Pensioni, l’imbroglio
del cumulo rinviato

Nel 2010 il premier Berlusconi e il ministro del Lavoro Sacconi, per evitare la fuga dei dipendenti pubblici al primo forte innalzamento dell’età pensionabile, fanno una legge che obbliga chi ha contributi previdenziali in enti diversi (Indap e Inps) a ricongiungerli in modo oneroso se vogliono andare in pensione. La trappola funziona e da lì a poco il governo la trasforma erga omnes: la norma diventa così una micidiale tagliola per tutte le categorie. Il risultato è che chi ha lavorato una vita, versando però i contributi a gestioni diverse, per poter raggiungere i requisiti della pensione è costretto a ricongiungerli, ripagando quanto già versato a peso d’oro. Un dramma, soprattutto per chi un lavoro non ce l’ha più. “Un delitto contro la persona”, lo definisce il presidente della Commissione lavoro della Camera ed ex ministro, Cesare Damiano.

Una parlamentare del Pd, Maria Luisa Gnecchi, vice di Damiano, per sei anni si batte per modificare quella legge. A fine 2016 l’emendamento che consente ai lavoratori anziani con carriere spezzettate (ormai la maggioranza in tempi di precariato e contratti atipici) di cumulare in modo gratuito i vari periodi contributivi, passa in Commissione e viene inserito nella legge di bilancio 2017, che verrà poi approvata con la fiducia, senza correzioni. Vale sia per le pensioni di vecchiaia sia per quelle anticipate (ex anzianità), sia per i lavoratori Inps sia per i professionisti iscritti alle Casse previdenziali privatizzate e autonome. Da gennaio di quest’anno il cumulo gratuito è legge, è una conquista di equità, ma 11 mesi dopo nessuna pensione è ancora stata erogata con questo sistema.

L’Inps e le Casse dei professionisti fanno melina, il Ministero non muove un dito per far applicare la nuova norma. Che converrebbe molto ai lavoratori ma poco, nell’immediato, alle casse degli Enti e dello Stato. Il cumulo manderebbe in pensione prima decine, forse centinaia di migliaia di lavoratori. Gli Istituti di previdenza avrebbero nel breve periodo un consistente maggior esborso, lo Stato dovrebbe provvedere con le coperture, almeno per la parte Inps. Anche se nel medio-lungo periodo ci sarebbe addirittura un risparmio per tutti. L’importo, infatti, verrebbe pagato pro-rata da ciascun ente per la pensione effettivamente maturata nelle rispettive gestioni, con assegni quindi molto più bassi rispetto alle pensioni ricongiunte. Ma in un Paese che non sa più guardare avanti è molto  più conveniente – per i vertici e i conti di questi Istituti e per il Governo –  continuare a sfruttare i contributi silenti (versati da precari, immigrati, partite Iva, lavoratori saltuari) che non matureranno mai una pensione e ancor più il consistente gettito che dal 2010 arriva dalle costosissime ricongiunzioni onerose.

Per questo tutte le parti fanno buon viso a cattivo gioco. Le Casse dei professionisti e l’Inpgi dei giornalisti, in particolare, a parole dicono di essere favorevoli al cumulo, ma nel concreto alimentano una campagna mediatica per sostenere che senza la copertura finanziaria dello Stato i loro bilanci rischiano il default, che servono altri provvedimenti dell’Inps e del Governo per poter attuare la norma, che occorre costruire un sistema informatico che permetta di condividere le informazioni tra gli Enti per gestire le pratiche in maniera automatizzata. Probabilmente, quindi, tutto slitterà al 2018. Sempre che nella legge di Bilancio non spunti qualche emendamento per eliminare o sterilizzare ulteriormente il cumulo gratuito che sia l’Inps sia gli Enti privatizzati non gradiscono.

L’Inps di Tito Boeri, del resto, con la circolare 140 del 12 ottobre scorso, ha offerto alle Casse dei professionisti e all’Inpgi un assist formidabile, prevedendo che il diritto alla pensione in cumulo si possa maturare soltanto con i requisiti delle leggi Sacconi-Fornero, o peggiorativi delle stesse, non con i criteri migliorativi previsti dai regolamenti dei singoli Istituti privatizzati, peraltro regolarmente approvati dai Ministeri vigilanti. Un paradosso, che se non verrà modificato rischia di rendere le pensioni in cumulo addirittura più svantaggiose rispetto a quelle della totalizzazione dei periodi contributivi, norma introdotta nel 2006 dall’allora ministro Maroni, che fa maturare l’assegno su base contributiva, e non retributiva, e viene erogato soltanto 21 mesi dopo la maturazione del diritto.

Per la pensione di vecchiaia, la circolare Inps ha stabilito che “Il diritto è conseguito in presenza dei requisiti anagrafici e di contribuzione più elevati tra gli Enti coinvolti”. Quindi, se una Cassa autonoma nel proprio regolamento prevede età superiori ai 66,7 anni della Fornero, che – ricordiamo – è la più alta d’Europa – il pro-rata della Cassa verrà erogato soltanto alla maturazione di quel requisito. Per le pensioni anticipate, poi, l’Inps non fa alcun cenno ai requisiti più vantaggiosi previsti dai regolamenti di gestioni autonome. Si limita a dire che servono i 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva previsti dalla Fornero. Cosicché, per fare un esempio, se oggi i giornalisti, in base al regolamento in vigore, possono andare in pensione con un minimo di 38 anni di contributi e 62 di età, aderendo al cumulo dovrebbero aspettare altri 4-5 anni per maturare il diritto alla quiescenza.

Un Grande Imbroglio per diverse migliaia di professionisti, dunque, che hanno capito bene l’antifona: tanto che le domande finora presentate per la pensione in cumulo sarebbero poche centinaia. Ma anche il trionfo dell’ipocrisia. La circolare Inps sottolinea, in diversi passaggi, l’autonomia delle singole Casse, scrive che “ai fini del perfezionamento del requisito di anzianità contributiva ciascuna gestione tiene conto della disciplina prevista dai rispettivi ordinamenti”, salvo poi stabilire che, nella pratica, le regole valgono solo se sono peggiorative delle Sacconi-Fornero, assoggettandole di fatto alla propria normativa. In pratica un commissariamento. Che potrebbe preludere al ritorno delle Casse di diverse categorie professionali sotto l’ombrello Inps, come già è accaduto con l’Inpdap. Del resto, l’aria che tira è questa: l’allungamento della vita per legge, la pensione a 67 anni dal 2019 e a 70 (o con 46 anni di contributi) nel 2050, la bocciatura della metà delle domande dei disoccupati per l’Ape social. Che spazio ci può essere per l’equità e la giustizia sociale?