Pd, disarmare le fazioni
per fermare
l’assalto dei renziani

Partito e fazione non sono interscambiabili. Sono nemici e alternativi. Da quando esistono le società umane, esistono associazioni strette tra persone per ottenere potere. La fazione ha tradizionalmente prodotto instabilità istituzionale, ordendo cospirazioni e colpi di mano nell’intento di mettere il governo al servizio diretto degli interessi rappresentati. I governi parlamentari su base elettorale hanno avuto relativo successo nel tenere a freno le fazioni. Ma nell’era del suffragio universale sono stati i partiti organizzati a neutralizzare il loro potere distruttivo. Il partito ha portato l’identificazione partigiana alla luce del sole. Unendo associati intorno a idee e ragioni pubblicamente espresse e dibattute, allo scopo di conquistare seggi e maggioranza. Per far questo, ha costruito una sorta di piccola repubblica: si è dato un governo parlamentare, con procedure di convocazione, elezione e selezione. Ha in sostanza incorporato le fazioni e in questo modo le ha domate. L’unità di un partito, da cui dipende la sua forza, è proporzionale alla sua capacità di stemperare la forza delle fazioni interne fino a renderle imbelli.

Disarcionare Zingaretti

Ma le fazioni non muoiono; come i carboni sotto la cenere sono pronte a ridare fuoco alla divisione non appena il partito si mostra debole. Il Partito Democratico si trova oggi in questa situazione di debolezza di fronte all’assalto premeditato della fazione renziana. Italia Viva è solo uno specchio per le allodole: la forza dei renziani è nel partito, non fuori. E lo si vede ora. Che cosa vuole la fazione renziana? Sembra che il suo obiettivo sia di replicare il colpo fatto con il governo Conte. Operando dall’interno, la fazione si prefigge di disarcionare Zingaretti e prendersi il partito. Ha già iniziato le manovre di palazzo; e le ha iniziate proprio dove il partito è più debole: nelle periferie o, se si vuole, nei territori locali e regionali. Si tratta di manovre velenose, certe di poter disarcionare la segreteria nazionale, che prima ha obtorto collo subìto l’alleanza di governo con il M5S, e poi in corso di pandemia ha riveduto la sua posizione e rivalutato quell’alleanza, fino a proporla sia come strategia operativa nel governo Draghi sia in prospettiva elettorale.

Machiavelli (citiamolo con correttezza) pensava che due fossero gli umori che mobilitano le parti in lotta: quelli “dei grandi” e quelli “del popolo”. Ovvero, interessi della parte numericamente più piccola (ma economicamente potente) e della parte numericamente più nomerosa: oligarchici in un caso, democratici in un altro. La fazione renziana ha un piano facile da decifrare: riportare gli “umori dei grandi” alla direzione del partito. Il Pd deve diventare la cittadella che una minoranza, rappresentativa di forti interessi nazionali e internazionali, userà per spazzare via la parte popolare, o quella parte che ancora aspira a un governo del paese in nome di una democrazia progressiva e di giustizia sociale. La fazione “dei grandi” vuole via libera all’affarismo nel tempo propizio della ripresa post-pandemia.

Riformare il Partito Democratico

E’ ozioso girare intorno al problema: la cordata renziana che il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini capeggia vuole la segreteria. E si comprende, poiché Italia Viva non era che un mezzo per arrivare al Partito Democratico, con il quale è possibile ancora (purtroppo) raccogliere consensi per sentimentale legame con un passato che è sepolto. La fazione “dei grandi” confida proprio in quell’abito all’obbedienza che tanto disprezza e che però le serve. Il Pd le serve. Diversamente il renzismo non resta che azione demolitrice. Ma ripagare i sostenitori richiede il potere di decidere. Dunque la lotta intestina è oggi al suo massimo.

La questione delle alleanze è vera: perché la fazione “degli umori dei grandi” detesta senza nascondimento gli “umori popolari” (dileggiandoli come “populisti” quando sono semplicemente democratici). Fare un partito liberademocratico, amico delle multinazionali e dell’unione padronale nostrana è lo scopo (e gli insipienti “popolari” hanno reso questo progetto più facile con il taglio dei parlamentari). Che cosa farà Zingaretti per neutralizzare questo colpo di mano in atto? E’ forse venuto il tempo di dismettere i panni ecumenici e riprendere in mano il partito, cominciando con il cambiare lo statuto, che ha consentito di far eleggere i segretari sotto i gazebo con i voti di tutti. Uno scempio che mentre ha liquidato il partito organizzato ha lasciato alle fazioni praterie di conquista. La debolezza di questo Pd richiederebbe una vera e propria azione costituente, per dirimere il problema delle fazioni all’origine.