Patto Di Maio-Salvini con l’astensione di Berlusconi e l’immobilismo del Pd

Verrebbe da dire che avrebbero potuto farlo prima il patto di governo Salvini e Di Maio senza far perdere tanto tempo al Paese, al presidente della Repubblica, ai vertici di Senato e Camera ed a quanti in queste settimane sono stati coinvolti nella pantomima messa in scena in questi mesi dai quasi vincitori del 4 marzo che però, meglio ricordarlo, insieme hanno già la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Avrebbe potuto cedere prima Silvio Berlusconi, dato che lui ha ben chiaro da sempre quelle che sono le sue priorità che non coincidono certo con quelle degli italiani, e consentire al suo alleato di smarcarsi dall’alleanza di centrodestra per formare l’esecutivo con i grillini.

Certo è che nessuno dei protagonisti aveva messo in conto la mossa del Capo dello Stato che ad un certo punto, al terzo giro di consultazioni sue e due degli esploratori istituzionali, ha dato l’aut aut. O trovate un accordo oppure ci penso io nominando un governo neutrale. E se lo sfiduciate si va al voto. D’estate, sì anche a fine luglio. Parlatevi e decidete. Il tempo sta per scadere.

Il presidente Mattarella al termine delle consultazioni del 7 maggio

Mattarella ha pigiato sull’acceleratore. I due hanno preso la rincorsa perché, al di là dell’esibita sicurezza, l’idea di andare di nuovo al voto non piace né al leghista che pure sarebbe l’unico a guadagnarci, neanche al grillino che la sensazione di aver raschiato il fondo ce l’ha, e meno che mai a Berlusconi che è consapevole che Forza Italia uscirebbe dimezzata da una nuova tornata elettorale e che gli attuali eletti la paura di perdere il seggio non hanno esitato a dimostrargliela con le più diverse pressioni. Quindi è arrivato da Arcore il via libera ad un esecutivo, inconsueto però amico, a cui l’ex Cavaliere nega il voto di fiducia ma a cui si rivolge con “benevolenza critica”. Garantendo all’alleato che l’accordo con i grillini non metterà in discussione l’alleanza di centrodestra che governa molte regioni e tanti comuni. E che a parti invertite l’esperienza l’ha già vissuta nei governi Monti e Letta. Berlusconi dentro, Salvini all’opposizione.

Nessun veto ma no alla fiducia, dunque. Non facendo mancare la notazione critica che “i Cinque Stelle non hanno maturità politiche”. E la sottolineatura che “nessuno potrà usarci come alibi se questo governo non dovesse nascere, di fronte all’impossibilità oggettiva di trovare accordi tra forze politiche molto diverse”.

Soddisfazione di Salvini che la posizione di Berlusconi la temeva. E giustamente. Toni diversi ma stesso sospiro di sollievo da parte grillina. “E’ prevalso il senso di responsabilità” ha detto il leader di Pomigliano. Proprio quello che aveva sollecitato a tutti fin dal primo momento il Capo dello Stato. Ma subito dopo è cominciata la parte più difficile che non è chiaro quando finirà. Non per molto tempo dato che la pazienza è meglio non farla perdere a Mattarella.

Sono ore di confronto per individuare il premier e la squadra di governo. Bisognerà portare al presidente della Repubblica una lista di nomi credibili su cui certamente il Quirinale vorrà fare una propria istruttoria. Ma innanzitutto bisognerà individuare i temi centrali del programma per ora molto distanti e spesso incompatibili almeno nelle priorità. Per sbrogliare la matassa ci vorrà del tempo. Se non sarà possibile l’ipotesi del governo del presidente riprenderà quota. E anche il voto anticipato.

E il Pd sta a guardare. La proposta del presidente della repubblica di un esecutivo di tregua in qualche modo aveva creato spazi imprevisti di dialogo. Tant’è che era stata convocata l’assemblea del partito per il 19 maggio per confrontarsi sull’atteggiamento da tenere davanti all’esecutivo non politico, salutato da subito con favore, e all’ipotesi di elezioni d’estate. Davanti alle novità di queste ore le priorità saranno altre. Ed i tempi del congresso potrebbero diventare più urgenti. Davanti all’ipotesi di un esecutivo politico le contrapposizioni tra le diverse anime dei Democratici sono diventate di nuovo evidenti. Da una parte i renziani che hanno fin dal 5 marzo scelta l’opposizione, ora diventata “responsabile” per come l’ha definita il capogruppo Marcucci. Ma sempre opposizione. Dall’altra parte ci sono i dialoganti che un’apertura ai Cinque Stelle l’avrebbero concessa per individuare almeno punti su cui confrontarsi. Pur con toni diversi i loro dubbi li hanno espressi Boccia, Cuperlo, Orlando. Il segretario Martina ha sottolineato “il rischio di una deriva estremista nel governo del Paese”. E’ pericoloso “un accordo di potere last minute, senza una vera condivisione. Il Pd non può essere che alternativo a tutto questo”.