Sconfitto tutto il centrosinistra
Il duello è tra Berlusconi e Grillo

Anche questa volta gli elettori del centrosinistra – per usare la metafora di Pier Luigi Bersani – sono rimasti nel bosco. Il voto siciliano consegna la Regione a un postfascista, Nello Musumeci, che ha vinto con il 39, 8 per cento, vale a dire 5,1 punti in più del grillino Giancarlo Cancelleri, scelto dal 34,7 % dei votanti. Il candidato del Pd Fabrizio Micari e quello della sinistra radicale Claudio Fava anche messi assieme restano parecchio indietro: 18, 7 per cento il primo, 6,1 per cento il secondo. Accomunati in una sconfitta senza se e senza ma.

Certo ha pesato la specificità siciliana, una realtà dove la sinistra anche quando ha vinto non ha mai realizzato exploit elettorali, tutt’altro. E almeno per quanto riguarda il Pd ha pesato anche un certo disimpegno dei gruppi dirigenti nazionali, gli unici assenti di fatto dalla battaglia elettorale siciliana. Un mettere le mani avanti rispetto alla sconfitta annunciata, culminato nelle infelici parole di Matteo Renzi alla vigilia del voto: “Voterei Micari ma vinca il migliore”. E il “migliore” scopriamo oggi sarebbe uno che viene dal Msi e dalla destra piu radicale, come ha ragione di rivendicare Giorgia Meloni, la terza contraente del patto vincente con Berlusconi e Salvini.

Ma anche a sinistra del Pd non c’è alcuna ragione di festeggiare. L’esordio alle urne degli scissionisti di Mdp è assai deludente, il sogno di un sorpasso del candidato del Pd è naufragato. La domanda obbligata, anzi scontata, è se assieme i due schieramenti della sinistra sarebbero stati più competitivi. Ma le difficoltà sono più profonde e complesse rispetto al tema della divisione. L’appeal della sinistra è sempre minore e in fondo i nuovi record dell’astensione lo confermano. In Sicilia ma anche in una realtà certo minore ma significativa come Ostia dove è esclusa dal ballottaggio: il rischio insomma è che la partita diventi sempre più tra la destra e i Cinquestelle.

Nel dibattito che si apre a sinistra si vedrà ora quanto sincera sia questa consapevolezza. Nel Pd e tra i fuoriusciti di Mdp. Il rischio è quello di assistere alla ennesima replica dei temi e delle recriminazioni che fin qui hanno caratterizzato il confronto.

Tra i renziani si continua a ribadire che il segretario è legittimato dalle primarie ma si omette di considerare che è uscito sconfitto in tutte le “secondarie”, dal referendum alla sfilza di elezioni amministrative. Gli oppositori nel Pd continuano a insistere sul “passo di lato” di Renzi per quanto riguarda la premiership, come se la questione non fosse di fatto già risolta dalla nuova legge elettorale largamente proporzionale che assegna ai partiti la trattativa dopo il voto in Parlamento. Ma evidentemente non solo la minoranza ma anche alcune importanti personalità democratiche ritengono che l’attuale segretario non sia in grado di riunire il centrosinistra e che occorra dunque giocare un’altra carta.

Mdp e alleati a sinistra infine sembrano voler sfidare Renzi ancora sul passato anziché stringerlo sulle cose che si possono fare assieme. Ma se non cambia qualcosa, in fretta, il rischio è che il centrosinistra nel bosco finisca per perdersi a lungo.