta che bisogna realizzare una “sanità comune europea”. Forse è in quest’ambito, a Bruxelles, che bisogna aprire il tavolo del negoziato e della decisione.

Forse è nella richiesta di rendere quei dati pubblici per questioni di salute pubblica che possiamo iniziare a costruire una “sanità europea”. E non se la prenda, gentile Commissaria, lei che è stata Ministro della Difesa della Germania ed è intrinsecamente insospettabile, se le daranno della sessantottina come a Massimo Galli o della comunista come ad Andrea Crisanti.