Per chi salva i naufraghi
Salvini ora
vuole la galera

Ci sono quarantanove persone che rischiano di affogare in alto mare. Una nave li soccorre, salva loro la vita e poi fa rotta verso il porto sicuro più vicino, dove i naufraghi sbarcano, vengono assistiti e poi le autorità decidono se hanno il diritto di restare nel paese in cui sono sbarcati. È semplice, no? Così prescrivono il diritto internazionale e le convenzioni sulla sicurezza della navigazione. Così funziona su ogni mare del mondo e in ogni nazione civile. In Italia no. In Italia c’è un ministro dell’Interno che si conferisce da solo il potere di bloccare quella nave con il suo carico umano, naufraghi ed equipaggio, di costringerla a restare al largo, di mettere su la sceneggiata di un braccio di ferro illecito sotto il profilo della legge e insensato sotto il profilo della logica e della morale. Poi ordina che si permetta alla nave di attraccare, chiede che la Guardia di Finanza la sequestri e la Guardia di Finanza la sequestra. Poi vuole l’arresto dei soccorritori, per ora invano. Questo è successo ieri con la nave Mare Jonio.

I quarantanove naufraghi, di cui 12 sono bambini o ragazzi, sono sbarcati gridando per la gioia. Avevano rischiato un’odissea come i 137 della Diciotti, che a gennaio furono tenuti in ostaggio per cinque giorni al largo di Siracusa. Il responsabile della ONG Mediterranea Saving Humans Luca Casarini e l’equipaggio invece rischiano grosso. Matteo Salvini vuole la loro testa: devono essere arrestati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La criminalizzazione delle Organizzazioni non governative che si sono prodigate per salvare vite umane nel Mediterraneo ora è completa. Era cominciata con l’uscita sui “taxi del mare” di Luigi Di Maio, alla rincorsa delle demagogie dei leghisti allora nemici e concorrenti, finisce con Salvini che nella gioia di chiedere gli arresti ingoia pure il rospo di 49 “clandestini” che sbarcano felici e contenti in Italia, dove non avrebbero mai potuto metter piede, come il ministro di tutti i ministeri era andato giurando per mesi. Gli arresti per ora non ci sono stati: la Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo, ma non ci sono indagati. Si vedrà. Bisognerà ricostruire una vicenda molto complicata.

Vedremo gli sviluppi. Intanto il ministro dell’Interno può cominciare a rassegnarsi all’idea che quei 49 disgraziati sono sbarcati in Italia. Perché, nonostante nelle sue spacconate -“in Italia con il mio permesso non metteranno piede”- c’era di vero solo che il suo “permesso” non ci sarebbe stato perché non ce n’era bisogno. La nave Mare Jonio batte bandiera italiana, si trovava a un miglio e mezzo dalla Cala dei Francesi di Lampedusa, provincia di Agrigento, Italia, e non c’è alcuna disposizione di legge che potesse impedire all’equipaggio di attraccare e far scendere gli esseri umani che erano a bordo. Si potevano punire quelli che li avevano raccolti e portati in salvo, e questo – magistrati permettendo – Salvini reclama in modo ossessivo. Ma su quale base giuridica? Sulla base della cosiddetta “direttiva” che il ministro ha fatto scrivere tra mezzanotte e l’una del mattino e che vale al massimo come un’indicazione di principio, l’espressione di un’intenzione politica, e che, in ogni caso, non è ovviamente retroattiva? Difficile che una simile aberrazione passi. Del caso si comincia già a prevedere che verrà presto investita la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, la quale intervenne già nella vicenda della Diciotti, obbligando il governo italiano a garantire il rispetto delle necessità più urgenti ai prigionieri e la nomina di tutori per i minori (cosa che non risulta sia stata mai fatta) pur se non si spinse a ordinare d’autorità lo sbarco dei migranti. La Corte di Strasburgo dovrà giudicare la fondatezza degli arresti e la congruità delle accuse rivolte a persone che hanno salvato altre persone da morte certa e le denunce per l’inumano trattamento riservato ai naufraghi. Perché è vero che lo sbarco c’è stato e non c’è stata una prigionia lunga come quella degli ostaggi della Diciotti, e però ogni ora che quelle persone hanno trascorso sulla nave è stata un’ora di inutile sofferenza, un esercizio di crudeltà gratuita, una prepotenza da vigliacchi ai danni di persone che non potevano difendersi.

Luca Casarini

La ricostruzione dei fatti è molto semplice. Lunedì pomeriggio l’equipaggio della Jonio, che naviga per la Mediterranea Saving Humans, l’ultima ONG ancora presente nelle acque tra la Libia e l’Italia, riceve da un aereo in ricognizione la segnalazione di un canotto in difficoltà a 45 miglia dalla costa libica, nella zona SAR in teoria di competenza di Tripoli. A bordo ci sono quarantanove migranti tra cui dodici bambini e il canotto si sta sgonfiando rapidamente. Soltanto dopo che i naufraghi sono stati issati sulla Mare Jonio, arriva una motovedetta libica. Probabilmente sarebbe arrivata troppo tardi per effettuare il salvataggio e il suo equipaggio non insiste per imbarcare le persone salvate, ma in ogni caso Luca Casarini, non avrebbe consentito il trasbordo perché quelli della Libia non sono affatto “porti sicuri”, ma porte aperte sull’inferno dei lager, come è denunciato da tutte le organizzazioni internazionali, Onu compresa, ma non dal governo italiano. Con i profughi a bordo la nave fa rotta verso nord. Nonostante sia una nave italiana che viaggia verso l’Italia, la Mare Jonio riceve due volte l’ingiunzione di fermarsi e spegnere i motori da parte della Guardia di Finanza, sulla base – si presume – della “direttiva” che intanto è stata emanata dal ministro.

La direttiva appare come un raro esempio di “giurisdizione creativa”. Ignorando le leggi e le disposizioni delle convenzioni internazionali essa pretende di rovesciare le procedure per i salvataggi in mare, che – sostiene Salvini – debbono avvenire con i criteri imposti dal suo ministero, cosicché qualsiasi comportamento difforme “può essere letto come un’azione premeditata per trasportare in Italia immigrati clandestini e favorire il traffico di esseri umani”. Ne consegue che il passaggio della Jonio nelle acque territoriali italiane è “lesivo del buon ordine e la sicurezza dello Stato italiano, in quanto finalizzato a introdurre migranti irregolari, in violazione delle leggi vigenti in materia di immigrazione, privi altresì di documenti di identità e provenienti in parte da paesi stranieri a rischio terrorismo, per diffuse attività terroristiche verificatesi ed in atto in quei territori”. Casarini e i componenti dell’equipaggio, quindi, vanno arrestati con l’accusa non solo di aver favorito l’immigrazione “clandestina” ma anche di aver attentato alla sicurezza dello Stato. Mi aspetto, dice il ministro, che qualche magistrato provveda. Al momento, però, l’unica illegalità che si è potuta osservare, e sulla quale la magistratura ha titolo per intervenire, è stato il divieto a una nave italiana di entrare in un porto italiano e un inizio di sequestro di persona che per fortuna è durato solo qualche ora.

Non è certo la prima volta che Matteo Salvini pretende di compiere atti di governo ignorando le leggi internazionali, beffandosi dei valori della Costituzione, e scavalcando allegramente le competenze del proprio ministero, ma stavolta la sua personale propensione a violare le regole, i diritti delle persone e il buon senso secondo il metodo della “democrazia illiberale” dei suoi modelli autoritari dell’est Europa (“il popolo mi ha votato e posso fare quello che voglio”) forse troverà qualche maggiore resistenza. La “direttiva anti-Mare Jonio” rischia di incontrare molte obiezioni, giuridiche e politiche. Mario Morcone, ex responsabile delle politiche migratorie al Viminale e capo del Consiglio italiano per i rifugiati per esempio si è detto “molto preoccupato” per le linee indicate nella direttiva, mentre Luigi Manconi e Valentina Calderone, presidente e direttrice dell’associazione “A buon diritto” fanno notare che si tratta di “una misura illegale sotto il profilo normativo e costituzionale”, che oltretutto non è stata né discussa né approvata dal Consiglio dei ministri. “I porti italiani – aggiungono – erano e restano aperti, tanto più se a chiedere l’approdo è una nave italiana, battente bandiera italiana con equipaggio interamente italiano. E con 49 profughi soccorsi in mare in una zona più vicina alle coste italiane che ad altre coste (quelle di Malta, per esempio). Ovviamente, consegnare quelle persone alla guardia costiera libica e, di conseguenza, ai centri di detenzione di quel paese, avrebbe costituito una grave violazione del diritto internazionale”.

Che seguito avrà questa brutta storia? Vedremo. Per ora il vicepremier raccoglie dai suoi alleati un consenso che manca clamorosamente sugli altri rissosi dossier. Il suo pavido parigrado Di Maio si è subito allineato nel ruolo di reggicoda e, dopo aver assicurato che “non ci sarà un nuovo caso Diciotti, perché abbiamo il potere come Stato italiano di agire su questa nave battente bandiera italiana”, ha aggiunto che “bisogna far rispettare le regole: una ong italiana non deve permettersi di disobbedire alla guardia costiera libica”. Chissà se al genio dei “taxi del mare” è mai capitato di vedere, magari per sbaglio, qualche immagine delle atrocità che vengono commesse nei campi in cui vengono portati i prigionieri della guardia costiera libica cui “non bisogna permettersi di disobbedire”. Il premier Conte, alla Camera, è apparso altrettanto pavido anche se un po’ più cauto “di fronte a questa singola emergenza”, che “non dobbiamo strumentalizzare perché di fronte all’emergenza siamo tutti coinvolti”. Consentire “sbarchi indiscriminati” non significa favorire l’accoglienza. Dario Franceschini, dai banchi dell’opposizione, gli ha gridato: “Prenda il telefono e ordini lo sbarco”. Per quanto se ne sa, non è stato lui a prendere il telefono.