Pd, segnali elettorali:
insensata l’alleanza
“strategica” col M5S

Per quanto possa contare – in un Paese in piena emergenza da coronavirus e con un’astensione a dir poco massiccia – il successo di Roberto Gualtieri nelle elezioni suppletive di domenica segnala perlomeno una tendenza: il Pd vince da solo. Al più con le tradizionali alleanze (alquanto marginali) del centrosinistra: ma comunque senza l’alleato di governo pentastellato. Era già successo alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna e tutto fa ritenere che lo stesso si ripeterà a fine maggio in Toscana e probabilmente in qualche altra regione.

pd Naturalmente nessuno può minimamente pensare che sia il caso di porre fine al governo Conte 2, tanto più in queste settimane di emergenza sanitaria: senza troppo clamore persino Renzi ha ingranato la marcia indietro. Ma è un fatto che un partito che si richiama alla sinistra debba guardare anche alla prospettiva politica, oltre alle emergenze della fase. E in questa prospettiva, un’alleanza “strategica” con i 5 Stelle non sembra avere alcun senso.

La questione è: quali valori?

Non è una questione di “convenienza”, anche se dovrebbe far riflettere la caduta verticale del partito di Casaleggio, Di Maio e Di Battista nell’elettorato e nella società italiana: nella capitale – dove appena tre anni fa la grillina Virginia Raggi conquistava a mani basse il Campidoglio – il Movimento 5 Stelle ha ottenuto domenica meno del 5 per cento, e performances non troppo dissimili si sono registrate in tutte le più recenti elezioni locali. Il discrimine vero però è innanzitutto sui contenuti, o come si diceva un tempo, sui valori. E i primi sei mesi di alleanza attorno a Giuseppe Conte, non sono stati per il Pd una prova esemplare di coerenza.

I decreti sicurezza, lo ius soli, la prescrizione…

Non è un mistero, ad esempio, che i famigerati decreti sicurezza di Matteo Salvini siano ancora in vigore innanzitutto per le resistenze dei vecchi alleati 5 Stelle, ostili a una cancellazione o perlomeno a una modifica radicale. Così come non è un mistero che la sacrosanta legge sullo ius soli (o ius culturae) non vedrà mai la luce se non attraverso una capitolazione dei parlamentari grillini, o almeno di quelli vicini alla loro leadership vecchia e nuova. Il memorandum con la Libia, affidato al ministro degli Esteri Di Maio, poi difficilmente offrirà maggiori garanzie ai disperati dei barconi. E per cambiare argomento, sulla giustizia, le concessioni al “giustizialismo” del ministro Bonafede sulla prescrizione rischiano di far perdere al Pd quella credibilità garantista, riconquistata a fatica dalla sinistra dopo gli anni di Tangentopoli. Mettiamoci infine il taglio – senza ancora alcun contrappeso – dei parlamentari, con una riforma costituzionale a dir poco avventurosa: dopo il sì nell’ultima lettura parlamentare, i 5 Stelle pretenderanno dal Pd anche un sostegno attivo alla campagna referendaria?

salvini e Di MaioCome si vede non si tratta di questioni secondarie per un partito di sinistra. Anche con Berlusconi il centrosinistra è stato (per qualche tempo) alleato al governo, ma a nessuno sarebbe venuto in mente di proporre un’alleanza strategica. L’emergenza del coronavirus, con i suoi drammatici effetti sul piano sanitario ed economico, fa passare inevitabilmente tutto in secondo, anzi terzo piano.

Ma prima o poi si dovrà ricominciare a parlare di politica. Su cosa fare oggi e domani. In fondo, anche il piccolo test delle suppletive romane dovrebbe far riflettere: libero dai condizionamenti populisti dei 5 Stelle, il Pd può solo guadagnarci. Può rimettere al centro i suoi contenuti e la sua gente. Stare (per necessità) insieme al governo non dovrebbe impedire di fare politica, sfidando l’alleato populista e le mediazioni al ribasso del presidente del Consiglio.