Patrick Zaky, ecco perché l’Italia
deve concedergli la cittadinanza

L’8 febbraio 2020, appena sbarcato al Cairo, Patrick George Zaky, attivò il cellulare e comunicò alla famiglia di essere arrivato all’aeroporto. Stava ancora parlando con il padre quando fu fermato, portato in una stanza e messo agli arresti, se così si possono definire, sulla base di accuse che, a più di un anno di distanza, non conosce ancora compiutamente. Grazie a quella telefonata il mondo seppe della sua nuova condizione di prigioniero di coscienza. Esaurite le prime formalità, Zaky fu preso in consegna dall’Amn al Dawla, servizio segreto meglio conosciuto all’estero come National security, e portato in una stazione di polizia nella zona di Mansoura. Era bendato quando cominciarono a picchiarlo e torturarlo con scariche elettriche. Volevano sapere, tra l’altro, dei suoi rapporti con Giulio Regeni, assassinato quattro anni prima, dopo che gli erano state inflitte atroci sofferenze. Il trattamento proseguì per circa trenta ore.

Accuse evanescenti

Da quel momento, Patrick Zaky è stato rinchiuso in varie carceri, vede la luce del sole attraverso le sbarre e quando lo portano in tribunale per rinnovare la sua detenzione. Di 45 giorni in 45 giorni, con udienze che sono estenuanti rituali basati su atti d’accusa evanescenti. Dall’account Facebook “Patrick Libero” apprendiamo che l’esito di questi processi non viene notificato al prigioniero. Una volta rientrato in carcere, Patrick apprende che rimarrà in in cella solo perché, durante l’appello dei detenuti liberati, nessuno bussa alla sua porta.

La cronaca asciutta e completa di Laura Cappon, una brava giornalista free lance che ha vissuto al Cairo negli anni entusiasmanti e pericolosi di una “Primavera” subito appassita, rende più facile capire la vicenda di Zaky grazie ai dettagli, rivelati dalla famiglia e dagli avvocati. Oggi Patrick si trova in una cella del carcere speciale di Tora, alla periferia del Cairo. Quando dorme, tra lui e il pavimento della cella c’è solo una coperta. Soffre di dolori articolari e asma e, naturalmente, è a rischio di Covid. Da Udine a Bari, passando per Bologna e Firenze, molti consigli comunali gli hanno concesso la cittadinanza onoraria, più volte le piazze italiane si sono riempite di gente che chiede di liberarlo. Tra poco potrebbe arrivare in Parlamento una petizione con la richiesta di fare di Patrick un cittadino italiano. Le adesioni sono già oltre 170 mila (si può firmare su Change.org) e questa, al momento, è la via maestra indicata da Amnesty International e da altre organizzazioni umanitarie.

Una possibile soluzione

La cittadinanza può essere concessa dal presidente della Repubblica per meriti eccezionali del soggetto interessato o quando vengano chiamati in causa interessi importanti dello Stato. E’ stata ad esempio riconosciuta a Ramy Shehata, egiziano, e al marocchino Adam El Hamami, due ragazzini che sventarono a Crema il dirottamento di uno scuola bus. Come ha lucidamente fatto notare la madre di uno di loro, essendo nati in Italia, Ramy e Adam hanno ricevuto come premio ciò che andava riconosciuto come un diritto, ma questo è un altro paio di maniche.

Per capire come la legge sulla cittadinanza possa essere applicata nel caso di Patrick, bisogna ripercorrere la sua storia recente. Il giovane è arrivato a Bologna nel 2019 per frequentare un master di specializzazione in studi sui diritti delle persone e Lgbt. In Egitto è stato tra i fondatori dell’associazione Egyptian Initiative for personal rights. In carcere è finito a 27 anni per alcuni post pubblicati su un account Facebook che l’avvocatessa Hoda Nasrallah definisce falso e che Patrick ha potuto vedere solo una volta durante le udienze in cui gli è stata rinnovata la carcerazione. E’ falso persino il verbale compilato dopo l’arresto del febbraio 2020: gli agenti hanno scritto che Patrik è stato bloccato a Mansoura, mentre il fermo è avvenuto all’aeroporto del Cairo. “In diretta”, mentre il giovane era al telefono col padre. Le accuse a suo carico sono di terrorismo e diffamazione dello Stato, punibili nell’Egitto di Al Sisi con 25 anni di carcere. Pochi giorni fa a Patrick sono stati inflitti altri 45 giorni di carcerazione preventiva, rinnovabile fino a due anni.

Le rimozioni morbide dell’Egitto

La prossima udienza al Cairo è prevista per la metà di aprile. Cadrà pochi giorni prima di un processo che si aprirà a Roma: il 29 aprile è fissata l’udienza preliminare in cui compariranno come indagati quattro agenti della National security agency egiziana (la stessa che ha fermato e incarcerato Patrick Zaky) accusati di aver torturato e ucciso Giulio Regeni, tra il gennaio e il febbraio del 2016. L’incrocio di date e processi, come veniva segnalato nei giorni scorsi dal quotidiano la Repubblica, lascia pensare che la prigionia di Zaky venga usata dalle autorità egiziane come arma di pressione sull’Italia. Le stesse hanno a più riprese fatto capire di non gradire un processo che potrebbe lambire responsabilità non molto lontane dalla presidenza di Al Sisi. Rimozioni morbide come quella dell’ex ministro dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar, fanno capire che ai piani alti dello Stato egiziano si compiono mosse felpate per evitare scossoni troppo violenti, dovuti anche agli effetti internazionali del caso Regeni.

Da Ghaffar dipendeva la National security agency, coinvolta nel sequestro di Regeni, trasformato dalle allucinazioni del regime in una spia inglese. E lo stesso Ghaffar, dopo aver negato all’ambasciatore italiano Maurizio Massari di sapere alcunché del ricercatore scomparso, diede notizie sul ritrovamento “casuale “ del suo cadavere, circostanza – non si sa quanto involontariamente – smentita dalla stessa Procura generale del Cairo (chi voglia approfondire l’argomento, può leggere gli articoli sul caso Regeni pubblicati su Strisciarossa il 21 e il 24 gennaio, e il 2 febbraio scorsi).

Un interesse fondamentale

La concessione della cittadinanza italiana a Patrick Zaky potrebbe a questo punto inceppare il meccanismo di possibili ricatti? E’ in gioco un interesse fondamentale dello Stato italiano, come prevede la legge sulla concessione della cittadinanza? Considerando tale la possibilità di far luce sulla morte di Giulio Regeni, massacrato e abbandonato accanto a un’autostrada, la risposta alla seconda domanda è sicuramente affermativa. Più difficile è valutare l’efficacia di un decreto presidenziale ai fini della liberazione del giovane studente bolognese. Se Patrick diventasse cittadino italiano (e quindi europeo) diverrebbe più complicato – o quanto meno più imbarazzante – trattenerlo anche per i solerti guardiani egiziani. Purtroppo però sulle rive del Nilo non ci sono interlocutori facili al rossore: ciò a cui i generali sono più sensibili, come è naturale, sono i rapporti di forza. Questo chiama in causa la capacità italiana di ottenere la compattezza dell’Europa, o almeno di una sua parte consistente, sul rispetto dei diritti umani in Egitto.

Un baluardo contro il terrorismo?

Gli eccessi, gli abusi e la ferocia del regime di Al Sisi vengono di fatto giustificati con un presunto ruolo di baluardo contro il terrorismo di matrice jihadista. Le carceri egiziane, secondo le stime di numerose organizzazioni umanitarie, contengono dai 60 mila ai 100 mila oppositori, per la stragrande maggioranza provenienti dalle file della Fratellanza musulmana, organizzazione fondamentalista transnazionale che però ha più volte stigmatizzato il ricorso alla violenza al terrore e, durante la Primavera tunisina, ha contribuito all’elaborazione di una costituzione democratica. Per contro, le azioni che gruppi jihadisti continuano a condurre anche nella zona del Sinai, una delle più militarizzate del mondo, lasciano pensare che il governo egiziano usi il terrorismo più come pretesto per limitare le libertà e i diritti dei suoi cittadini che come bersaglio di una reale efficacia repressiva. La sproporzione tra il numero di attentati e quello delle persone in carcere o vittime di sparizioni forzate qualche dubbio lo fa venire.

Se il governo italiano, anche archiviando con disonore le esegesi renziane del “Rinascimento” arabo saudita – l’ex premier si era espresso in precedenza in termini altrettanto lusinghieri su Abdel Fattah al Sisi, da lui definito “architetto di un nuovo Mediterraneo” –, riuscirà a convincere l’Europa che il terrorismo si batte anche rispettando i diritti umani, sarà più facile ottenere la libertà di Patrick Zaky, il cui unico “torto” è stato quello di battersi per la libertà, e che sicuramente merita di diventare un cittadino del nostro Paese.