Pd, basta partito
serve un movimento

Non c’è dubbio: per il Pd è arrivato il momento di un nuovo inizio. Il voto ha confermato questa esigenza e lo ha fatto, purtroppo, in modo chiaro, oltre ogni più pessimistica previsione. Per questo è necessario riflettere senza timidezze o tentazioni di nascondere e addolcire lo stato delle cose.
Il Pd, qui sta il vero problema, è stato solo per brevi momenti quella forza a vocazione maggioritaria che avevamo immaginato. Diciamo che soltanto in due circostanze la consistenza elettorale ci ha fatto credere di aver raggiunto quell’obiettivo. Sono stati i 14 milioni di voti del 2008 con Veltroni ed il 41 per cento del 2014 con Renzi. Due momenti che, tuttavia, non hanno prodotto un partito aperto.

Certo, possiamo dire di aver intuito prima di altri che la società italiana esprimeva l’esigenza di nuove forme partecipative incompatibili coi partiti tradizionali e coi loro riti; che le forme della intermediazione politica con le masse aveva intrapreso strade più mobili, qualcuno allora disse, anche con dileggio, “liquide”. Abbiamo capito che era arrivata l’onda lunga del ’68 con la definitiva affermazione di un principio anti-gerarchico nella vita civile che ha portato in pochi anni milioni di persone a militare fuori dei partiti, nelle realtà civiche e associative.
In questo processo l’idea della “classe politica” è stata duramente messa in discussione. L’abbiamo chiamata con disprezzo “antipolitica” cogliendo però solo un aspetto del problema e senza vedere la spinta ormai irrefrenabile ad una sempre più forte auto-rappresentanza delle persone. E allora costruire un partito non solo di iscritti ma anche di elettori, a vocazione maggioritaria, aperto, organizzato per forum permeabili e non per sezioni di lavoro o Dipartimenti aveva questo obbiettivo: mettere in campo un soggetto politico di tipo nuovo, capace di “far entrare” nuova linfa, di mettersi continuamente in discussione attraverso uno scambio con la società civile.
Non dimentichiamo che in questa situazione già difficile si è poi aggiunta la crisi economica e finanziaria che nel 2008 ha fatto esplodere pesanti contraddizioni modificando il Dna dei ceti medi che si sono trasformati da baricentro della stabilità democratica a epicentro del populismo. Il Movimento Cinque Stelle e in parte la Lega di Salvini hanno incanalato verso derive populiste queste spinte che noi avevamo visto per tempo ma che non abbiamo saputo accogliere e si sono poi avvalsi anche del propellente della crisi.
Questi ragionamenti mi portano a dire (anzi, a ripetere perché lo dico già da molto tempo) che si è chiuso il secondo ciclo della storia dei Democratici: quello del “primo Pd”, di un partito non del tutto nuovo ma non del tutto vecchio.
Nel settembre del 1975, Aldo Moro parlò alla Fiera del Levante della necessità di una “terza fase” della democrazia italiana. Dopo i dieci-dodici anni del centrismo, cui seguirono dieci-dodici anni di “centro sinistra organico”, occorreva aprire una nuova fase che allargasse ancor di più le basi della democrazia italiana e aprisse un confronto competitivo coi comunisti.
Egli fu stroncato, ma la forza di quell’idea è l’origine comune di chi ha dato vita al Pd. La richiamo perché penso che anche adesso ci sia bisogno di una “terza fase” dei Democratici. Per questo dico che non ci serve un congresso rituale. Se adesso convochiamo una stanca Assemblea Nazionale per fare una conta tra correnti stantìe collegate a persone, siamo morti e ci dissolveremo prima ancora di arrivare ai gazebo non so quando.
Serve altro, servono cambiamenti veri e profondi. Serve in primo luogo un confronto politico chiaro: per tesi. Serve un percorso costituente di un soggetto che assomigli più ad un Movimento che ad un Partito tradizionale e nel quale su documenti aperti si vada al confronto con le realtà civiche e associative nelle quali operano milioni di cittadini che sono democratici per idee e valori ma che non entrerebbero mai in questo partito fatto così.

Serve sciogliere solennemente, a partire dalla prossima Assemblea Nazionale, le correnti attuali per iniziare a fondare sulla politica e su un confronto aperto un pluralismo di idee e non di potere. Ognuno deve mettere in discussione le proprie rendite di posizione e nuotare, se ne è capace, in mare aperto perché probabilmente al termine di un percorso costituente o ri-costituente ci sarà un partito o un movimento democratico diverso da oggi, anche nelle persone. Dobbiamo uscire da un Congresso – se vi sarà – assai diversi da come vi entriamo. Altrimenti sarà inutile. Non vedere le nostre patologie di fondo, stavolta, sarebbe suicida.
Ma un ripensamento deve toccare anche le nostre proposte politiche, la nostra missione programmatica di cambiamento. Per questo è molto importante per noi battere la strada della costruzione di un Ordine Nuovo democratico ed europeo, l’unica prospettiva ideale che può ridare alla sinistra un orizzonte che sostituisca o sviluppi quello ormai sfocato del “socialismo”. Un’Europa democratica, dei diritti e del lavoro e che davvero rappresenti una speranza e non un incubo per i giovani. Costruire questa Europa comporta aspri conflitti. Comporta anche sacrifici oggi in nome di sperabili ma non certi benefici domani e come diceva Berlinguer tu puoi chiedere sacrifici alla gente che lavora solo se hai una grande credibilità.
Un’ultima riflessione sulla situazione parlamentare che ci si va presentando dopo il voto. Allo stato attuale non appare possibile fare previsioni o scenari. Proprio per questo il rapporto tra tattica parlamentare e strategia nel Paese è strettissimo. Maggiore respiro possibile nel rapporto reale col popolo e accortezza nel gioco parlamentare coincidono. Credo che la nostra opposizione, se non vi fossero soluzioni istituzionali possibili individuate dal Capo dello Stato, dovrà essere chiara ma in grado di far camminare gli avversari quanto basta per logorarli. Dobbiamo unire, insomma, guerra di posizione e guerra di movimento. E nel fare questo dobbiamo coinvolgere i nostri iscritti in tutti i passaggi decisivi.