A viso aperto, parliamo di immigrazione. “Perché insieme si può”

Cara sinistra, caro Pd, non fatevi intimorire dai sondaggi e prendete di petto il tema dell’immigrazione, costruite un dialogo fitto, duraturo e profondo con il cuore degli italiani a partire da quelli in cui alberga il No agli immigrati.

Mettiamo in campo una politica alternativa a quella della destra e portiamola casa per casa. Questo governo ha come unico obiettivo quello di tenere incarcerato il popolo italiano nella paura verso gli immigrati e stabilire una sua egemonia culturale proprio sulla parola d’ordine del No agli immigrati. Noi dobbiamo liberare le persone dalla paura, dimostrando con la forza dei fatti concreti, dell’esempio dei tanti italiani che hanno costruito esperienze positive di convivenza che “insieme si può”.

Scuola di italiano alla Pista di Borgo Mezzanone, Foggia. Foto di Ella Baffoni

Diciamo in modo chiaro e forte che non rinunceremo mai a salvare vite umane, che non accetteremo mai la politica dei porti chiusi, che non cercheremo mai il conflitto con le Ong. Agli italiani diciamo “restiamo umani”. Mettiamo in campo un’altra politica europea dell’immigrazione rispetto a quella pasticciata, incoerente, che abbiamo visto in questi giorni, in cui la ripartizione della accoglienza delle persone è costruita sul ricatto dei porti chiusi e dunque sulla pelle di chi ha bisogno di aiuto. Una politica che obblighi l’Europa a considerare il Mediterraneo e l’Africa come parte del proprio destino e del proprio futuro. Portiamo davanti alla mente ed al cuore degli italiani l’Africa, questo grande Continente che dobbiamo imparare a non sentire più come minaccioso ed estraneo ma come parte del nostro destino futuro. Perché quel continente ha straordinarie risorse naturali, economiche, umane e culturali che non devono essere sfruttate da criteri egoistici da parte dei paesi occidentali e dalla Cina ma curate e sviluppate per promuovere sviluppo locale ed incentivare benessere, lavoro, cultura, democrazia.


C’è poi un dato che deve farci riflettere: nel 2050 la popolazione europea crescerà del 7% quella africana del 25%! Nel 2017 gli sfollati dall’Africa sono stati 10 milioni, solo 172.000 hanno raggiunto le nostre coste del Mediterraneo. Rispetto ai picchi del 2015-2016 gli arrivi sono diminuiti del 5%. Servono politiche europee ed accordi bilaterali europei di cooperazione, co-svilppo, lotta al traffico di esseri umani, corridoi umanitari, politiche di rimpatrio assistito, canali legali per l’ingresso per lavoro come per l’ingresso per ricerca di lavoro attraverso lo sponsor, promozione dell’immigrazione circolare.
La realtà ci dice l’esatto contrario della propaganda salviniana: il problema non è l’ ”invasione” ma una vera integrazione. Che trasformi i migranti da scappati di casa in cittadini. Da fuggitivi a parte della società, energie vive per la comunità civile. Un tema totalmente assente dal dibattito pubblico e dalle politiche pubbliche, anche di quelle della sinistra. Per trovare traccia delle politiche pubbliche sull’integrazione bisogna risalire ai tempi dei governi dell’Ulivo che aveva previsto un Fondo per gli interventi di integrazione, poi subito abrogato dal centrodestra , e norme che stabiliscono diritti sociali, all’istruzione, alla salute, contro la tratta di esseri umani, per fortuna rimasti in vigore nonostante la Bossi-Fini e la Maroni-Berlusconi ed anche grazie a sentenze della Corte Costituzionale che hanno ripristinato, sulla base di ricorsi dei cittadini, norme che erano state abrogate dal Centrodestra come l’indennità di accompagnamento alle persone disabili.
Tra gli articoli della legge dell’Ulivo rimasta in vigore, Decr.Leg:286/98, vi è l’articolo 3 che prevede il piano triennale delle politiche migratorie, i flussi di ingresso regolare e le politiche d’integrazione. Purtroppo questo articolo e queste politiche sono state dimenticate anche dagli ultimi governi del centrosinistra. Tranne l’ottimo Piano Nazionale per l’integrazione dei rifugiati e richiedenti asilo promosso dal Ministro Minniti e che sostiene i progetti dei comuni per l’accoglienza diffusa.

Come stiamo insieme noi e loro? Come si costruisce convivenza? Bisogna partire da queste domande per liberare gli italiani dal carcere della paura. Non ci sono scorciatoie, non bastano le leggi, bisogna costruire una relazione umana e sociale con le persone e condividere i problemi che vivono.
Ci rendiamo conto allora che ci sono paure causate da problemi veri come il degrado urbano, la presenza di persone che girano per la città senza essere integrate, episodi di violenza. Questi vanno risolti e colpiti.

Murale di Blu sul centro sociale Ex-Snia, Roma. Foto di Ella Baffoni

Nella paura e nel no all’immigrato ci sono grandi problemi sociali irrisolti che tanti italiani vivono, dalla mancanza di servizi sociali, al loro elevato costo, alla solitudine delle famiglie con persone disabili e fragili, povere. Ma, molte volte la paura è indotta dall’immigrato “percepito”, astratto, proposto ed agitato dalla propaganda degli imprenditori della paura. Il tema è lo scarto tra l’immigrazione reale e quella percepita. Per lavorare su questo scarto non basta ricorrere ai numeri, sia quelli relativi alla riduzione degli sbarchi che a quelli dell’Inps sul reddito prodotto dagli Immigrati. Che vanno certamente ricordati ma che sono efficaci solo se collocati dentro un contesto, una pratica di relazione sociale che metta insieme le persone in carne ed ossa, perché si guardino in faccia, si parlino, si conoscano, conoscano le proprie storie e biografie.
Una pratica sociale che faccia scoprire il valore della parola insieme. Italiani ed immigrati (che sono diversi tra loro per storia, anni di residenza, livello di integrazione) insieme possono risolvere i problemi del quartiere in cui abitano, della scuola che frequentano, del luogo di lavoro. Insieme possono perché i problemi sono gli stessi. In questa pratica sociale del conoscersi e riconoscersi, del lavorare insieme risiedono i successi dell’integrazione e della convivenza di cui l’Italia è ricca. Un’Italia nascosta, silente, non vista dai media e dalla politica, che senza l’aiuto di politiche pubbliche vede tanti italiani che aiutano i bambini ed anche gli adulti ad imparare l’italiano; che vanno a conoscere le associazioni dei migranti per farsi raccontare le loro storie di vita e quella dei loro paesi; che ospitano i rifugiati nelle loro case, li accolgono nelle associazioni sportive, li aiutano se ammalati. Ci sono tanti immigrati che lavorano onestamente e sono contenti di partecipare alla vita del proprio quartiere, di mettere a disposizione il loro tempo e le loro capacità per combattere il degrado, per migliorare la vita della comunità.
Un esempio bello d’Italia della convivenza ce lo ha offerto Milano con il pranzo conviviale, Firenze con la manifestazione antirazzista, le tante volontarie e volontari che lavorano nei porti ad accogliere le persone. Un luminoso esempio ce lo ha dato Soumalaja Sacho, il giovane del Mali che a Rosarno, giorno per giorno viveva l’esperienza dello sfruttamento da parte dei caporali ed insegnava ai lavoratori che condividevano la sua condizione il valore della dignità del lavoro e delle lotte per conseguirlo. E’ stato brutalmente ucciso. Il suo testimone è stato raccolto da Aboubakar Soumahoro che continua le battaglie per la dignità del lavoro pronunciando la parola “insieme” noi immigrati ed italiani senza lavoro ed in condizioni di precarietà.


Dobbiamo portare in ogni famiglia italiana l’esempio di Soumalaya e di Abobakar per far conoscere i volti veri, le storie vere dell’immigrazione. Conoscere, valorizzare, far conoscere questa Italia della convivenza, far vedere agli italiani impauriti con in testa un immigrato astratto che le persone in carne ed ossa sono diverse e che tanti propri concittadini lavorano insieme con l’immigrato di cui loro hanno paura ed insieme possono vivere meglio. Bisogna attivare questa pedagogia dell’esperienza: credo sia una responsabilità della politica ed un dovere della sinistra, se la sinistra vuole rinascere. C’è un livello importante su cui si realizzano le politiche di governo dell’immigrazione che è quello dell’immaginario, del sentimento, della narrazione, della cultura. Noi, a partire dai fatti reali dobbiamo rendere normali nella sfera pubblica e nell’immaginario collettivo volti e voci dell’immigrazione che sono persone per bene, si sentono cittadini del nostro paese con diritti e con doveri.
Sarebbe importante coinvolgere questa Italia della Convivenza, chiamare a raccolta i suoi protagonisti – cittadini, associazioni, comuni, sindacati, imprenditori, insegnanti – per discutere insieme quale politica dell’immigrazione, di come si sta insieme, di come si condividono i comuni problemi della vita quotidiana. Costruire una Grande Conferenza sull’Immigrazione e la Convivenza, produrre un manifesto con proposte chiare e poi costruire un viaggio in tutti i luoghi d’Italia mettendo insieme l’Italia della Paura e quella della Convivenza per discutere insieme e per dimostrare con la forza dell’esempio che insieme si può. Perché comuni sono i problemi e per risolverli bisogna costruire alleanze, amicizia, forza comune e condivisione, fratellanza.