Libia, conferenza-flop
E l’Italia resta
senza sponde

Che non sia facile trovare il bandolo della matassa libica è cosa nota ai più. Anche il premier Conte, con tutta la buona volontà, alla fine della conferenza di Palermo resta prudente. “Non dobbiamo illuderci ma sono state poste premesse importanti” verso la stabilizzazione della Libia, dice. Il solo a parlare di successo è l’inviato dell’Onu Ghassam Salamé, ma sembrerebbe più una cortesia verso il padrone di casa e una manifestazione di ottimismo d’ufficio. Il risultato principale è stata una foto: il generale Haftar e il premier libico Al Serraj che si stringono la mano con la benedizione di Conte dietro alle quinte. Ma nella foto ufficiale il generale che controlla due terzi del territorio libico non c’è.

Del resto Haftar non ha partecipato alla conferenza. Si è limitato ad incontri bilaterali e a un mini-summit a latere con Sarraj, il premier russo Medvedev, il presidente egiziano Al Sisi, il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, l’inviato Onu e il ministro degli esteri francese Le Drian. Vertice “informale”, così è stato definito, senza per questa evitare che la Turchia abbandonasse la scena, irritata per non essere chiamata al tavolo. 

Già la partenza non era stata propriamente brillante, per questa conferenza fortemente voluta da Conte come occasione per ridare lustro internazionale all’Italia e al suo governo, finora distintosi soprattutto per il braccio di ferro con la Ue e le occhiate innamorate tanto a Putin quanto a Trump, campioni di anti-europeismo. Alla fine, i big si sono fatti notare principalmente per la loro assenza (niente Trump, niente Putin e nemmeno Merkel), il che ha fatto scalare la media delle rappresentanze ai piani inferiori.

La Casa Bianca, che pure aveva incoraggiato l’Italia a riservarsi la leadership in Libia, non ha mandato nemmeno il segretario di Stato, Mike Pompeo, avvalorando le critiche di chi ha ritenuto la pacca sulla spalla incassata da Conte negli Usa solo un modo per usare il nostro Paese in funzione anti-francese: l’occasione per mettere i bastoni tra le ruote a Macron, troppo interventista nella regione, e far rompere ad altri le uova nel paniere internazionale per poi rispuntare fuori a tempo debito e riproporre gli Stati Uniti come arbitro e/o garante.

Ma anche la presenza di Haftar è stato un punto interrogativo fino alla vigilia della conferenza, Il generale, dopo aver morettianamente riflettuto se lo si sarebbe notato di più se non fosse andato a Palermo o se fosse andato per restare in disparte, ha convenuto per la seconda delle due. Un po’ per darsi visibilità internazionale, un po’ perché pressato tanto dalla Russia che dall’Egitto, suoi sponsor. Così la sua partecipazione ha dato anche modo al presidente Al Sisi di non presentarsi a mani vuote nel momento in cui metteva piede in Italia, per la prima volta dopo il caso Regeni: un do ut des sottinteso che forse sarebbe stato meglio evitare.

Haftar ha concesso la foto con Sarraj e detto che “non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”, frase che è stata interpretata come il suo benestare a lasciarlo lì dove sta, alla guida del governo di Tripoli internazionalmente riconosciuto, fino alle elezioni: saltato il piano troppo ottimistico di Parigi che  avrebbe voluto il voto a dicembre, si parla ormai della prossima primavera. Ma poi lo stesso Haftar intervistato da una tv araba ha detto che mai e poi mai avrebbe partecipato alla conferenza di Palermo, specificando che era lì quasi per caso. 

Dunque, com’è andata? Il pasticcio libico è talmente complesso che nessuno si aspettava che a Palermo spuntasse fuori dal cilindro la soluzione, come forse si illudevano a palazzo Chigi, ma di solito prima di lanciarsi si verifica di avere almeno un paracadute (presenze confermate, idee, punti di caduta). Quello che si registra però potrebbe essere riassunto così. L’Italia contava di fare le scarpe alla Francia e riprendersi la scena, ma anche se ha messo in piedi una folta rappresentanza regionale non ha trovato sponde solide. Non in Europa, dove pure deve pesare il quotidiano sbeffeggiamento delle regole e dei leader dell’Unione. Non nell’America di Trump, che si trovava a Parigi e avrebbe potuto facilmente farsi vedere a Palermo, fosse solo – anche lui – per una foto opportunity. L’interlocutore più affidabile sembrerebbe Mosca, che però ha preferito la cautela – per non dire delle insidie di una relazione privilegiata con il Cremlino. Saranno anche state poste le premesse, come dice Conte. Non si capisce bene di che.