Parole sfrenate e arte di governo

Costui tuttavia vive, anzi! viene addirittura in senato!

(Cicerone contro Catilina, I, 2)

Degli inventori dell’arte retorica

Questa disciplina fu inventata dai Greci, da Gorgia, Aristotele, Ermagora, e tradotta al latino da Tullio, naturalmente, e Quintiliano. La perfetta conoscenza della disciplina retorica fa l’oratore.

Del nome dell’oratore e delle parti della retorica

L’oratore è quindi un uomo onesto, abile nel parlare: l’onestà è risultato di qualità naturali, dell’elezione di una norma di vita nonché del compimento di quest’ultima; l’abilità nel parlare, invece, è risultato di una lunga pratica dell’eloquenza. Quest’ultima si suddivide in cinque parti – invenzione, disposizione, elocuzione, memoria ed esposizione – e sua finalità è quella di persuadere. L’abilità nel parlare, a sua volta, è prodotto di tre fattori: propensione naturale, formazione teorica ed attività pratica. La propensione naturale è legata all’intelligenza, la formazione teorica alla competenza, l’attività pratica alla costanza: queste qualità, infatti, si richiedono non solo all’oratore, ma a qualunque artefice per portare a compimento la propria opera.

Della controversia tripartita

Stando a Cicerone, la controversia tripartita può essere di tipo semplice o complesso. Nel secondo caso si dovrà considerare se la complessità nasce in virtù di una pluralità di questioni ovvero di una qualche comparazione. Controversia semplice: è quella avente per oggetto un’unica questione, come, ad esempio: “Dichiariamo guerra ai Corinzi o no?”. Controversia complessa è quella composta da differenti questioni ed in cui si pongono differenti domande, come, ad esempio: “Cartagine va distrutta, restituita ai Cartaginesi o colonizzata?”. Controversia complessa dovuta a comparazione è quella in cui si cerca di determinare la migliore tra due o più possibilità, come, ad esempio: “Si deve mandare l’esercito in Macedonia contro Filippo in aiuto degli alleati o lo si deve tenere in Italia per opporre ad Annibale il maggior numero di truppe?”.

Delle quattro parti del discorso

Le parti del discorso secondo l’arte retorica sono quattro: esordio, esposizione, argomentazione, epilogo. Di queste, la prima suscita l’attenzione di chi ascolta, la seconda offre una spiegazione dei fatti, la terza prova quanto affermato, la quarta riassume e chiude l’intero discorso. Si deve dunque esordire in modo tale da rendere l’ascoltatore ben disposto, condiscendente o interessato: ben disposto mediante la preghiera, condiscendente mediante l’insegnamento, interessato mediante costanti stimoli. Si. deve esporre l’argomento con brevità e chiarezza; si deve argomentare in modo da affermare dapprima solidamente il nostro punto di vista per demolire poi quello della parte avversa; si deve concludere in modo tale da muovere l’animo di chi ascolta a compiere quanto diciamo.

Dell’elocuzione

Riguardo poi all’elocuzione, sarà necessario utilizzare elementi conformi a quanto richiesto dall’argomento, dal luogo, dal tempo e dalla persona dell’ascoltatore, al fine di evitare di accostare indebitamente il profano al religioso, l’impudicizia alla purezza, la leggerezza alla gravità, lo scherzoso al serio, il divertimento alla tristezza. Si deve parlare in modo conforme alle norme della lingua latina e chiaro. Parla in modo conforme alle norme della lingua latina chi ricerca quei termini che meglio rispecchiano la realtà delle cose, senza discostarsi dal modo di parlare e dallo stile comunemente usati nel proprio tempo: costui non deve accontentarsi di prestare attenzione a ciò che dice, ma deve anche preoccuparsi di esprimersi in maniera chiara ed elegante, e non solo di questo, ma anche di mettere in pratica le proprie parole.

Dei tre generi d’espressione

Oltre a quanto detto, si devono presentare gli argomenti di minor rilevanza in modo pacato, quelli che implicano un coinvolgimento violento con gravità, quelli intermedi, infine, con uno stile moderato. Sono questi, infatti i ben noti tre generi d’espressione: l’umile, il medio e il solenne. Infatti, quando oggetto del nostro discorso è un qualcosa di grande, deve essere espresso in modo grandioso, quando è un qualcosa di poco rilievo, in modo sobrio, quando è un qualcosa di media importanza, in modo temperato. Nelle cause di poco rilievo, infatti, non occorre dire alcunché di grande o sublime, ma si deve parlare in modo pacato e privo di slanci.

Nelle cause maggiori in cui trattiamo di Dio o della salvezza degli uomini, è necessario dar mostra di maggior magnificenza e fulgore. Nelle cause di tipo temperato, invece, in cui non si tratta di convincere l’ascoltatore a fare qualcosa, ma solo di intrattenerlo piacevolmente, è necessario parlare con uno stile che si trovi a metà strada tra l’umile e il solenne. Tuttavia, anche parlando di grandi cose, non sempre è necessario esprimersi in modo grandioso, bensì anche in modo sommesso quando si dà un insegnamento, temperato quando si loda o riprova qualcosa, grandioso quando si cerca di guadagnare alla propria causa un uditorio avverso. Nel genere sommesso si useranno poche parole sufficienti ad esprimere l’idea desiderata, nel genere temperato parole brillanti, nel genere elevato parole veementi.

(Isidoro di Siviglia, “Etimologie o origini”, libro II “Della retorica e della dialettica”, 633 d. C., traduzione di Angelo Valastro Canale)