Pd, ma perché gli avversari di Renzi hanno paura del congresso?

C’è un paradosso nel Pd che si avvia al primo confronto nell’Assemblea nazionale dopo la disfatta del 4 marzo. Chi spinge per tempi rapidi per il nuovo congresso e dunque per le nuove primarie è il leader uscente Matteo Renzi e il suo gruppo dirigente: vale a dire i principali “imputati” (anche se certo non i soli) della rovinosa sconfitta, anzi della impressionante serie di sconfitte della gestione renziana, dal referendum costituzionale alla perdita delle città più importanti, fino al tracollo delle elezioni politiche col peggior risultato della storia del centrosinistra. Ad invocare tempi più lunghi è invece l’opposizione interna, oltre ad alcuni esponenti di primo piano, distaccatisi sempre più polemicamente dalla leadership renziana: da Orlando a Franceschini, passando da Gentiloni, Minniti etc, gli avversari vecchi e nuovi dell’ex segretario puntano a confermare Maurizio Martina alla segreteria fino al congresso (e alle primarie) da tenere solo nel 2019.

 

Probabilmente si tratta di calcoli – quelli degli uni e quelli degli altri – del tutto aleatori, visto che a dettare i tempi del Pd saranno probabilmente gli sviluppi della crisi politica e delle beffarde trattative tra Di Maio e Salvini che potrebbero riportare il Paese al voto nel prossimo autunno. Ma resta comunque la domanda: perché non è la minoranza a chiedere il congresso subito e le primarie, ovvero l’unico strumento in grado di archiviare finalmente la leadership di Renzi?

 

Certo, non mancano alcune buone ragioni: precipitare il Pd da un congresso all’altro (mentre nessun altro partito ne convoca uno da anni…), ritornare ai gazebo “stressando” iscritti e volontari chiamati a contare solo in queste occasioni, rischiare di andare a uno scontro principalmente sui nomi, rinviando all’infinito quell’analisi delle sconfitte senza la quale è difficile costruire una nuova linea politica per il futuro: tutto questo indurrebbe a tempi meno ravvicinati, a una riflessione non condizionata dalla campagna congressuale. In fondo è accaduto così quando Veltroni si è dimesso e gli è succeduto il vice Franceschini, o quando si è dimesso Bersani ed è toccato a Epifani: il partito è stato guidato con maggiore collegialità, stemperando il più possibile le tensioni tra maggioranza e minoranza fino al nuovo congresso.

 

Ma la situazione attuale presenta aspetti del tutto inediti. Per cominciare la crisi dei democratici  è precipitata ad un livello senza precedenti, che mette a rischio la stessa tenuta del partito. In secondo luogo anche la questione della leadership ha assunto in questa fase aspetti nuovi. Matteo Renzi è dimissionario dal 5 marzo, ma è evidente a tutti che continua ad esercitare una leadership di fatto. E non solo perché all’ex segretario si richiamano più o meno esplicitamente gran parte degli attuali parlamentari e dei quadri del partito, nella direzione, nell’assemblea nazionale e anche nel territorio. Non a caso è bastata una sua intervista televisiva a determinare di fatto la linea del Pd sulla crisi post 4 marzo, nella quale – almeno stando ai sondaggi – si riconosce gran parte dell’elettorato democratico.

 

Appare dunque complicato procedere per un altro anno con una segreteria che non abbia l’investitura del congresso. Solo un leader eletto nelle assise (e poi dalle primarie, almeno finché resta questo statuto) può davvero emancipare il Pd dal suo ultimo leader. Senza che questo debba tramutarsi in strappi o in nuove scissioni. Se sarà poi la linea dell’ex segretario a prevalere – attraverso un altro candidato, ovviamente – se ne dovrà prendere atto. Ma la verità è che in questa fase ancora non si intravedono linee e progetti alternativi o comunque diversi per il futuro del Pd. L’unico ad aver presentato un suo manifesto è stato il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ma per ora sembra rimasto senza seguito. Anche per questo avviare quanto prima la fase congressuale non potrà che portare almeno elementi di chiarezza.